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| Anche la terza stagione di "The Walking Dead" è terminata. Qui, il cast festeggia la fine delle riprese |
martedì 2 aprile 2013
FINE DELLA TERZA STAGIONE (MAGNIFICA!) PER "THE WALKING DEAD"
giovedì 14 marzo 2013
INTERVISTA A GABRIELE SALVATORES: "IL MIO EASTERN SIBERIANO"
Di Diego Del Pozzo
(Il Mattino - 14 marzo 2013)
(Il Mattino - 14 marzo 2013)
Per la presentazione di “Educazione siberiana” al pubblico napoletano Gabriele Salvatores ha pensato a qualcosa di speciale, anche perché lui, milanese d’adozione, a Napoli ci è nato. Così, oltre a salutare gli spettatori del film stasera al Modernissimo (prima dello spettacolo delle 20.30), il regista sarà anche domani mattina nella multisala di via Cisterna dell’Olio, per una lezione-incontro a inviti con gli studenti delle scuole superiori e delle università.
Di che cosa parlerà ai ragazzi, Salvatores?
“Non ho in mente una vera e propria lezione, anche perché non è il mio mestiere. Piuttosto, cercherò con loro un confronto franco e diretto, dal quale emergerà certamente qualcosa di interessante e sorprendente, come accade sempre in questo tipo di incontri. Penso che vi saranno curiosità sul nuovo film, ma senz’altro non si parlerà di sola tecnica”.
“Educazione siberiana” è tratto dall’omonimo libro di Nicolai Lilin, edito da Einaudi nel 2009. Come ha affrontato questa trasposizione?
“Innanzitutto, focalizzando l’attenzione su una storia, tra le tante raccontate da Lilin. Poi, concentrandomi sugli aspetti più visionari del suo modo di narrare, a sua volta non puramente cronachistico. Da parte mia, ho voluto costruire un’epopea quasi western, anche se, vista l’ambientazione sovietica e poi russa, sarebbe più corretto parlare di eastern. Comunque, ho puntato ad approfondire proprio quel tipo di stilemi e di appuntamenti narrativi, senza stare troppo attaccato al realismo della messa in scena”.
In effetti, la narrazione è attraversata da squarci di forte e accesa visionarietà, in buona parte derivanti dalle suggestioni del paesaggio nel quale ha girato.
“Tranne che per la sequenza dell’alluvione realizzata in un bacino idrico a Rieti, le riprese sono state effettuate quasi per intero in Lituania, in scenari naturali magnifici caratterizzati dal bianco assoluto della neve e del ghiaccio. Su quella base cromatica ho potuto giocare efficacemente, per esempio, col rosso del sangue e con i colori accesi dei simboli della cultura urca siberiana, l’etnia al centro della trama. Con l’ambiente circostante c’è stata una vera e propria sfida: ogni momento delle riprese, infatti, è stato influenzato anche fisicamente dal freddo pungente e dai mutamenti atmosferici, oltre che dalla particolarissima luce di quelle terre. E da tutto ciò deriva il mood del film”.
Un altro punto di forza di “Educazione siberiana” sono gli attori. E, accanto a veterani come John Malkovich e Peter Stormare, spiccano i due giovani esordienti lituani Arnas Fedaravicius e Vilius Tumalavicius. Come li ha trovati?
“Non è stato facile, anche perché cercavo interpreti che avessero in sé alcune caratteristiche interiori dei personaggi che avrebbero interpretato. Così, ho costruito su Arnas, che studia filosofia e si diletta col pugilato, il carattere di Kolima; e su Vilius, estroverso studente di canto lirico, quello di Gagarin. Assieme abbiamo trovato le giuste chiavi interpretative. Con un attore di grande esperienza come Malkovich, invece, abbiamo giocato una esaltante partita a tennis, rimpallandoci suggestioni e suggerimenti e arricchendo reciprocamente il suo bellissimo nonno Kuzja, il patriarca della comunità di “criminali onesti” siberiani narrata nel film”.
Senza indugiarvi più di tanto, infine, come è riuscito con pochi tocchi a restituire così bene il momento di passaggio epocale della caduta del muro di Berlino e del passaggio dall’Unione sovietica alla Russia?
“Il bello di questo tipo di film sta proprio nell’intreccio tra le storie private dei personaggi e la grande storia. Quando questo intreccio riesce, allora se ne giova l’intero dispositivo drammaturgico. In particolare, sono molto soddisfatto di quel momento che si apre con la parabola sulla dignità del lupo, passa per il crollo del muro e culmina nella sequenza della giostra-astronave, che con i suoi colori rompe la monotonia del ghiaccio e con le note di “Absolute beginners” di David Bowie offre ai ragazzi un primo barlume di Occidente e di felicità pura ma fugace poco prima di affacciarli da debuttanti assoluti, come nella canzone, sulla scena di un nuovo mondo che li attende”.
mercoledì 16 gennaio 2013
ADDIO A NAGISA OSHIMA, MAESTRO DEL CINEMA TRA EROS E THANATOS
Di Diego Del Pozzo
(Il Mattino - 16 gennaio 2013)
(Il Mattino - 16 gennaio 2013)
Il grande regista giapponese Nagisa Oshima, scomparso ieri a 80 anni per una polmonite dopo anni di malattia e di silenzio desolato, è tra i più fraintesi maestri della settima arte, a causa di un particolare titolo della sua densa filmografia, lo scandaloso «Ecco l’impero dei sensi», che a metà anni ‘70 lo catapulta sulla ribalta in Occidente, facendolo bollare, in molti Paesi tra i quali l’Italia (che però lo aveva scoperto nel 1971 con una retrospettiva a Pesaro), con lo sgradevole epiteto di «pornografo».
E, invece, quel film del 1975 – che, peraltro, proprio nei cinema italiani esce particolarmente massacrato dalla censura – descrive in realtà la progressiva separazione tra individuo e contesto sociale, resa dolorosamente fisica attraverso la messa in scena esplicita del binomio eros-thanatos, amore e morte, andando a comporre l’ennesimo capitolo dell’indagine, quasi entomologica, tra le pieghe della società giapponese, portata avanti dall’autore fin dagli esordi nel 1959.
La critica francese, che lo scopre per prima e lo accoglie come un maestro quando lui decide di trasferirsi a Parigi, lo celebra oggi come il Godard del Sol Levante. E, in effetti, il segno estetico e intellettuale della nouvelle vague francese è fortissimo in questo ragazzo ribelle, nato a Kyoto il 31 marzo 1932 e cresciuto dalla madre dopo la morte in guerra del padre.
I primi successi di Oshima risalgono al 1960, con «Il cimitero del sole» e, soprattutto, «Racconto crudele della giovinezza», titolo seminale e manifesto del nuovo cinema giapponese, al cui rinnovamento lo stesso autore originario di Kyoto contribuisce fondando il Gruppo dei Sette. Già da questi film emergono consapevolezza linguistica, soluzioni visive ardite e sperimentali, stile personale, che rendono più efficaci le incursioni nel corpo ancora sanguinante di una nazione in perenne trasformazione e rapidissimo quanto nevrotico sviluppo, dopo la sconfitta della Seconda guerra mondiale e il trauma della bomba atomica.
Discendente da una famiglia di samurai, laureato in legge e leader studentesco all’università, Nagisa Oshima non nasconde simpatie politiche di sinistra, tendenti all’anarchismo. Sempre nel 1960, «Notte e nebbia nel Giappone» s’interroga sugli errori strategici della sinistra nell’opporsi al trattato nippo-americano e, a causa del suo radicalismo, viene sequestrato portando l’autore a fondare una propria casa di produzione. Negli anni, Oshima resta comunque coerente con una posizione artistica che, al tempo stesso, è atto politico di intransigenza morale e di onestà intellettuale.
Detto del film-scandalo «Ecco l’impero dei sensi» – le cui riprese di sesso esplicito e masochismo sessuale sono talmente sconvolgenti da sconsigliarne il montaggio in patria, pena il sequestro e una condanna per oltraggio alla morale – e ricordato il dittico formato da «L’impiccagione» (1968) e «La cerimonia» (1971), nei quali distrugge i rituali della quotidianità familiare giapponese, nel 1978 il regista vince il premio per la regia a Cannes per «L’impero della passione», mentre cinque anni più tardi dirige David Bowie e Ryuichi Sakamoto in «Furyo», tra le più profonde e riuscite indagini sul rapporto prigioniero-carceriere, con implicazioni omosessuali e inversione dei ruoli. Con «Max mon amour» (1986) porta, quindi, un’icona come Charlotte Rampling tra le braccia di uno scimpanzé.
L’ultima sua grande regia è «Tabù – Gohatto», nel 1999, dopo diversi anni di reclusione per la malattia. E, ancora una volta, grazie a una storia di passione omosessuale tra samurai magistralmente interpretata da Takeshi Kitano, Oshima mette in scena l’eterno duello tra amore e morte, sesso e potere.
venerdì 4 gennaio 2013
INTERVISTA A FRANCO NERO: DJANGO IERI, OGGI E DOMANI
Di Diego Del Pozzo
(Il Mattino - 4 gennaio 2013)
(Il Mattino - 4 gennaio 2013)
Sulla scia del clamore suscitato dall’uscita negli Stati Uniti di “Django unchained”, il nuovo film di Quentin Tarantino che riprende lo spaghetti-western del 1966 con Franco Nero, nelle prossime settimane questo classico cult movie diretto da Sergio Corbucci “uscirà nei cinema di ben 70 città americane”. A rivelarlo è proprio Nero, premiato nei giorni scorsi durante “Capri, Hollywood” e presente stasera a Roma all’anteprima di gala della pellicola dell’amico Tarantino, che in questa occasione riceverà da Ennio Morricone il premio alla carriera della settima edizione del Festival internazionale del film diretto da Marco Muller.
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| Franco Nero in "Django Unchained" di Quentin Tarantino |
Assieme al regista americano saranno presenti alla proiezione anche gli attori Jamie Foxx e Christoph Waltz, che nel corso della serata incontreranno alcune star italiane dell’epoca d’oro dello spaghetti-western: Giuliano Gemma, Gianni Garko, Bud Spencer, Enzo G. Castellari, Giulio Questi, Sergio Donati, Alberto De Martino, Rosalba Neri, Lucio Rosato, Ruggero Deodato, Lars Bloch, Franco Giraldi, Ursula Andress, Sergio Martino, Ernesto Gastaldi, Nori Corbucci e, naturalmente, lo stesso Franco Nero, che oltre a essere stato il protagonista del “Django” originale è presente con un cameo anche nel nuovo “Django unchained”. “Quentin è un esperto del cinema di genere italiano – racconta Nero – e mi ha fortemente voluto sul set durante le riprese del suo film, trattenendomi con ogni scusa anche ben oltre il tempo necessario per girare la mia piccola scena. Lui ama davvero il western di Corbucci, lo conosce a memoria e ha costretto tutti a riguardarlo più volte, tenendo spesso in sottofondo sul set la colonna sonora del 1966”.
Dopo l’anteprima romana, “Django unchained” uscirà nelle sale italiane il 17 gennaio, distribuito da Warner Bros. Pictures Italia (come da accordo con Sony Pictures). “Sono davvero orgoglioso di avervi partecipato”, aggiunge Franco Nero, che poi interviene sulle accuse di razzismo rivolte a Tarantino, qualche giorno fa, dal regista afroamericano Spike Lee: “Non sono d’accordo, perché per me Quentin ha voluto fare un film politico, nel quale sono sottolineate le condizioni degli schiavi neri nell’America della Frontiera. Anche l’uso ripetuto del termine “nigger” si rifà fedelmente a quanto avveniva all’epoca”.
Certo è che, tra il 1966 e il 2013, il personaggio di Django ha accompagnato l’attore italiano per tutta la carriera. “Direi che mi ha addirittura perseguitato, perché – scherza Nero – all’epoca era diventato il nome col quale mi registravano negli alberghi di tutto il mondo. Peccato, però, che oggi in Italia non si facciano più quei film, perché erano la vera linfa dell’industria cinematografica. Noi producevamo 400 pellicole all’anno e i produttori che guadagnavano con i film più commerciali poi reinvestivano quei soldi su progetti più artistici. Oggi, invece, i produttori sono burocrati di Rai o Mediaset e i veri artisti sono castrati. Per questo, rispetto all’epoca d’oro – conclude l’attore – dico che oggi il cinema italiano ha la febbre alta, sta male. Basti pensare a quanto si sia ridotto il numero degli schermi, da 13.000 a circa 3.700; o a come sono quasi sparite le coproduzioni, che invece negli anni Sessanta e Settanta erano state così importanti per l’industria cinematografica italiana”.
Intanto, prendono sempre più sostanza le voci che vorrebbero Franco Nero tornare a vestire i panni del pistolero Django in un nuovo film, “Django lives!”, che potrebbe essere girato già quest’anno, nello Utah, prodotto da Eric Zaldivar e Mike Malloy con la regia di Michael A. Martinez.
mercoledì 19 dicembre 2012
SPRINGSTEEN, VAN SANT E L'AMERICA DELLA CRISI GLOBALE
Di Diego Del Pozzo
(Rock Around the Screen - 19 dicembre 2012)
(Rock Around the Screen - 19 dicembre 2012)
Dopo l'anteprima mondiale del 4 dicembre al Lincoln Square Cinema di Washington, uscirà il 28 dicembre in poche sale di New York e Los Angeles, per poter concorrere agli Oscar, il nuovo film di Gus Van Sant, "Promised Land", che sarà poi in distribuzione ufficiale negli Stati Uniti a partire dal 4 gennaio 2013 e in anteprima europea nel concorso della prossima Berlinale.
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| Matt Damon in "Promised Land" di Gus Van Sant |
Protagonisti della pellicola sono Matt Damon e John Krasinski (anche produttori e sceneggiatori, a partire da un'idea dello scrittore Dave Eggers), assieme a Frances McDormand, Rosemarie DeWitt, Scoot McNairy, Titus Welliver e Hal Holbrook. Le loro storie sono inserite nello scenario di una piccola comunità americana che si oppone alle mire di una multinazionale e, dunque, deve fare i conti, in definitiva, con le conseguenze della crisi economica globale. "L'America è un Paese grande e a volte - racconta Gus Van Sant - è difficile definire quale sia la nostra identità. Ciò che ho amato della sceneggiatura di Matt e John è il modo nel quale hanno affrontato grandi temi, ma con umorismo e umiltà, raccontando storie di persone reali, con tutte le loro debolezze e la loro grandezza".
Come si comprende facilmente già dal titolo e dall'argomento affrontato (simile a quelli cantati nel recente album "Wrecking Ball"), "Promised Land" è un film intimamente springsteeniano, realizzato peraltro da un autore che ha numerosi punti di contatto con la poetica di Bruce. Il rapporto è stato reso esplicito dalla sequenza di un duello al karaoke. "Nel copione originale - spiega Matt Damon - avevo scritto che non avevo alcuna intenzione di cantare il karaoke. Però, ci serviva una scena nella quale il personaggio di John appare e persuade i cittadini. Ed è molto più facile farlo con una canzone. In particolare, che cosa c'è di meglio di una canzone di Bruce Springsteen?". Il brano in questione è "Dancing in the Dark", che l'autore ha concesso gratuitamente. "La cosa più divertente - aggiunge John Krasinski - è stata scrivere indicazioni di regia come "Questo personaggio è tremendo al karaoke". E l'aspetto più eccitante è stato proprio che, dopo tutto ciò, non c'era più bisogno di una particolare abilità nel canto. Poi, quando abbiamo tirato fuori "Dancing in the Dark" di Bruce Springsteen, abbiamo subito realizzato che era la canzone perfetta, davvero fenomenale".
C'è anche un'altro momento di "Promised Land" che pare fatto apposta per rendere evidente il debito d'ispirazione nei confronti dell'universo springsteeniano: a un certo punto, infatti, c'è una sequenza nella quale Bruce Springsteen viene menzionato durante un dialogo tra i protagonisti. A ulteriore conferma di quanto il rapporto tra Springsteen e il cinema continui a essere fecondo e produttivo e di quanto la settima arte, in particolar modo se deve raccontare l'America oggi, continui a prendere da Bruce e dalla sua poetica.
sabato 15 dicembre 2012
A NAPOLI, SECONDA GIORNATA DI "COME ERAVAMO"
Seconda giornata, oggi sabato 15 dicembre al PAN – Palazzo delle Arti di Napoli (via dei Mille, 60), per il corso di formazione della FICC, la Federazione Italiana dei Circoli del Cinema, intitolato “Come eravamo. Il documentario antropologico italiano”.
Il programma si apre alle 11 con la proiezione del documentario “Midnight Bingo” (2011, 27’) di Antonio Longo. A seguire, incontro col regista e con Corrado Morra, presidente della scuola di cinema Pigrecoemme, che produce il lavoro.
Nel pomeriggio, alle 15.30, si vedrà il documentario dedicato al cinema di Luigi Di Gianni – il decano del “cinema del reale” italiano, ospite d’onore della manifestazione – dal titolo “La malattia dell’arcobaleno” (2006, 48’) di Simone Del Grosso, prodotto dal Circolo FICC Cinemaedarte e da Logic Film. Alle 17.30, quindi, presentazione del libro “Rapporto confidenziale. Luigi Di Gianni: cinema e vita”, con interventi dell’autore Enzo Lavagnini, dello stesso Di Gianni e di Pasquale Iaccio, Marco Asunis, Vincenzo Esposito, Diego Del Pozzo. Alle 19, la giornata si concluderà con una selezione di documentari classici diretti da Luigi Di Gianni: “Magia lucana” (1958, 18’); “La punidura” (1959, 12’); “Il male di San Donato” (1965, 10’); “La potenza degli spiriti” (1968, 18’); “La Madonna del Pollino” (1971, 18’).
Di Gianni, uno tra i maestri del cinema documentario italiano, è autore di una serie di film, in particolar modo quelli realizzati tra il 1958 e il 1971, che rappresentano un corpus unico nella storia del cinema italiano e, al tempo stesso, uno straordinario esempio di ricerca antropologica – applicata soprattutto alle tradizioni e ai luoghi del Mezzogiorno d’Italia – filtrata attraverso la sensibilità poetica dell’autore. Basti pensare all’esordio “Magia lucana” del 1958, arricchito dalla consulenza scientifica del grande antropologo Ernesto De Martino e premiato a Venezia in quello stesso anno.
“Come eravamo” – organizzata dalla FICC, in collaborazione con la Cineteca sarda, Pigrecoemme e le associazioni culturali Blackout e Porte Invisibili Media – si concluderà domani mattina presso la sede della scuola di cinema Pigrecoemme (piazza Portanova, 11). L’ingresso a tutte le attività è gratuito fino a esaurimento dei posti.
venerdì 14 dicembre 2012
DA OGGI A DOMENICA, A NAPOLI, "COME ERAVAMO"
Da oggi, venerdì 14, a domenica 16 dicembre, Napoli ospita il corso di formazione annuale della FICC, la Federazione Italiana dei Circoli del Cinema, la più longeva associazione di cultura cinematografica in Italia, fondata nel 1947 con lo scopo di salvaguardare e promuovere il patrimonio culturale cinematografico con particolare riferimento a quello italiano. I partecipanti arrivano da tutta Italia per assistere alle proiezioni e agli incontri in programma e per confrontarsi sul tema scelto per l’edizione di quest’anno, intitolata “Come eravamo. Il documentario antropologico italiano”.
Ospite d’onore della rassegna è il regista Luigi Di Gianni, uno tra i maestri del cinema documentario italiano, autore di una serie di film, in particolar modo quelli realizzati tra il 1958 e il 1971, che rappresentano un corpus unico nella storia del cinema italiano e, al tempo stesso, uno straordinario esempio di ricerca antropologica – applicata soprattutto alle tradizioni e ai luoghi del Mezzogiorno d’Italia – filtrata attraverso la sensibilità poetica dell’autore. Basti pensare all’esordio “Magia lucana” del 1958 (nella foto), arricchito dalla consulenza scientifica del grande antropologo Ernesto De Martino e premiato a Venezia in quello stesso anno.
“Come eravamo” – organizzata dalla FICC, in collaborazione con la Cineteca sarda, Pigrecoemme e le associazioni culturali Blackout e Porte Invisibili Media – propone, oltre ai film di Di Gianni (la cui opera sarà approfondita anche da un convegno, dalla presentazione del libro “Rapporto confidenziale. Luigi Di Gianni: cinema e vita” di Enzo Lavagnini e dal documentario “La malattia dell’arcobaleno” di Simone Del Grosso), anche una ricca selezione dei documentari antropologici di Vittorio De Seta (a cura della Mediateca Santa Sofia) e di Florestano Vancini (a cura della Fedic) e le proiezioni del recente “Midnight Bingo” (2011) di Antonio Longo (prodotto da Pigrecoemme) e dello storico “La taranta” (1962) di Gianfranco Mingozzi.
Le giornate di venerdì 14 e sabato 15 si svolgeranno presso il PAN (via dei Mille, 60), mentre domenica mattina la manifestazione si concluderà nella sede della scuola di cinema Pigrecoemme (in piazza Portanova, 11). L’ingresso a tutte le attività è gratuito fino a esaurimento dei posti.
Ecco il programma completo di “Come eravamo. Il documentario antropologico italiano”.
• 14 dicembre, PAN Palazzo delle Arti di Napoli.
Ore 12.00: Iscrizione al corso di formazione FICC (partecipazione gratuita e aperta a tutti).
Ore 15.30: Presentazione del corso. Interventi di Marco Asunis, Vincenzo Esposito, Pasquale Iaccio. Modera Diego Del Pozzo.
Ore 16.30: Omaggio a Luigi Di Gianni. Proiezione del documentario “La Madonna in cielo la “Matre” in terra” (2006, 53’) di Luigi Di Gianni. Incontro con il regista e dibattito.
Ore 18.00: Proiezione dei documentari di Vittorio De Seta “Lu tempu de li pisci spata” (1954, 11’), “Isole di fuoco” (1954, 11’), “Sulfarara” (1956, 10’). Presenta Francesco Napolitano (Mediateca Santa Sofia del Comune di Napoli).
Ore 19.00: “Florestano Vancini e autori Fedic alla ricerca della realtà umana anni ’50 e ’60”, a cura di Paolo Micalizzi. Proiezioni: “Tre canne un soldo” (1954, 10’) di Florestano Vancini; “Uomini soli” (1959, 17’) di Florestano Vancini; “Uomini del Delta” (1964, 12’) di Medini, Bonetti, Ferretti, Micalizzi (Cineclub Fedic Ferrara); “Roccadoria” (1961, 15’) di Scanu, Fara, Bredo (Cineclub Fedic Sassari).
• 15 dicembre, PAN Palazzo delle Arti di Napoli.
Ore 11.00: Proiezione del documentario “Midnight Bingo” (2011, 27’) di Antonio Longo. Incontro con il regista. Presenta Corrado Morra, presidente della Scuola di cinema Pigrecoemme di Napoli.
Ore 15.30: Proiezione del documentario sul cinema di Luigi Di Gianni “La malattia dell’arcobaleno” (2006, 48’) di Simone Del Grosso, prodotto dal Circolo FICC Cinemaedarte e da Logic Film.
Ore 17.30: Presentazione del libro “Rapporto confidenziale. Luigi Di Gianni: cinema e vita”. Intervengono l’autore Enzo Lavagnini, Luigi Di Gianni, Pasquale Iaccio, Marco Asunis, Vincenzo Esposito. Modera Diego Del Pozzo.
Ore 19.00: Proiezione dei documentari di Luigi Di Gianni: “Magia lucana” (1958, 18’); “La punidura” (1959, 12’); “Il male di San Donato” (1965, 10’); “La potenza degli spiriti” (1968, 18’); “La Madonna del Pollino” (1971, 18’). Incontro con il regista e dibattito.
• 16 dicembre, Scuola di cinema Pigrecoemme.
Ore 11.00: Proiezione del documentario “La taranta” (1962, 18’) di Gianfranco Mingozzi. Presenta Paolo Micalizzi.
Ore 11.30: Un bilancio sui tre anni di corsi di formazione della FICC dedicati al documentario. Intervento conclusivo di Vincenzo Esposito.
Ore 13.30: Chiusura dei lavori.
venerdì 7 settembre 2012
INTERVISTA (AGOSTANA) A LEONARDO DI COSTANZO
Questa che gli ho fatto a inizio agosto è la prima intervista rilasciata da Leonardo Di Costanzo sul suo film "L'intervallo", che in questi giorni ha riscosso grande successo alla Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia. Buona lettura. (d.d.p.)
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Di Diego Del Pozzo
(Il Mattino - 6 agosto 2012)
Dopo una carriera da documentarista capace di consacrarlo tra gli autori più rilevanti del “cinema del reale” europeo, il regista napoletano Leonardo Di Costanzo esordisce nel cinema di finzione alla prossima Mostra di Venezia, dove sarà presentato in anteprima, nella sezione Orizzonti, il suo L’intervallo, che verrà poi distribuito nelle sale il 5 settembre da Cinecittà Luce. Scritto assieme a Maurizio Braucci e Mariangela Barbanente, "è un racconto di amore spezzato e poesia calpestata, attraverso il quale – spiega Di Costanzo – ho voluto narrare le difficoltà di essere adolescenti nella periferia violenta di una metropoli contemporanea. L’ambientazione è napoletana, ma potrebbe essere ovunque vi sia una situazione di coercizione, in Iran come in un collegio svizzero, poiché in realtà la storia è universale".
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| Leonardo Di Costanzo sul set con i suoi attori |
Di che parla, dunque, L’intervallo?
"Di un ragazzo e una ragazza, Salvatore e Veronica, rinchiusi all’interno di un enorme edificio abbandonato di un quartiere popolare, dove l’uno deve sorvegliare l’altra: lei è la prigioniera, mentre lui è obbligato dal capoclan di zona a fare da carceriere. Malgrado la giovane età, entrambi sono troppo cresciuti, ma in realtà restano vittime di una situazione più grande di loro. Col trascorrere delle ore, l’ostilità reciproca si trasforma in inevitabile intimità, fatta di scoperte e confessioni. Così, tra le mura di quel luogo isolato e spaventoso, Veronica e Salvatore trovano un loro modo di riaccendere sogni e suggestioni di un’adolescenza messa troppo in fretta da parte".
Quasi tutto il film si regge sulle spalle di due giovani interpreti non professionisti, Alessio Gallo e Francesca Riso, che lei ha selezionato al termine di un processo lungo e articolato. Com’è andata?
"Quando abbiamo iniziato a scrivere, ci è apparso subito chiaro che avremmo dovuto pensare la sceneggiatura in modo da lasciare poi spazio agli attori, affinché la adattassero a sé, arricchendo i caratteri e le vicende col loro vissuto e la loro lingua. Perciò, fin dall’inizio, ho deciso che i due protagonisti sarebbero stati non professionisti. Grazie alla collaborazione del Teatro Stabile di Napoli e attraverso scuole e associazioni di educatori, ho incontrato circa 200 adolescenti di quartieri popolari napoletani e, con l’aiuto di Antonio Calone e Alessandra Cutolo, ne ho selezionati una dozzina, più o meno sei coppie di possibili protagonisti. Abbiamo lavorato con questi ragazzi per oltre tre mesi, senza mai mettere mano alla sceneggiatura. E, soltanto quando le scelte si erano ristrette a due coppie, abbiamo iniziato a lavorare sul testo, traducendo in napoletano i dialoghi e raccogliendo le suggestioni degli attori, che li hanno arricchiti e resi più aderenti al loro mondo".
Qual è stato l’elemento più complesso di questo metodo di lavoro?
"La cosa più difficile del lungo laboratorio di coaching per la recitazione improvvisata non è stata soltanto individuare i più bravi, ma anche quelli con la chimica migliore tra di loro, poiché sulla loro relazione si regge l’intero film. E poi, essendo adolescenti non professionisti, dovevamo assicurarci che fossero in grado di assumersi questo impegno gravoso fino in fondo con impegno e disponibilità, proprio come poi hanno fatto Francesca e Alessio".
Lei oggi vive tra Parigi e Napoli, ma ha deciso di girare l’intero film nella sua città d’origine.
"Che, però, si percepisce da lontano, poiché L’intervallo è girato quasi integralmente all’interno dell’ex ospedale psichiatrico “Leonardo Bianchi”, un insediamento di 200mila metri quadrati, realizzato nel Diciannovesimo secolo e ormai abbandonato da anni. Anche la presenza della camorra è intesa come elemento di coercizione sul territorio, ma la storia avrei potuto ambientarla tranquillamente ovunque nel mondo".
Com’è maturato il passaggio dal documentario alla finzione e quali differenze ha riscontrato tra queste due modalità di cinema?
"Mi sembrava che fosse il momento giusto per affidarmi a personaggi “esterni”. Rispetto al documentario è tutto più difficile: devi coinvolgere subito tante altre persone e, soprattutto, devi essere a conoscenza di ogni minimo dettaglio, col rischio di perdere la capacità di farti sorprendere dalla realtà circostante. Anche stavolta, comunque, ho lasciato intatta la mia curiosità nei confronti di quella dimensione inesauribile di ispirazione che è il reale, con enorme fiducia nelle sue infinite possibilità narrative".
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