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sabato 5 ottobre 2019
GRAPHIC JOURNALISM: RIZZO & BONACCORSO "... A CASA NOSTRA"
Di Diego Del Pozzo
Nell’ambito della manifestazione “Ricomincio dai libri”, alle 18 alla fondazione FoQus nei
Quartieri spagnoli di Napoli, lo sceneggiatore Marco Rizzo presenta assieme a Laura
Marmorale e Paquito Catanzaro il suo nuovo, notevole graphic novel … A casa nostra –
Cronaca da Riace, scritto da lui e disegnato da Lelio Bonaccorso per
Feltrinelli Comics (112 pagine a colori, 16 euro).
In questo seguito ideale del
loro precedente lavoro, Salvezza, Rizzo e Bonaccorso tornano a raccontare
storie di migranti e immigrati in fuga dall’Africa verso l’Italia. Ma stavolta,
la loro inchiesta a fumetti (perché … A casa nostra – Cronaca da Riace è un
ottimo esempio di graphic journalism) lascia la nave Aquarius e il mar
Mediterraneo per approdare in Calabria, una tra le regioni italiane meridionali
dove più drammatica è l’assenza di futuro per i suoi giovani e, al tempo
stesso, più vivace è la rete dell’accoglienza verso chi arriva in Italia alla
ricerca della salvezza o di un’esistenza migliore.
Gli autori, con un’intervista
a Mimmo Lucano e le testimonianze di migranti e operatori, ricostruiscono così
vicende di successi e tragedie, incubi burocratici e orrori quotidiani,
concentrandosi in particolare su tre esempi di accoglienza “all’italiana”: quel
“modello Riace” ormai smantellato, il caso virtuoso di Gioiosa Ionica e il buco
nero dei diritti della baraccopoli di San Ferdinando a due passi da Rosarno.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
giovedì 11 maggio 2017
UN MIO RICORDO DI MINO ARGENTIERI
Di Diego Del Pozzo
Chiunque abbia seguito i corsi universitari di Storia del cinema con Mino Argentieri all'Orientale di Napoli conosce molto bene le "mitiche" dispense che riproduco qui sotto. Oggi il Comune di Napoli, su iniziativa dell'assessore alla cultura Nino Daniele, ricorda Mino a poco meno di due mesi dalla sua scomparsa (avvenuta il 22 marzo), nel corso di un incontro aperto ai suoi ex studenti, amici, collaboratori. E ho pensato che poteva essere bello lasciare anche qui un mio ricordo personale dell'uomo che - come scrissi al momento della sua morte - ha cambiato per sempre il corso della mia vita.
All'epoca, infatti, al mio terzo anno di università all'Orientale, da studente presso la Facoltà di Scienze politiche, ero già impegnato nella mia tesi di laurea in Storia sociale con un altro professore per me molto importante come lo storico Paolo Frascani (un'avvincente tesi sul commercio ad Aversa durante l'Ottocento!!!) e la mia vita futura mi sembrava già piuttosto indirizzata verso la ricerca storica o, chissà, l'insegnamento di materie collegate. Poi, però, appena iniziai a seguire il corso di Mino (che ero riuscito a inserire, biennalizzandolo, nel piano di studi, sfidando la burocrazia universitaria, poiché era un esame di un'altra Facoltà), impazzii letteralmente, mollai tutto e capii che cosa avrei voluto fare davvero nella vita. Così, andai da Frascani (che, per fortuna, all'epoca era anche il preside di Scienze politiche e che poi mi sarei ritrovato, piacevolmente, come presidente in commissione di laurea) e mi scusai con lui, spiegandogli le mie ragioni. Fui anche fortunato, perché lui era il classico storico illuminato, tra l'altro figlio di un grande critico teatrale e cinematografico come Federico Frascani. Quindi, anche per la stima profonda nei confronti di Mino, non mi creò nessun problema e mi autorizzò a procedere subito in quel nuovo percorso di laurea, che poi rappresentò semplicemente l'inizio di ciò che mi avrebbe aspettato in futuro. Senza aver conosciuto Mino, dunque, quasi certamente la mia vita professionale oggi sarebbe completamente diversa.
Il ricordo che voglio condividere qui, però, è di tutt'altro genere e riguarda un uomo che, alla soglia dei 70 anni, scoprì il videoregistratore e iniziò a costruirsi la propria videoteca, con l'entusiasmo di un fanciullo. Per tutta la vita, infatti, Mino aveva sempre visto i film al cinema e quelli necessari alle sue ricerche recandosi alla Cineteca nazionale oppure presso qualche altra istituzione amica, quasi sempre comunque direttamente in pellicola. Nonostante ciò, per tutta la sua carriera universitaria a Napoli, durata più di 25 anni, aveva provveduto a far registrare ai tecnici dei nostri laboratori audiovisivi, con una precisione vicina alla pignoleria, qualsiasi film venisse trasmesso dai canali televisivi pubblici, privati, free e poi a pagamento, riuscendo così a creare da zero quello che, negli anni, era diventato il più grande archivio audiovisivo universitario italiano (credo che al suo picco abbia oltrepassato i 20mila titoli!!!), oggi purtroppo andato completamente perduto nel disinteresse generale. Si trattava di videocassette Beta e poi Vhs che noi studenti potevamo visionare, oltre che nelle aule durante i corsi regolari, anche nelle tante postazioni video presenti ai laboratori. E tanti di noi (compreso il sottoscritto) hanno costruito così la propria cultura cinematografica, trascorrendo intere giornate a divorare film in quella che, in pratica, era diventata la nostra seconda casa!
Ebbene, il ricordo riguardante Mino e la nascita della sua videoteca casalinga va situato intorno alla metà degli anni Novanta, all'epoca degli ultimi anni della sua frequentazione napoletana da pendolare in arrivo col treno da Roma due volte alla settimana, a cavallo tra la mia laurea e gli anni appena successivi nei quali collaboravo informalmente con la sua cattedra e, comunque, continuavo a gravitare lì intorno semplicemente per fare due chiacchiere con lui e, magari, costruire assieme qualche progetto culturale o qualche saggio per la sua storica rivista "Cinemasessanta".
Accadde, dunque, che Mino comprò finalmente un videoregistratore. E accadde che io e un altro paio di amici o ex amici, laureati come me presso la sua cattedra, gli spiegammo che a Napoli esisteva un mercatino nei pressi della stazione dove si potevano trovare autentiche chicche cinéphile a prezzi irrisori (ovviamente, parlo della Duchesca!). Lì dentro, infatti, arrivavano regolarmente tutte le collane vhs da edicola che in quegli anni proliferavano (chi ricorda le tante de "L'Unità" veltroniana?), ma anche migliaia di altri titoli acquistati dai bancarellai alle aste fallimentari e, dunque, venduti poi a prezzi bassissimi (spesso con tanto di scontrino). Non roba falsa, insomma, ma materiali provenienti da circuiti distributivi alternativi, seppur legali.
Ricordo come fosse oggi la prima volta di Mino in mezzo alla Duchesca. Fermo di fronte a quelle bancarelle stracolme di film di tutti i tipi si guardava intorno con l'eccitazione di un bambino, con gli occhi che sbirciavano ovunque, da un western classico americano a un raro Mizoguchi d'epoca, da una commedia italiana dei telefoni bianchi a Truffaut e Welles, dall'Hitchcock del periodo muto ad Antonioni e Germi. Ogni volta non credeva ai suoi occhi e, ben presto, fece diventare quell'appuntamento una tappa irrinunciabile di quello che divenne un percorso fisso dalla stazione all'università (rigorosamente a piedi, per poter chiacchierare più a lungo, senza fretta). La giornata iniziava con me che lo aspettavo alla stazione di Aversa (l'ultima prima di Napoli) e lui che, sul treno proveniente da Roma, s'affacciava al finestrino e mi salutava per indicarmi la carrozza nella quale era seduto. Proseguivamo assieme per quell'ultimo quarto d'ora di tragitto, fino alla stazione centrale di Napoli, dove ci attendevano gli altri nostri compagni di passeggiata. La prima tappa era presso una minuscola bancarella spuntata all'improvviso in piazza Garibaldi (lui definiva l'omone che la gestiva "il nostro amico") e misteriosamente sempre fornita di chicche rarissime (una volta, Mino mi fregò sul tempo un'ultima copia in vhs fuori commercio de "L'arpa birmana"!). Poi, sempre camminando lentissimi e fermandoci ogni due minuti per chiacchierare meglio, ci tuffavamo nell'affollato e chiassoso mercatino della Duchesca, da dove Mino fuoriusciva ogni volta con la sua borsa ben più pesante rispetto a poco prima. L'itinerario, quindi, proseguiva lungo l'intero Rettifilo (corso Umberto I, per i non napoletani) fino ai laboratori situati a piazza Borsa (dove ora si trova la fermata Università della metropolitana nuova). Qui, Mino provvedeva a fare lezione e ricevimento, mentre noi lo attendevamo per l'immancabile pizza e poi per riaccompagnarlo alla stazione, dove avrebbe preso il treno per ritornare a Roma, sempre a piedi e sempre immersi in nuove lunghe e avvincenti chiacchierate su qualsiasi argomento.
Ecco come Mino, a 70 anni suonati ma con l'entusiasmo di un giovane innamorato (del cinema), costruì la propria videoteca!
© RIPRODUZIONE RISERVATA
domenica 5 febbraio 2012
CHI FA PIU' RIDERE? "CIAO, AL" OPPURE "CIAO, GIUSEPPE"?
Indovinate un po' quale tra questi due video è serio (si fa per dire) e quale, invece, una parodia?
Ai posters (direbbero gli inglesi) l'ardua sentenza...
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Ai posters (direbbero gli inglesi) l'ardua sentenza...
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martedì 10 gennaio 2012
IL PREGIUDIZIO E LA REDENZIONE
Di Diego Del Pozzo
Oggi, il produttore e regista cinematografico Gaetano Di Vaio, della factory partenopea Figli del Bronx, avrebbe dovuto essere presente nel carcere di Poggioreale alla tappa del Mala Vista Social Tour prevista all’interno dell’istituto di pena partenopeo per la platea dei reclusi comuni: in programma i due atti dello show da lui prodotto, cioè il film Radici di Carlo Luglio con Enzo Gragnaniello e il successivo concerto dello stesso musicista con la sua band. Ieri pomeriggio, però, al momento di ritirare i pa
ss di accesso per l’appuntamento odierno, ai collaboratori di Di Vaio (qui, nella foto, assieme al regista Abel Ferrara) è stato negato proprio quello a lui intestato, senza alcuna motivazione ufficiale. E chi conosca un minimo il turbolento passato remoto del cineasta napoletano - a sua volta recluso a Poggioreale fino al 1998 per reati connessi alla tossicodipendenza, poi trasformatosi negli anni, dopo un duro lavoro su se stesso, in esempio vivente di uomo capace di migliorare la propria vita grazie all’arte e alla cultura - non può far altro che pensar male.
Pregiudizio bello e buono o errore dovuto a eccessiva rigidità? In ogni caso, Di Vaio - autore in prima persona del poetico e dolente documentario Il loro Natale, che ricostruisce la cupa quotidianità delle mogli di chi è recluso proprio a Poggioreale - non ci sta. “Evidentemente, per loro - attacca, amareggiato - resto ancora un pregiudicato. Si prendono, però, l’opera che questo pregiudicato ha prodotto, negandomi il diritto di partecipare. Ma, allora, io che cosa dovrei fare? Negare a loro di utilizzare il mio prodotto? Che, tra l’altro, gli è stato offerto gratuitamente. Mi sembra chiaro che per questa gente conta soltanto il mio antico passato. Io penso, invece, che nel tribunale di sorveglianza di Napoli e nel carcere di Poggioreale dovrebbero essere fieri di ospitare un evento così importante, realizzato da uno che prima faceva la stessa vita degli attuali reclusi. Soprattutto in un luogo come Poggioreale. Forse, anzi, la mia nuova esperienza di vita avrebbe potuto essere interessante per qualche detenuto e magari, chissà, fargli balenare davanti agli occhi, grazie a un esempio concreto, la possibilità di un’alternativa realmente esistente”.
Nelle parole di Gaetano Di Vaio c’è una fortissima amarezza, quasi un senso di tradimento. “Io sto solo portando cultura in carcere - aggiunge - perché non dimentico da dove vengo. E, oggi che ho un minimo di strumenti culturali a disposizione, trovo sacrosanto andare in un luogo come Poggioreale, dove diritti e cultura non esistono. Tra l’altro, in ormai otto anni di attività produttiva, questa cosa mi succede per la prima volta, poiché in questo periodo sono stato spesso all’interno di diverse altre carceri italiane, per proiettare i miei film o partecipare ad altre iniziative socio-culturali, senza alcun problema. Insomma, sono davvero profondamente amareggiato”. A rendere la vicenda ancora più paradossale contribuisce il ricordo della proiezione dello scorso anno del documentario di Di Vaio Il loro Natale nella sede del tribunale di Napoli, dove fu lodato da tutti i rappresentanti istituzionali presenti in sala all’epoca.
ss di accesso per l’appuntamento odierno, ai collaboratori di Di Vaio (qui, nella foto, assieme al regista Abel Ferrara) è stato negato proprio quello a lui intestato, senza alcuna motivazione ufficiale. E chi conosca un minimo il turbolento passato remoto del cineasta napoletano - a sua volta recluso a Poggioreale fino al 1998 per reati connessi alla tossicodipendenza, poi trasformatosi negli anni, dopo un duro lavoro su se stesso, in esempio vivente di uomo capace di migliorare la propria vita grazie all’arte e alla cultura - non può far altro che pensar male.Pregiudizio bello e buono o errore dovuto a eccessiva rigidità? In ogni caso, Di Vaio - autore in prima persona del poetico e dolente documentario Il loro Natale, che ricostruisce la cupa quotidianità delle mogli di chi è recluso proprio a Poggioreale - non ci sta. “Evidentemente, per loro - attacca, amareggiato - resto ancora un pregiudicato. Si prendono, però, l’opera che questo pregiudicato ha prodotto, negandomi il diritto di partecipare. Ma, allora, io che cosa dovrei fare? Negare a loro di utilizzare il mio prodotto? Che, tra l’altro, gli è stato offerto gratuitamente. Mi sembra chiaro che per questa gente conta soltanto il mio antico passato. Io penso, invece, che nel tribunale di sorveglianza di Napoli e nel carcere di Poggioreale dovrebbero essere fieri di ospitare un evento così importante, realizzato da uno che prima faceva la stessa vita degli attuali reclusi. Soprattutto in un luogo come Poggioreale. Forse, anzi, la mia nuova esperienza di vita avrebbe potuto essere interessante per qualche detenuto e magari, chissà, fargli balenare davanti agli occhi, grazie a un esempio concreto, la possibilità di un’alternativa realmente esistente”.
Nelle parole di Gaetano Di Vaio c’è una fortissima amarezza, quasi un senso di tradimento. “Io sto solo portando cultura in carcere - aggiunge - perché non dimentico da dove vengo. E, oggi che ho un minimo di strumenti culturali a disposizione, trovo sacrosanto andare in un luogo come Poggioreale, dove diritti e cultura non esistono. Tra l’altro, in ormai otto anni di attività produttiva, questa cosa mi succede per la prima volta, poiché in questo periodo sono stato spesso all’interno di diverse altre carceri italiane, per proiettare i miei film o partecipare ad altre iniziative socio-culturali, senza alcun problema. Insomma, sono davvero profondamente amareggiato”. A rendere la vicenda ancora più paradossale contribuisce il ricordo della proiezione dello scorso anno del documentario di Di Vaio Il loro Natale nella sede del tribunale di Napoli, dove fu lodato da tutti i rappresentanti istituzionali presenti in sala all’epoca.
lunedì 14 novembre 2011
CI VORRANNO ANNI PER RIPRENDERSI DAL BERLUSCONISMO
Di Francesco Merlo
(La Repubblica - 13 novembre 2011)
(La Repubblica - 13 novembre 2011)
È la normalità, la tanto attesa normalità, che ha reso storica la lunga giornata di ieri anche se ci vorrebbe un governo Monti delle anime e dei sentimenti e dei valori per liberare l'Italia dal berlusconismo. Nessuno dunque si illuda che sia davvero scaduto il tempo. Certo, alla Camera lo hanno giubilato, gli hanno fatto un applauso da sipario: è così che si chiude e si dimentica, con l'applauso più forte e più fragoroso che è sempre il definitivo.
Poi Napolitano è riuscito a dare solennità anche all'addio di Berlusconi che sino all'altro ieri si era comportato da genio dell'impunità inventando le dimissioni a rate. Che lui nascondesse una fregatura sotto forma di sorpresa è stato il brivido di ieri, e difatti, inconsapevolmente, nessuno si è lasciato troppo andare e la festa, sino all'annuncio ufficiale delle dimissioni, più che sobria è stata cauta. Di sicuro Berlusconi non ha avuto il lieto fine. Entrato in scena cantando "My Way" ne è uscito con lo Zarathustra che premia "il folgorante destino di chi tramonta".
Dunque non c'è stato il 25 luglio, non la fuga dei Savoia né la fine della Dc, né tanto meno la tragedia craxiana, nessuno ha mangiato mortadella in Parlamento come avvenne quando cadde Prodi, non c'è stato neppure l'addio ai monti di Renzo anche se nessuno sa cosa farà Berlusconi, se rimarrà in Italia o invece andrà in uno dei degli ospedali che dice di avere regalato nei luoghi del Terzo Mondo. Tutti parlano, probabilmente a vanvera, di una trattativa parallela e coperta sui processi, di un salvacondotto e di un'amnistia che non hanno mai riguardato in Italia reati come la corruzione e lo sfruttamento della prostituzione. In un Paese normale la rimozione di un capo non produce mai sconquassi e siamo sicuri che il pedaggio che paghiamo alla normalità non sarà l'enorme anormalità di un pasticcio giuridico.
È comunque certo che, anche se Berlusconi si rifugiasse ad Antigua, per molto tempo rimarrà tra noi come categoria dello spirito. Ecco perché ci vorrebbe una banca centrale della civiltà per commissariare il Paese dove Berlusconi "ha tolto l'aureola a tutte le attività fino a quel momento rispettate e piamente considerate. Ha trasformato il medico, il giurista, il prete, il poeta, l'uomo di scienza in salariati da lui dipendenti".
Dunque neppure nello storico giorno in cui è stato accompagnato fuori con il suo grumo di rancore invincibile e lo sguardo per sempre livido, è stato possibile accorarsi e simpatizzare. Non c'è da intonare il requiem di Mozart o di Brahms per l'uomo più ricco d'Italia che ha comprato metà del Parlamento e ha ordinato di approvare almeno 25 leggi ad personam. E ha terremotato lo Stato infilandovi dentro la Lega antistatale e secessionista. E mentre i suoi ministri leghisti attaccavano la bandiera e l'unità dello Stato, Berlusconi organizzava la piazza contro i tribunali di Stato, la Corte costituzionale, il capo dello Stato. Anche il federalismo non ha preso, come negli Usa e in Germania, la forma dello Stato ma dell'attacco al cuore dello Stato. Avevamo avuto di tutto nella storia: mai lo statista che lavorava per demolire lo Stato. Quanto tempo ci vorrà per rilegittimare i servitori dello Stato, dai magistrati ai partiti politici, dagli insegnanti ai bidelli ai poliziotti senza soldi e con le volanti a secco?
E quante generazioni ci vorranno per restituire un po' di valore all'università, alla scuola e alla cultura che Berlusconi ha depresso e umiliato: contro i maestri, contro gli insegnanti, contro tutti i dipendenti pubblici considerati la base elettorale del centrosinistra, e contro la scuola pubblica, contro il liceo classico visto come fucina di comunisti. E ha degradato la più grande casa editrice del Paese a strumento di propaganda (escono in questi giorni i saggi di Alfano, Sacconi, Bondi, Lupi...). Ha corrotto una grande quantità di giornalisti come mai era avvenuto. Ha definitivamente distrutto la Rai affidata ad una gang di male intenzionati che hanno manipolato, cacciato via i dissidenti, lavorando in combutta con i concorrenti di Mediaset. E con i suoi giornali e le sue televisioni ha sfigurato il giornalismo di destra che aveva avuto campioni del calibro di Longanesi e Montanelli. Con lui la faziosità militante è diventata macchina del fango. Testate storiche sono state ridotte a rotocalchi agiografici. E ha smoderato i moderati, ha liberato i mascalzoni dando dignità allo spavaldo malandrino, ai Previti e ai Verdini, ai pregiudicati, e c'è un po' di Lavitola, di Lele Mora e di Tarantini in tutti quelli che gli stanno intorno, anche se ora li chiama traditori. Berlusconi, che fu il primo a circondarsi di creativi, di geniacci come Freccero e Gori ha umiliato la modernità dei nuovi mestieri, della sua stessa comitiva, l'idea di squadra che all'esordio schierava a simbolo Lucio Colletti e alla fine ha schierato a capibranco Tarantini, Ponzellini, Anemone, Bisignani, Papa, Scajola, Bertolaso, Dell'Utri, Verdini, Romani, Cosentino. Eroi dei giornali di destra sono stati Igor Marini e Pio Pompa. I campioni dell'informazione berlusconiana in tv sono Vespa, Fede e Minzolini. Persino il lessico è diventato molto più volgare, il berlusconismo ha introdotto nelle istituzioni lo slang lavitolese, malavitoso e sbruffone. E'stato il governo del dito medio e del turpiloquio, è aumentato lo 'spread' tra la lingua italiana e la buona educazione.
E la corruzione è diventata sacco di Stato e basta pensare agli appalti per la ricostruzione dell'Aquila, assegnati tra le risate della cricca. Berlusconi ha dissolto "tutti i tradizionali e irrigiditi rapporti sociali, con il loro corollario di credenze e venerati pregiudizi. E tutto ciò che era solido e stabile è stato scosso, tutto ciò che era sacro è stato profanato". Persino la bestemmia è diventata simonia spicciola, ufficialmente perdonata dalla Chiesa in cambio di privilegi, scuole e mense. Toccò, nientemeno, a monsignor Rino Fisichella spiegare che, sì, la legge di Dio è legge di Dio, ma "in alcuni casi, occorre "contestualizzare" anche la bestemmia". E quanto ci vorrà per far dimenticare la diplomazia del cucù e delle corna, lo slittamento dal tradizionale atlantismo verso i paesi dell'ex Unione Sovietica, la speciale amicizia con i peggiori satrapi del mondo?
E mai c'era stata una classe dirigente maschile così in arretrato di femmina verrebbe da dire con il linguaggio dell'ex premier: femmina d'alcova, esibita e valutata come una giumenta, con il Tricolore sostituito con quella grottesca statuetta di Priapo in erezione che circolava - ricordate? - nelle notti di Arcore. Persino il mito maschile della donna perduta e nella quale perdersi, persino la malafemmina italiana è stata guastata da Berlusconi, ridotta a ragazza squillo della politica: l'utilitaria, il mutuo, seimila euro, l'appartamentino, un posto di deputato e forse di ministro per lucrare il compenso - "il regalino" - agli italiani. Lo scandalo del berlusconismo non è stato comprare sesso in un mondo dove tutto è in vendita ma nel pagare con pezzi di Stato, nell'uso della prostituzione per formare il personale politico e selezionare la classe dirigente. E non è finita: se la prostituzione ha cambiato la politica, anche la politica ha cambiato la prostituzione. La Maddalena ha perso la densità morale che fu una forza della nostra civiltà, è diventata la scialba ragazzotta rifatta dal chirurgo ed educata dalla mamma-maitresse a darla via a tariffa.
Il berlusconismo è stato l'autobiografia della nazione per dirla con Gobetti, non un accidente della storia. Non basta certo una giornata solennemente normale per liberarcene. C'è bisogno di anni di giornate normali. E per la prima volta non saranno gli storici a mettere in ordine gli archivi di un'epoca. Ci vorranno gli antropologi per classificare il berlusconismo come involuzione della specie italiana, perché anche noi, che siamo stati contro, l'abbiamo avuto addosso: "Non temo il Berlusconi in sé - cantava Gaber - ma il Berlusconi in me".
Poi Napolitano è riuscito a dare solennità anche all'addio di Berlusconi che sino all'altro ieri si era comportato da genio dell'impunità inventando le dimissioni a rate. Che lui nascondesse una fregatura sotto forma di sorpresa è stato il brivido di ieri, e difatti, inconsapevolmente, nessuno si è lasciato troppo andare e la festa, sino all'annuncio ufficiale delle dimissioni, più che sobria è stata cauta. Di sicuro Berlusconi non ha avuto il lieto fine. Entrato in scena cantando "My Way" ne è uscito con lo Zarathustra che premia "il folgorante destino di chi tramonta".
È comunque certo che, anche se Berlusconi si rifugiasse ad Antigua, per molto tempo rimarrà tra noi come categoria dello spirito. Ecco perché ci vorrebbe una banca centrale della civiltà per commissariare il Paese dove Berlusconi "ha tolto l'aureola a tutte le attività fino a quel momento rispettate e piamente considerate. Ha trasformato il medico, il giurista, il prete, il poeta, l'uomo di scienza in salariati da lui dipendenti".
Dunque neppure nello storico giorno in cui è stato accompagnato fuori con il suo grumo di rancore invincibile e lo sguardo per sempre livido, è stato possibile accorarsi e simpatizzare. Non c'è da intonare il requiem di Mozart o di Brahms per l'uomo più ricco d'Italia che ha comprato metà del Parlamento e ha ordinato di approvare almeno 25 leggi ad personam. E ha terremotato lo Stato infilandovi dentro la Lega antistatale e secessionista. E mentre i suoi ministri leghisti attaccavano la bandiera e l'unità dello Stato, Berlusconi organizzava la piazza contro i tribunali di Stato, la Corte costituzionale, il capo dello Stato. Anche il federalismo non ha preso, come negli Usa e in Germania, la forma dello Stato ma dell'attacco al cuore dello Stato. Avevamo avuto di tutto nella storia: mai lo statista che lavorava per demolire lo Stato. Quanto tempo ci vorrà per rilegittimare i servitori dello Stato, dai magistrati ai partiti politici, dagli insegnanti ai bidelli ai poliziotti senza soldi e con le volanti a secco?
E quante generazioni ci vorranno per restituire un po' di valore all'università, alla scuola e alla cultura che Berlusconi ha depresso e umiliato: contro i maestri, contro gli insegnanti, contro tutti i dipendenti pubblici considerati la base elettorale del centrosinistra, e contro la scuola pubblica, contro il liceo classico visto come fucina di comunisti. E ha degradato la più grande casa editrice del Paese a strumento di propaganda (escono in questi giorni i saggi di Alfano, Sacconi, Bondi, Lupi...). Ha corrotto una grande quantità di giornalisti come mai era avvenuto. Ha definitivamente distrutto la Rai affidata ad una gang di male intenzionati che hanno manipolato, cacciato via i dissidenti, lavorando in combutta con i concorrenti di Mediaset. E con i suoi giornali e le sue televisioni ha sfigurato il giornalismo di destra che aveva avuto campioni del calibro di Longanesi e Montanelli. Con lui la faziosità militante è diventata macchina del fango. Testate storiche sono state ridotte a rotocalchi agiografici. E ha smoderato i moderati, ha liberato i mascalzoni dando dignità allo spavaldo malandrino, ai Previti e ai Verdini, ai pregiudicati, e c'è un po' di Lavitola, di Lele Mora e di Tarantini in tutti quelli che gli stanno intorno, anche se ora li chiama traditori. Berlusconi, che fu il primo a circondarsi di creativi, di geniacci come Freccero e Gori ha umiliato la modernità dei nuovi mestieri, della sua stessa comitiva, l'idea di squadra che all'esordio schierava a simbolo Lucio Colletti e alla fine ha schierato a capibranco Tarantini, Ponzellini, Anemone, Bisignani, Papa, Scajola, Bertolaso, Dell'Utri, Verdini, Romani, Cosentino. Eroi dei giornali di destra sono stati Igor Marini e Pio Pompa. I campioni dell'informazione berlusconiana in tv sono Vespa, Fede e Minzolini. Persino il lessico è diventato molto più volgare, il berlusconismo ha introdotto nelle istituzioni lo slang lavitolese, malavitoso e sbruffone. E'stato il governo del dito medio e del turpiloquio, è aumentato lo 'spread' tra la lingua italiana e la buona educazione.
E la corruzione è diventata sacco di Stato e basta pensare agli appalti per la ricostruzione dell'Aquila, assegnati tra le risate della cricca. Berlusconi ha dissolto "tutti i tradizionali e irrigiditi rapporti sociali, con il loro corollario di credenze e venerati pregiudizi. E tutto ciò che era solido e stabile è stato scosso, tutto ciò che era sacro è stato profanato". Persino la bestemmia è diventata simonia spicciola, ufficialmente perdonata dalla Chiesa in cambio di privilegi, scuole e mense. Toccò, nientemeno, a monsignor Rino Fisichella spiegare che, sì, la legge di Dio è legge di Dio, ma "in alcuni casi, occorre "contestualizzare" anche la bestemmia". E quanto ci vorrà per far dimenticare la diplomazia del cucù e delle corna, lo slittamento dal tradizionale atlantismo verso i paesi dell'ex Unione Sovietica, la speciale amicizia con i peggiori satrapi del mondo?
E mai c'era stata una classe dirigente maschile così in arretrato di femmina verrebbe da dire con il linguaggio dell'ex premier: femmina d'alcova, esibita e valutata come una giumenta, con il Tricolore sostituito con quella grottesca statuetta di Priapo in erezione che circolava - ricordate? - nelle notti di Arcore. Persino il mito maschile della donna perduta e nella quale perdersi, persino la malafemmina italiana è stata guastata da Berlusconi, ridotta a ragazza squillo della politica: l'utilitaria, il mutuo, seimila euro, l'appartamentino, un posto di deputato e forse di ministro per lucrare il compenso - "il regalino" - agli italiani. Lo scandalo del berlusconismo non è stato comprare sesso in un mondo dove tutto è in vendita ma nel pagare con pezzi di Stato, nell'uso della prostituzione per formare il personale politico e selezionare la classe dirigente. E non è finita: se la prostituzione ha cambiato la politica, anche la politica ha cambiato la prostituzione. La Maddalena ha perso la densità morale che fu una forza della nostra civiltà, è diventata la scialba ragazzotta rifatta dal chirurgo ed educata dalla mamma-maitresse a darla via a tariffa.
Il berlusconismo è stato l'autobiografia della nazione per dirla con Gobetti, non un accidente della storia. Non basta certo una giornata solennemente normale per liberarcene. C'è bisogno di anni di giornate normali. E per la prima volta non saranno gli storici a mettere in ordine gli archivi di un'epoca. Ci vorranno gli antropologi per classificare il berlusconismo come involuzione della specie italiana, perché anche noi, che siamo stati contro, l'abbiamo avuto addosso: "Non temo il Berlusconi in sé - cantava Gaber - ma il Berlusconi in me".
IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA DA' L'INCARICO A MONTI
Di Giorgio Napolitano
(Il Sole 24 Ore - 14 novembre 2011)
(Il Sole 24 Ore - 14 novembre 2011)
Ho incontrato i Presidenti del Senato e della Camera e i rappresentanti di tutti i gruppi parlamentari per raccogliere le loro opinioni sul modo di affrontare la crisi di governo apertasi con le dimissioni correttamente rassegnatemi dall'onorevole Berlusconi. A tutti ho esposto - riscontrando un clima riflessivo e pacato - il mio convincimento che sia nell'interesse generale del Paese sforzarsi di formare un Governo che possa ottenere il più largo appoggio in Parlamento. Su scelte urgenti di consolidamento della nostra situazione finanziaria e di miglioramento delle prospettive di crescita economica e di equità sociale per il Paese considerato nella sua unità.
L'urgenza di quelle scelte -
a partire dalla concretizzazione delle misure già concordate in sede europea - deriva dalla gravità della crisi finanziaria e dei pericoli di regressione economica dinanzi a cui si trovano l'Italia e l'Europa. La particolare fragilità del nostro Paese sta nell'altissimo debito pubblico accumulato nel passato. È un peso che - visto il fortissimo rialzo degli interessi sui nostri Buoni del Tesoro e il ristagnare dell'attività economica - rischia di mettere a dura prova l'impegno dello Stato. È perciò indispensabile recuperare la fiducia degli investitori e delle istituzioni europee, operando senza indugio nel senso richiesto. È una responsabilità che avvertiamo verso l'intera comunità internazionale, a tutela della stabilità della moneta comune e della stessa costruzione europea, oltre che delle prospettive di ripresa dell'economia mondiale. Da domani alla fine di aprile verranno a scadenza quasi duecento miliardi di euro di Buoni del Tesoro e bisognerà rinnovarli collocandoli sul mercato. Tentare in questo momento di evitare un precipitoso ricorso a elezioni anticipate e quindi un vuoto di governo, è un'esigenza su cui dovrebbero concordare tutte le forze politiche e sociali preoccupate delle sorti del Paese.
È in nome di questa esigenza che ho deciso di affidare al senatore professor Mario Monti l'incarico di formare un nuovo governo, aperto al sostegno e alla collaborazione da parte sia dello schieramento uscito vincente dalle elezioni del 2008 sia delle forze collocatesi all'opposizione. Lo schieramento vincente ha visto crescere negli ultimi tempi rotture e tensioni al suo interno e ridursi la sua base di maggioranza in Parlamento: come capo dello Stato ho seguito con scrupolosa imparzialità questo travaglio, rispettando il ruolo del presidente del Consiglio e del Governo, in uno spirito di leale cooperazione istituzionale.
Non si tratta ora di operare nessun ribaltamento del risultato delle elezioni del 2008 né di venir meno all'impegno di rinnovare la nostra democrazia dell'alternanza attraverso una libera competizione elettorale per la guida del Governo. Si tratta soltanto - a tre anni e mezzo dall'inizio della legislatura - di dar vita a un Governo che possa unire forze politiche diverse in uno sforzo straordinario che l'attuale emergenza finanziaria ed economica esige. Il confronto a tutto campo tra i diversi schieramenti riprenderà - senza che sia stata oscurata o confusa alcuna identità - appena la parola tornerà ai cittadini per l'elezione di un nuovo Parlamento.
Il tentativo che oggi propongo è difficile, lo so, dopo anni di contrapposizioni (...). Ma, rispettando le posizioni di tutti e le decisioni che in definitiva spetteranno al Parlamento, confido che si voglia largamente incoraggiare nell'incarico di formare il nuovo Governo il senatore professor Mario Monti, personalità indipendente, rimasta sempre estranea alla mischia politica, e al tempo stesso dotata di competenze ed esperienze che ne fanno una figura altamente conosciuta e rispettata (...).
È giunto il momento della prova, il momento del massimo senso di responsabilità. Non è tempo di rivalse faziose né di sterili recriminazioni. È ora di ristabilire un clima di maggiore serenità e reciproco rispetto. Operiamo tutti, nei prossimi mesi, per il bene comune, facendo uscire il paese dalla fase più acuta della crisi finanziaria. Questo, credo, è ciò che l'Italia si augura.
L'urgenza di quelle scelte -
È in nome di questa esigenza che ho deciso di affidare al senatore professor Mario Monti l'incarico di formare un nuovo governo, aperto al sostegno e alla collaborazione da parte sia dello schieramento uscito vincente dalle elezioni del 2008 sia delle forze collocatesi all'opposizione. Lo schieramento vincente ha visto crescere negli ultimi tempi rotture e tensioni al suo interno e ridursi la sua base di maggioranza in Parlamento: come capo dello Stato ho seguito con scrupolosa imparzialità questo travaglio, rispettando il ruolo del presidente del Consiglio e del Governo, in uno spirito di leale cooperazione istituzionale.
Non si tratta ora di operare nessun ribaltamento del risultato delle elezioni del 2008 né di venir meno all'impegno di rinnovare la nostra democrazia dell'alternanza attraverso una libera competizione elettorale per la guida del Governo. Si tratta soltanto - a tre anni e mezzo dall'inizio della legislatura - di dar vita a un Governo che possa unire forze politiche diverse in uno sforzo straordinario che l'attuale emergenza finanziaria ed economica esige. Il confronto a tutto campo tra i diversi schieramenti riprenderà - senza che sia stata oscurata o confusa alcuna identità - appena la parola tornerà ai cittadini per l'elezione di un nuovo Parlamento.
Il tentativo che oggi propongo è difficile, lo so, dopo anni di contrapposizioni (...). Ma, rispettando le posizioni di tutti e le decisioni che in definitiva spetteranno al Parlamento, confido che si voglia largamente incoraggiare nell'incarico di formare il nuovo Governo il senatore professor Mario Monti, personalità indipendente, rimasta sempre estranea alla mischia politica, e al tempo stesso dotata di competenze ed esperienze che ne fanno una figura altamente conosciuta e rispettata (...).
È giunto il momento della prova, il momento del massimo senso di responsabilità. Non è tempo di rivalse faziose né di sterili recriminazioni. È ora di ristabilire un clima di maggiore serenità e reciproco rispetto. Operiamo tutti, nei prossimi mesi, per il bene comune, facendo uscire il paese dalla fase più acuta della crisi finanziaria. Questo, credo, è ciò che l'Italia si augura.
venerdì 7 ottobre 2011
IL FILM SULLA NASCITA DEL MITO DI STEVE JOBS
Steve il sognatore contro Bill il razionale. Da una parte l'eccentrico e anticonformista fondatore della Apple Computer, dall'altra il freddo e concreto padre della Microsoft. E' I pirati della Silicon Valley, film americano del 1999, che racconta, in forma romanzata, la rivalità tra Jobs e Gates, agli albori della Silicon Valley. Pensato per la tv americana, è diretto da Martyn Burke e vede Noah Wyle, il popolare dottor Carter di E.R., nei panni di Steve Jobs e Anthony Michael Hall in quelli di Bill Gates.
Il film, come più volte dichiarato dal regista, non ha mai aspirato a essere una biografia dei personaggi rappresentati. Ma, a detta di Steve Wozniak, uno dei protagonisti, i ritratti e gli eventi narrati sono abbastanza affidabili. Nel giorno della scomparsa di Jobs, però, il film torna prepotentemente alla ribalta grazie a un aneddoto accaduto al Macworld Expo nell'anno di uscita della pellicola, l'ormai lontano 1999.
A mettere in piedi la scenetta sono stati lo stesso Jobs e Noah While, l'attore che lo interpretava sul set. A presentarsi sul palco per presentare le novità Apple fu proprio quest'ultimo. Solo in un secondo momento saltò fuori dalle quinte il vero Jobs, tra applausi e ilarità del pubblico. "E' un me migliore di me", commentò allora il fondatore di Apple, per nulla infastidito dalla sua rappresentazione cinematografica. "Arrabbiato io? - ha risposto allora alla provocazione dell'attore - E' solo un film. Ma se proprio vuoi mettere a posto le cose potresti farmi avere una piccola parte in E.R.".
La pellicola e' tratta dal libro Fire in the Valley, di Paul Freiberger e Michael Swaine. A narrare la storia sono i "numeri due" dei due colossi dell'informatica: Steve Wozniak, co-fondatore di Apple e Steve Ballmer, suo omologo sul fronte Microsoft.
In un arco di tempo compreso tra il 1976 e il 1984 viene descritta, anche se con diverse "libertà", la nascita del "mito" Apple, dai primi esperimenti nel garage di Jobs al successo dei computer della mela. Sull'altro fronte Gates riesce a convincere Ibm a istallare il suo sistema operativo, l'Ms-Dos, nei personal computer, macchine che "Big Blue" aveva creato quasi per caso senza pensare potessero avere un futuro.
Il film, come più volte dichiarato dal regista, non ha mai aspirato a essere una biografia dei personaggi rappresentati. Ma, a detta di Steve Wozniak, uno dei protagonisti, i ritratti e gli eventi narrati sono abbastanza affidabili. Nel giorno della scomparsa di Jobs, però, il film torna prepotentemente alla ribalta grazie a un aneddoto accaduto al Macworld Expo nell'anno di uscita della pellicola, l'ormai lontano 1999.
A mettere in piedi la scenetta sono stati lo stesso Jobs e Noah While, l'attore che lo interpretava sul set. A presentarsi sul palco per presentare le novità Apple fu proprio quest'ultimo. Solo in un secondo momento saltò fuori dalle quinte il vero Jobs, tra applausi e ilarità del pubblico. "E' un me migliore di me", commentò allora il fondatore di Apple, per nulla infastidito dalla sua rappresentazione cinematografica. "Arrabbiato io? - ha risposto allora alla provocazione dell'attore - E' solo un film. Ma se proprio vuoi mettere a posto le cose potresti farmi avere una piccola parte in E.R.".
La pellicola e' tratta dal libro Fire in the Valley, di Paul Freiberger e Michael Swaine. A narrare la storia sono i "numeri due" dei due colossi dell'informatica: Steve Wozniak, co-fondatore di Apple e Steve Ballmer, suo omologo sul fronte Microsoft.
In un arco di tempo compreso tra il 1976 e il 1984 viene descritta, anche se con diverse "libertà", la nascita del "mito" Apple, dai primi esperimenti nel garage di Jobs al successo dei computer della mela. Sull'altro fronte Gates riesce a convincere Ibm a istallare il suo sistema operativo, l'Ms-Dos, nei personal computer, macchine che "Big Blue" aveva creato quasi per caso senza pensare potessero avere un futuro.
Fonte: Ansa.
giovedì 6 ottobre 2011
BYE BYE STEVE JOBS (1955-2011) AND THANK YOU FOR ALL...
Ecco, qui di seguito, il testo integrale del "mitico" discorso pronunciato da Steve Jobs alla Stanford University di Palo Alto il 12 giugno 2005.
"Sono onorato di essere qui con voi oggi, nel giorno della vostra laurea presso una delle migliori università del mondo. Io non mi sono mai laureato. A dir la verità, questa è l’occasione in cui mi sono di più avvicinato a un conferimento di titolo accademico. Oggi voglio raccontarvi tre episodi della mia vita. Tutto qui, nulla di speciale. Solo tre storie.
La prima storia parla di “unire i puntini”. Ho abbandonato gli studi al Reed College dopo sei mesi, ma vi sono rimasto come imbucato per altri diciotto mesi, prima di lasciarlo definitivamente. Allora perché ho smesso? Tutto è cominciato prima che io nascessi. La mia madre biologica era laureanda ma ragazza-madre, decise perciò di darmi in adozione. Desiderava ardentemente che io fossi adottato da laureati, così tutto fu approntato affinché ciò avvenisse alla mia nascita da parte di un avvocato e di sua moglie. All’ultimo minuto, appena nato, questi ultimi decisero che avrebbero preferito una femminuccia. Così quelli che poi sarebbero diventati i miei “veri” genitori, che allora si trovavano in una lista d’attesa per l’adozione, furono chiamati nel bel mezzo della notte e venne chiesto loro: “Abbiamo un bimbo, un maschietto, ‘non previsto’; volete adottarlo?”. Risposero: “Certamente”. La mia madre biologica venne a sapere successivamente che mia mamma non aveva mai ottenuto la laurea e che mio padre non si era mai diplomato: per questo si rifiutò di firmare i documenti definitivi per l’adozione. Tornò sulla sua decisione solo qualche mese dopo, quando i miei genitori adottivi le promisero che un giorno sarei andato all’università. Infine, diciassette anni dopo ci andai. Ingenuamente scelsi un’università che era costosa quanto Stanford, così tutti i risparmi dei miei genitori sarebbero stati spesi per la mia istruzione accademica. Dopo sei mesi, non riuscivo a comprenderne il valore: non avevo idea di cosa avrei fatto nella mia vita e non avevo idea di come l’università mi avrebbe aiutato a scoprirlo. Inoltre, come ho detto, stavo spendendo i soldi che i miei genitori avevano risparmiato per tutta la vita, così decisi di abbandonare, avendo fiducia che tutto sarebbe andato bene lo stesso. Ok, ero piuttosto terrorizzato all’epoca, ma guardandomi indietro credo sia stata una delle migliori decisioni che abbia mai preso. Nell’istante in cui abbandonai potei smettere di assistere alle lezioni obbligatorie e cominciai a seguire quelle che mi sembravano interessanti.
"Sono onorato di essere qui con voi oggi, nel giorno della vostra laurea presso una delle migliori università del mondo. Io non mi sono mai laureato. A dir la verità, questa è l’occasione in cui mi sono di più avvicinato a un conferimento di titolo accademico. Oggi voglio raccontarvi tre episodi della mia vita. Tutto qui, nulla di speciale. Solo tre storie.
La prima storia parla di “unire i puntini”. Ho abbandonato gli studi al Reed College dopo sei mesi, ma vi sono rimasto come imbucato per altri diciotto mesi, prima di lasciarlo definitivamente. Allora perché ho smesso? Tutto è cominciato prima che io nascessi. La mia madre biologica era laureanda ma ragazza-madre, decise perciò di darmi in adozione. Desiderava ardentemente che io fossi adottato da laureati, così tutto fu approntato affinché ciò avvenisse alla mia nascita da parte di un avvocato e di sua moglie. All’ultimo minuto, appena nato, questi ultimi decisero che avrebbero preferito una femminuccia. Così quelli che poi sarebbero diventati i miei “veri” genitori, che allora si trovavano in una lista d’attesa per l’adozione, furono chiamati nel bel mezzo della notte e venne chiesto loro: “Abbiamo un bimbo, un maschietto, ‘non previsto’; volete adottarlo?”. Risposero: “Certamente”. La mia madre biologica venne a sapere successivamente che mia mamma non aveva mai ottenuto la laurea e che mio padre non si era mai diplomato: per questo si rifiutò di firmare i documenti definitivi per l’adozione. Tornò sulla sua decisione solo qualche mese dopo, quando i miei genitori adottivi le promisero che un giorno sarei andato all’università. Infine, diciassette anni dopo ci andai. Ingenuamente scelsi un’università che era costosa quanto Stanford, così tutti i risparmi dei miei genitori sarebbero stati spesi per la mia istruzione accademica. Dopo sei mesi, non riuscivo a comprenderne il valore: non avevo idea di cosa avrei fatto nella mia vita e non avevo idea di come l’università mi avrebbe aiutato a scoprirlo. Inoltre, come ho detto, stavo spendendo i soldi che i miei genitori avevano risparmiato per tutta la vita, così decisi di abbandonare, avendo fiducia che tutto sarebbe andato bene lo stesso. Ok, ero piuttosto terrorizzato all’epoca, ma guardandomi indietro credo sia stata una delle migliori decisioni che abbia mai preso. Nell’istante in cui abbandonai potei smettere di assistere alle lezioni obbligatorie e cominciai a seguire quelle che mi sembravano interessanti.
martedì 4 ottobre 2011
A NAPOLI NASCE UN'ASSOCIAZIONE PER IL CINEMA INDIE
Di Diego Del Pozzo
Oggi pomeriggio, al cinema Astra di via Mezzocannone a Napoli, è in programma l’assemblea costitutiva di Indinapolicinema, un’associazione nata per le attività di sviluppo, realizzazione e diffusione del cinema indipendente partenopeo, con l’ambizioso obiettivo di aggregare registi, autori, documentaristi, attori, tecnici in modo da renderli parte di un soggetto unico che sia più forte sul proprio territorio di riferimento, naturalmente anche nel rapporto con gli enti locali. Al primo punto del decalogo di Indinapolicinema, infatti, c’è la richiesta alla Regione Campania di una legge regionale a sostegno del cinema indipendente, come già avviene in altre regioni italiane.
Presidente della neonata associazione è stato nominato il regista Maurizio Fiume, col filmaker Antonio Vladimir Marino come segretario e la direttrice della fotografia di Là-Bas Francesca Amitrano come vice-presidente. Tra gli aderenti ci sono anche i registi Guido Lombardi, Carlo Luglio, Marcello Sannino; i responsabili della scuola di cinema Pigrecoemme, la Lega delle Cooperative della Campania. “Abbiamo deciso di dotarci - spiega Fiume - anche di un codice etico, del quale si occuperà un regista italiano indipendente come Daniele Gaglianone. La nuova legge regionale dovrebbe regolare i bandi, garantire una gestione trasparente dei fondi e prevedere incentivi fiscali e contributivi. Inoltre, ci proponiamo di creare una rete affinché le creatività possano incontrarsi e lavorare a un nuovo modello produttivo, organizzativo e, soprattutto, distributivo, con un nucleo di sale digitali che sappiano dare spazio al cinema indipendente”.
Tra i progetti di Indinapolicinema c’è anche l’apertura, entro i primi mesi del prossimo anno, di una casa del cinema che possa fare da punto di riferimento per coloro che fanno, studiano e vedono cinema a Napoli, sul modello del Kino di Roma.
Presidente della neonata associazione è stato nominato il regista Maurizio Fiume, col filmaker Antonio Vladimir Marino come segretario e la direttrice della fotografia di Là-Bas Francesca Amitrano come vice-presidente. Tra gli aderenti ci sono anche i registi Guido Lombardi, Carlo Luglio, Marcello Sannino; i responsabili della scuola di cinema Pigrecoemme, la Lega delle Cooperative della Campania. “Abbiamo deciso di dotarci - spiega Fiume - anche di un codice etico, del quale si occuperà un regista italiano indipendente come Daniele Gaglianone. La nuova legge regionale dovrebbe regolare i bandi, garantire una gestione trasparente dei fondi e prevedere incentivi fiscali e contributivi. Inoltre, ci proponiamo di creare una rete affinché le creatività possano incontrarsi e lavorare a un nuovo modello produttivo, organizzativo e, soprattutto, distributivo, con un nucleo di sale digitali che sappiano dare spazio al cinema indipendente”.
Tra i progetti di Indinapolicinema c’è anche l’apertura, entro i primi mesi del prossimo anno, di una casa del cinema che possa fare da punto di riferimento per coloro che fanno, studiano e vedono cinema a Napoli, sul modello del Kino di Roma.
lunedì 26 settembre 2011
lunedì 19 settembre 2011
ANTONIO PASCALE SULLA "GOMORRA" IMPUNITA
Di Antonio Pascale
(Il Mattino - 19 settembre 2011)
(Il Mattino - 19 settembre 2011)
Per commentare l'incresciosa vicenda, ovvero la prescrizione dei 95 imputati nell'inchiesta Cassiopea (relativa al traffico dei rifiuti illegali dal nord al sud Italia) si potrebbe partire da un'intervista. Nel 1989, sulla rivista Tempo Economico, l'allora amministratore delegato della Fintermica (un'impresa interessata al settore rifiuti), Giorgio Poidomani disse a Lorenzo Pinna: "Attualmente il trattamento di un rifiuto speciale viene valutato 200-300 lire al chilo, per un rifiuto nocivo si parla si 2000-3000. Sono prezzi allucinanti, fuori da qualsiasi logica di mercato. Questi prezzi generano fenomeni speculativi di operatori che vogliono far colpo, approfittando dello squilibrio tra domanda e offerta. Qui c'è solo un’enorme domanda di smaltimento, l'offerta, quella seria, qualificata, non esiste, perché gli investimenti necessari a costruire impianti di smaltimento hanno bisogno di un quadro legislativo chiaro e articolato. Solo la presenza di questo quadro consentirebbe agli operatori di settore di effettuare gli investimenti necessari".
Se si fosse provveduto per tempo a riequilibrare la domanda e l'offerta, con norme e regolamenti chiari, i costi dei trattamenti sarebbero scesi e si sarebbe così ridotta la spinta verso lo smaltimento illegale. Noi scegliamo i politici affinché con preveggenza analizzino i problemi e offrano una soluzione. Quindi, per prima cosa dobbiamo ammettere che abbiamo scelto male. Nulla è stato fatto in questi anni per equilibrare il sistema e la camorra si è inserita con prepotenza nel settore.
È una lezione che dovremmo sempre tenere a mente, la camorra è forte ogni volta che noi siamo deboli. Infatti, fu solo a causa di problemi politici, ossia la difficoltà nel concedere autorizzazioni per la costruzioni degli impianti. E fu, in fondo, solo perché noi cittadini non ci siamo mai chiesti che fine fanno i nostri rifiuti, vittime come siamo del concetto dell"allontana e dimentica".
E questo nonostante il decreto del 1982 e successive modifiche e integrazioni impegnassero le Regioni a realizzare un piano per il trattamento e lo smaltimento dei rifiuti, la Campania è stata per decenni, è in fondo sta ancora, in alto mare. Insomma, fu solo a causa delle nostre lacune che la camorra si è inserita nel settore: la "munnezza è oro", come disse in un'ormai famosa telefonata, roba da teche storiche, nel 1992, il camorrista, poi pentito, Nunzio Perrella. La camorra possiede (purtroppo bisogna usare il tempo presente) infatti sia "capitale umano", tra l'altro, molto preparato per gestire traffici illeciti, sia può controllare ampi spazi di territorio, contando sul silenzio della popolazione.
È inoltre più vicina rispetto ad altre forme di criminalità all'aerea industriale del nord, dove si producono tra il 75% e l'80% dei rifiuti tossici. E non basta. Rispetto agli altri traffici più rischiosi (armi, droga, prostituzione) con i rifiuti si rischiava poco, al massimo una multa. Solo l'otto marzo 2001, giusto per far capire che ritardi cronici subisce questo paese, è stata approvata la legge (n.93) che inasprisce le pene, trasformando il traffico dei rifiuti in un "delitto" e ha quindi reso possibile le intercettazioni ambientali e l'attuazione di strumenti di indagini adeguati: rogatorie internazionale e indagini patrimoniali, flagranza di reato, ecc. Ma era troppo tardi, perché in questi anni, larghe zone della Campania si sono trasformate in pattumiera. È inutile e penoso riassumere la situazione, chiunque lavorava in quelle zone, periti agrari, geometri, commercialisti, avvocati e dottori, aveva capito che cosa succedeva. Decine e decine di pseudo imprese, riuscivano a farsi rilasciare autorizzazioni illecite a raffica. Alcuni settori della Pubblica Amministrazione (come scopriranno poi diverse inchieste giudiziarie), in particolare l'assessorato all'Ambiente della Provincia di Napoli, fra il 1985 e il 1995, rilasciarono, appunto, autorizzazioni non solo per discariche, cioè semplici buche da riempire ma anche per importare rifiuti pericolosi da altre zone del paese. Così, queste pseudo imprese camorristiche potevano così esibire uno straccio di legalità, trattare con le imprese industriali, proporre prezzi ribassati grazie alle quali sono finiti in Campania, per dirne una, anche i fanghi della famigerata Acna di Cengio.
Ora non resta che costatare il disastro. Oltre alla constatazione delle differenze statisticamente rilevabili, cioè le incidenze di tumori tra il 10% e il 15%, oltre a una alta frequenza di malformazioni neonatali, rispetto alla media italiana, dobbiamo, inoltre, costatare che vari impacci burocratici e cattive gestioni processuali, hanno portato alla prescrizione di un'inchiesta (la Cassiopea) che avrebbe dovuto solo sottolineare una cosa ovvia e risaputa, a nord come al sud: interrare silenziosamente i rifiuti è convenuto a molti.
Se si fosse provveduto per tempo a riequilibrare la domanda e l'offerta, con norme e regolamenti chiari, i costi dei trattamenti sarebbero scesi e si sarebbe così ridotta la spinta verso lo smaltimento illegale. Noi scegliamo i politici affinché con preveggenza analizzino i problemi e offrano una soluzione. Quindi, per prima cosa dobbiamo ammettere che abbiamo scelto male. Nulla è stato fatto in questi anni per equilibrare il sistema e la camorra si è inserita con prepotenza nel settore.
È una lezione che dovremmo sempre tenere a mente, la camorra è forte ogni volta che noi siamo deboli. Infatti, fu solo a causa di problemi politici, ossia la difficoltà nel concedere autorizzazioni per la costruzioni degli impianti. E fu, in fondo, solo perché noi cittadini non ci siamo mai chiesti che fine fanno i nostri rifiuti, vittime come siamo del concetto dell"allontana e dimentica".
E questo nonostante il decreto del 1982 e successive modifiche e integrazioni impegnassero le Regioni a realizzare un piano per il trattamento e lo smaltimento dei rifiuti, la Campania è stata per decenni, è in fondo sta ancora, in alto mare. Insomma, fu solo a causa delle nostre lacune che la camorra si è inserita nel settore: la "munnezza è oro", come disse in un'ormai famosa telefonata, roba da teche storiche, nel 1992, il camorrista, poi pentito, Nunzio Perrella. La camorra possiede (purtroppo bisogna usare il tempo presente) infatti sia "capitale umano", tra l'altro, molto preparato per gestire traffici illeciti, sia può controllare ampi spazi di territorio, contando sul silenzio della popolazione.
È inoltre più vicina rispetto ad altre forme di criminalità all'aerea industriale del nord, dove si producono tra il 75% e l'80% dei rifiuti tossici. E non basta. Rispetto agli altri traffici più rischiosi (armi, droga, prostituzione) con i rifiuti si rischiava poco, al massimo una multa. Solo l'otto marzo 2001, giusto per far capire che ritardi cronici subisce questo paese, è stata approvata la legge (n.93) che inasprisce le pene, trasformando il traffico dei rifiuti in un "delitto" e ha quindi reso possibile le intercettazioni ambientali e l'attuazione di strumenti di indagini adeguati: rogatorie internazionale e indagini patrimoniali, flagranza di reato, ecc. Ma era troppo tardi, perché in questi anni, larghe zone della Campania si sono trasformate in pattumiera. È inutile e penoso riassumere la situazione, chiunque lavorava in quelle zone, periti agrari, geometri, commercialisti, avvocati e dottori, aveva capito che cosa succedeva. Decine e decine di pseudo imprese, riuscivano a farsi rilasciare autorizzazioni illecite a raffica. Alcuni settori della Pubblica Amministrazione (come scopriranno poi diverse inchieste giudiziarie), in particolare l'assessorato all'Ambiente della Provincia di Napoli, fra il 1985 e il 1995, rilasciarono, appunto, autorizzazioni non solo per discariche, cioè semplici buche da riempire ma anche per importare rifiuti pericolosi da altre zone del paese. Così, queste pseudo imprese camorristiche potevano così esibire uno straccio di legalità, trattare con le imprese industriali, proporre prezzi ribassati grazie alle quali sono finiti in Campania, per dirne una, anche i fanghi della famigerata Acna di Cengio.
Ora non resta che costatare il disastro. Oltre alla constatazione delle differenze statisticamente rilevabili, cioè le incidenze di tumori tra il 10% e il 15%, oltre a una alta frequenza di malformazioni neonatali, rispetto alla media italiana, dobbiamo, inoltre, costatare che vari impacci burocratici e cattive gestioni processuali, hanno portato alla prescrizione di un'inchiesta (la Cassiopea) che avrebbe dovuto solo sottolineare una cosa ovvia e risaputa, a nord come al sud: interrare silenziosamente i rifiuti è convenuto a molti.
domenica 10 luglio 2011
MORTO L'UOMO CHE ISPIRO' BENIGNI PER "LA VITA E' BELLA"
Di Diego Del Pozzo
(Il Mattino - 10 luglio 2011)
(Il Mattino - 10 luglio 2011)
C’è un uomo dietro La vita è bella, il celebre film col quale Roberto Benigni conquistò ben tre Oscar nel 1999, dopo aver fatto incetta di premi e incassi in Italia e nel mondo fin dalla prima uscita in sala nel dicembre 1997. Si tratta di un uomo reale, non di un personaggio da film: un uomo che, con la sua storia, ha ispirato il regista e attore toscano fino a convincerlo a trasformare proprio quella storia, tra le tante possibili, in una fiaba tragica sull’Olocausto entrata di diritto negli annali del cinema mondiale. Ebbene, quest’uomo, Rubino Romeo Salmonì, è morto ieri mattina a Roma all’età di 91 anni.
Nel campo di sterminio di Auschwitz, Salmonì giunse appena diciottenne, dopo essere stato catturato dalla polizia fascista nell’aprile 1944, nonostante pochi mesi prima, il 16 ottobre 1943, fosse riuscito a sfuggire alle retate naziste che svuotarono letteralmente il Ghetto di Roma. In seguito all’arresto, l’uomo fu deportato prima a Fossoli e poi nel terribile campo di sterminio aperto dai nazisti nella Polonia occupata. Dalla sua terribile esperienza Salmonì ha tratto un libro di testimonianze e ricordi, intitolato Ho ucciso Hitler e presentato pochi mesi fa in occasione della Giornata della Memoria. “Ad Auschwitz – scrive in quelle pagine – non ero più Rubino Romeo Salmoni, ma l’ebreo A 15810 da eliminare”. Prima del suo libro, però, ha avuto modo di ricordare le sue esperienze nel campo di sterminio tante altre volte nel corso della sua vita, anche con gli studenti delle scuole, di fronte ai quali non ha mai esitato a definire quell’esperienza “il mio lungo viaggio verso la morte”, mentre ricostruiva minuziosamente l’inferno quotidiano vissuto in un luogo fatto unicamente di morte e sofferenza. Da quel luogo, però, Rubino Romeo Salmonì riuscì a tornare indietro nel 1945, tra i pochi ebrei romani sopravvissuti ad Auschwitz-Dachau. Quando mise nuovamente piede nella sua città, però, non trovò più i fratelli, Angelo e Davide, che a loro volta erano stati catturati, ma uccisi, dai nazisti.
A chi gli chiedeva di spiegare il titolo paradossale del suo libro di ricordi, Salmonì amava rispondere, con un misto di orgoglio e soddisfazione: “Io sono ancora qui sano e salvo. Ho fatto i miei conti: sono uscito vivo dal campo di sterminio di Auschwitz, ho una bella famiglia, ho festeggiato le nozze d’oro, ho dodici splendidi nipoti. Dunque, credo di aver sconfitto il disegno di Hitler”.
Nel campo di sterminio di Auschwitz, Salmonì giunse appena diciottenne, dopo essere stato catturato dalla polizia fascista nell’aprile 1944, nonostante pochi mesi prima, il 16 ottobre 1943, fosse riuscito a sfuggire alle retate naziste che svuotarono letteralmente il Ghetto di Roma. In seguito all’arresto, l’uomo fu deportato prima a Fossoli e poi nel terribile campo di sterminio aperto dai nazisti nella Polonia occupata. Dalla sua terribile esperienza Salmonì ha tratto un libro di testimonianze e ricordi, intitolato Ho ucciso Hitler e presentato pochi mesi fa in occasione della Giornata della Memoria. “Ad Auschwitz – scrive in quelle pagine – non ero più Rubino Romeo Salmoni, ma l’ebreo A 15810 da eliminare”. Prima del suo libro, però, ha avuto modo di ricordare le sue esperienze nel campo di sterminio tante altre volte nel corso della sua vita, anche con gli studenti delle scuole, di fronte ai quali non ha mai esitato a definire quell’esperienza “il mio lungo viaggio verso la morte”, mentre ricostruiva minuziosamente l’inferno quotidiano vissuto in un luogo fatto unicamente di morte e sofferenza. Da quel luogo, però, Rubino Romeo Salmonì riuscì a tornare indietro nel 1945, tra i pochi ebrei romani sopravvissuti ad Auschwitz-Dachau. Quando mise nuovamente piede nella sua città, però, non trovò più i fratelli, Angelo e Davide, che a loro volta erano stati catturati, ma uccisi, dai nazisti.
A chi gli chiedeva di spiegare il titolo paradossale del suo libro di ricordi, Salmonì amava rispondere, con un misto di orgoglio e soddisfazione: “Io sono ancora qui sano e salvo. Ho fatto i miei conti: sono uscito vivo dal campo di sterminio di Auschwitz, ho una bella famiglia, ho festeggiato le nozze d’oro, ho dodici splendidi nipoti. Dunque, credo di aver sconfitto il disegno di Hitler”.
giovedì 30 giugno 2011
ESCLUSIVA "IL MATTINO" / INTERVISTA A PUPETTA MARESCA
Di Diego Del Pozzo
(Il Mattino - 25 giugno 2011)
(Il Mattino - 25 giugno 2011)
La commozione è stata forte, fin quasi a farla sentir male. Perché incontrare sul set di una fiction televisiva l’attrice che sta interpretando la tua vita può provocare spaesamento e far soffrire. Soprattutto se quella vita, come nel caso di Pupetta Maresca (qui, in una foto d'epoca), è stata segnata irrimediabilmente dalla violenza. Il set in questione è quello romano lungo la via Cassia, dove il regista Luciano Odorisio ha appena iniziato a girare Pupetta, la ragazza con la pistola: quattro puntate che andranno in onda l’anno prossimo su Canale 5 e che vanno da comporre, fin da adesso, una tra le fiction più attese della nuova s
tagione catodica.
Ieri mattina, in una pausa delle riprese, c’è stato l’atteso incontro tra la protagonista Manuela Arcuri e la vera Assunta Maresca, da sempre nota come Pupetta, una donna che a modo suo ha fatto epoca, fin dall’omicidio del killer di suo marito (il camorrista Pasquale Simonetti detto Pascalone ‘e Nola), compiuto a metà anni Cinquanta, quando era poco più che ventenne e incinta di sei mesi; per passare, poi, attraverso la condanna a diciotto anni di carcere; la grazia concessale nel 1965; la storia tormentata con l’altro boss Umberto Ammaturo; la clamorosa conferenza stampa del 1982 nella quale sfidò, in piena guerra di camorra tra Nuova famiglia e Nuova camorra organizzata, il boss rivale Raffaele Cutolo; la sentenza del 1986, nella quale la Sezione misure di prevenzione del Tribunale di Napoli la indicò ufficialmente come appartenente alla camorra e affiliata alla Nuova famiglia, ordinandone la confisca dei beni. “Rievocare tutte queste cose – racconta Pupetta Maresca – mi fa soffrire molto ancora oggi. Anche per questo, durante la visita sul set mi sono quasi sentita male e mi sono commossa. Vedere un’altra persona ricostruire certi episodi e interpretare la mia vita è stata un’esperienza forte”.
Pupetta Maresca è stata coinvolta nella lavorazione fin dall’inizio. “Mi hanno fatto leggere la storia – spiega – e ho chiesto di modificarla in alcuni punti che mi sembravano troppo romanzati. Ho cercato di far capire innanzitutto ai produttori, al regista e alla Arcuri chi era la vera Pupetta, al di là dell’immagine pubblica che mi è stata costruita addosso. Perché io penso di essere stata anche infangata e spero che questa fiction possa contribuire a far capire alla gente chi sono stata veramente”. La materia, però, è delicata e controversa, poiché quando si portano all’interno di opere romanzate figure reali legate alla malavita si rischia, in qualche modo, di giustificarle. “Ma è lo stesso rischio – sottolinea la protagonista Manuela Arcuri – presente in tutti i lavori di questo tipo. Noi, comunque, vogliamo raccontare la Pupetta figlia e sorella sottomessa, finita in collegio per lo spirito ribelle; e poi la donna per quei tempi eccezionale per vigore e determinazione: non una donna di boss, ma lei stessa un capo, un personaggio senza dubbio affascinante, seppure nel male”.
Ma cosa pensa la vera Pupetta Maresca dell’attrice che la impersona sul piccolo schermo? “Per quanto riguarda la somiglianza fisica, lei è più alta di com’ero io. Comunque, si tratta di un’attrice già affermata, che sta lavorando bene e che credo riuscirà a ottenere un buon risultato. Anche perché è diretta da un regista esperto”. “Pupetta – aggiunge, quasi a risponderle, Manuela Arcuri – è una donna forte, una leonessa, che mi ha detto “chi mi tocca mi trova”. Lei tiene a questa fiction perché in qualche modo pensa che possa riscattarla, far capire che le sue azioni furono dettate da un prepotente desiderio di vendetta”. La parola definitiva, però, è proprio di Pupetta: “Io – conclude – sono una donna abbastanza primitiva e che ho una certa età. Dunque, senza entrare in discorsi troppo complicati spero semplicemente che questo progetto televisivo mi possa far sentire bene. Infatti, vorrei davvero che la gente riuscisse a capire io chi sono stata…”.
Prodotta dalla Ares di Alberto Tarallo e sceneggiata da Teodosio Losito, Pupetta, la ragazza con la pistola presenta nel cast anche Tony Musante, Stefano Dionisi, Barbara De Rossi, Guia Ielo, Luigi De Filippo, Eva Grimaldi, Gabriele Morra, Christopher Meireles, Stephan Kaefar, Sergio Arcuri. Sempre su Canale 5, però, il mondo della camorra sarà al centro anche dell’altra fiction Il clan dei camorristi, diretta da Alberto Angelini e prodotta dalla Taodue di Pietro Valsecchi.
Ieri mattina, in una pausa delle riprese, c’è stato l’atteso incontro tra la protagonista Manuela Arcuri e la vera Assunta Maresca, da sempre nota come Pupetta, una donna che a modo suo ha fatto epoca, fin dall’omicidio del killer di suo marito (il camorrista Pasquale Simonetti detto Pascalone ‘e Nola), compiuto a metà anni Cinquanta, quando era poco più che ventenne e incinta di sei mesi; per passare, poi, attraverso la condanna a diciotto anni di carcere; la grazia concessale nel 1965; la storia tormentata con l’altro boss Umberto Ammaturo; la clamorosa conferenza stampa del 1982 nella quale sfidò, in piena guerra di camorra tra Nuova famiglia e Nuova camorra organizzata, il boss rivale Raffaele Cutolo; la sentenza del 1986, nella quale la Sezione misure di prevenzione del Tribunale di Napoli la indicò ufficialmente come appartenente alla camorra e affiliata alla Nuova famiglia, ordinandone la confisca dei beni. “Rievocare tutte queste cose – racconta Pupetta Maresca – mi fa soffrire molto ancora oggi. Anche per questo, durante la visita sul set mi sono quasi sentita male e mi sono commossa. Vedere un’altra persona ricostruire certi episodi e interpretare la mia vita è stata un’esperienza forte”.
Pupetta Maresca è stata coinvolta nella lavorazione fin dall’inizio. “Mi hanno fatto leggere la storia – spiega – e ho chiesto di modificarla in alcuni punti che mi sembravano troppo romanzati. Ho cercato di far capire innanzitutto ai produttori, al regista e alla Arcuri chi era la vera Pupetta, al di là dell’immagine pubblica che mi è stata costruita addosso. Perché io penso di essere stata anche infangata e spero che questa fiction possa contribuire a far capire alla gente chi sono stata veramente”. La materia, però, è delicata e controversa, poiché quando si portano all’interno di opere romanzate figure reali legate alla malavita si rischia, in qualche modo, di giustificarle. “Ma è lo stesso rischio – sottolinea la protagonista Manuela Arcuri – presente in tutti i lavori di questo tipo. Noi, comunque, vogliamo raccontare la Pupetta figlia e sorella sottomessa, finita in collegio per lo spirito ribelle; e poi la donna per quei tempi eccezionale per vigore e determinazione: non una donna di boss, ma lei stessa un capo, un personaggio senza dubbio affascinante, seppure nel male”.
Ma cosa pensa la vera Pupetta Maresca dell’attrice che la impersona sul piccolo schermo? “Per quanto riguarda la somiglianza fisica, lei è più alta di com’ero io. Comunque, si tratta di un’attrice già affermata, che sta lavorando bene e che credo riuscirà a ottenere un buon risultato. Anche perché è diretta da un regista esperto”. “Pupetta – aggiunge, quasi a risponderle, Manuela Arcuri – è una donna forte, una leonessa, che mi ha detto “chi mi tocca mi trova”. Lei tiene a questa fiction perché in qualche modo pensa che possa riscattarla, far capire che le sue azioni furono dettate da un prepotente desiderio di vendetta”. La parola definitiva, però, è proprio di Pupetta: “Io – conclude – sono una donna abbastanza primitiva e che ho una certa età. Dunque, senza entrare in discorsi troppo complicati spero semplicemente che questo progetto televisivo mi possa far sentire bene. Infatti, vorrei davvero che la gente riuscisse a capire io chi sono stata…”.
Prodotta dalla Ares di Alberto Tarallo e sceneggiata da Teodosio Losito, Pupetta, la ragazza con la pistola presenta nel cast anche Tony Musante, Stefano Dionisi, Barbara De Rossi, Guia Ielo, Luigi De Filippo, Eva Grimaldi, Gabriele Morra, Christopher Meireles, Stephan Kaefar, Sergio Arcuri. Sempre su Canale 5, però, il mondo della camorra sarà al centro anche dell’altra fiction Il clan dei camorristi, diretta da Alberto Angelini e prodotta dalla Taodue di Pietro Valsecchi.
mercoledì 15 giugno 2011
lunedì 13 giugno 2011
venerdì 10 giugno 2011
martedì 7 giugno 2011
sabato 4 giugno 2011
ABEL FERRARA PARLA DELLA "SUA" NAPOLI
Di Diego Del Pozzo
(Il Mattino - 4 giugno 2011)
(Il Mattino - 4 giugno 2011)
Ad Abel Ferrara Napoli è evidentemente rimasta dentro, tanto che il regista italo-americano di capolavori maledetti come Il cattivo tenente e The Addiction non esita a includerla tra i suoi luoghi dell’anima. L’occasione per un ritorno in Campania, da dove mancava da gennaio, è offerta dall’inizio della lavorazione del suo atteso nuovo film, prodotto dalla factory partenopea Figli del Bronx: un mix di fiction e documentario, ancora senza titolo ufficiale, dedicato al tema dell’emigrazione e, in particolare, alla figura di suo nonno, Abele Ferrara, che all’inizio del Novecento pa
rtì da Sarno, nel Salernitano, alla volta degli Stati Uniti, dove si fece una nuova vita a New York, nel Bronx.
Ma, Ferrara, come ha trovato la città a sei mesi dal suo più recente soggiorno?
“Purtroppo, sempre nelle stesse condizioni. Eppure, ricordo bene che all’inizio dell’anno il premier Berlusconi aveva promesso di liberarla dalla spazzatura in pochi giorni. Invece, oggi è tutto ancora come allora. Vuol dire che continueremo tutti ad aspettare fiduciosi…”.
Scherzi a parte, però, nel frattempo Napoli ha da pochi giorni un nuovo sindaco, Luigi de Magistris. Lei, attraverso i suoi amici napoletani, ha avuto modo di conoscerlo?
“Ho partecipato, qualche mese fa, a un’iniziativa organizzata in suo sostegno e mi ha fatto una buona impressione. Comunque, mi sembra estremamente positivo il fatto che il nuovo sindaco sia giovane e dinamico. Ma, alla prova dei fatti, dovrà dimostrarsi giovane nella testa, prim’ancora che nel fisico. In ogni caso, Napoli continua ad affascinarmi anche perché qui ognuno crede di poter essere il sindaco della città. Basti pensare che, a volte, anch’io mi sento così”.
I problemi che il nuovo sindaco dovrà affrontare sono tanti. Ha sentito, per esempio, del turista americano morto qualche giorno fa, in seguito alle ferite riportate durante un tentativo di rapina?
“Sì, ho sentito che alcuni balordi avevano provato a rubargli il Rolex e lui ha tentato di difendersi. E ho trovato molto triste il fatto che si sia arrivati a considerare più prezioso un orologio che la vita di un essere umano. Purtroppo, i modelli consumistici che ci trasmettono i mass media vanno proprio in questa direzione: magari non ho un lavoro, ma devo avere il mio orologio lussuoso da cinquemila euro, anche a costo di calpestare un innocente”.
Ma lei, che nei suoi film ha spesso riflettuto su argomenti come la violenza o il crimine, crede che la situazione napoletana presenti proprie caratteristiche peculiari?
“Assolutamente no. Anzi, sono convinto che Napoli non sia più o meno violenta di tante altre metropoli italiane e internazionali: questi episodi, infatti, accadono anche a Roma, a New York o a Los Angeles. Per sdrammatizzare, mi verrebbe da dire che a Napoli come a South L.A., nei quartieri meridionali della “Città degli angeli”, sia il troppo sole e l’eccessivo calore a causare queste esplosioni di violenza. Ma, ovviamente, nella realtà non è così”.
Dopo aver girato in città il suo precedente documentario Napoli, Napoli, Napoli, ha deciso di tornare all’ombra del Vesuvio anche per il nuovo film dedicato alla storia di suo nonno. Il legame con questa terra, insomma, resta più saldo che mai…
“Perché è proprio qui che ci sono le mie radici. La mia famiglia viene da Sarno e da Napoli: negli Stati Uniti loro hanno vissuto per poco più di un secolo, mentre qui hanno trascorso migliaia di anni. Napoli, dunque, fa parte del mio vissuto ed è un’emozione profonda che si trasmette di generazione in generazione, di padre in figlio”.
Ma, Ferrara, come ha trovato la città a sei mesi dal suo più recente soggiorno?
“Purtroppo, sempre nelle stesse condizioni. Eppure, ricordo bene che all’inizio dell’anno il premier Berlusconi aveva promesso di liberarla dalla spazzatura in pochi giorni. Invece, oggi è tutto ancora come allora. Vuol dire che continueremo tutti ad aspettare fiduciosi…”.
Scherzi a parte, però, nel frattempo Napoli ha da pochi giorni un nuovo sindaco, Luigi de Magistris. Lei, attraverso i suoi amici napoletani, ha avuto modo di conoscerlo?
“Ho partecipato, qualche mese fa, a un’iniziativa organizzata in suo sostegno e mi ha fatto una buona impressione. Comunque, mi sembra estremamente positivo il fatto che il nuovo sindaco sia giovane e dinamico. Ma, alla prova dei fatti, dovrà dimostrarsi giovane nella testa, prim’ancora che nel fisico. In ogni caso, Napoli continua ad affascinarmi anche perché qui ognuno crede di poter essere il sindaco della città. Basti pensare che, a volte, anch’io mi sento così”.
I problemi che il nuovo sindaco dovrà affrontare sono tanti. Ha sentito, per esempio, del turista americano morto qualche giorno fa, in seguito alle ferite riportate durante un tentativo di rapina?
“Sì, ho sentito che alcuni balordi avevano provato a rubargli il Rolex e lui ha tentato di difendersi. E ho trovato molto triste il fatto che si sia arrivati a considerare più prezioso un orologio che la vita di un essere umano. Purtroppo, i modelli consumistici che ci trasmettono i mass media vanno proprio in questa direzione: magari non ho un lavoro, ma devo avere il mio orologio lussuoso da cinquemila euro, anche a costo di calpestare un innocente”.
Ma lei, che nei suoi film ha spesso riflettuto su argomenti come la violenza o il crimine, crede che la situazione napoletana presenti proprie caratteristiche peculiari?
“Assolutamente no. Anzi, sono convinto che Napoli non sia più o meno violenta di tante altre metropoli italiane e internazionali: questi episodi, infatti, accadono anche a Roma, a New York o a Los Angeles. Per sdrammatizzare, mi verrebbe da dire che a Napoli come a South L.A., nei quartieri meridionali della “Città degli angeli”, sia il troppo sole e l’eccessivo calore a causare queste esplosioni di violenza. Ma, ovviamente, nella realtà non è così”.
Dopo aver girato in città il suo precedente documentario Napoli, Napoli, Napoli, ha deciso di tornare all’ombra del Vesuvio anche per il nuovo film dedicato alla storia di suo nonno. Il legame con questa terra, insomma, resta più saldo che mai…
“Perché è proprio qui che ci sono le mie radici. La mia famiglia viene da Sarno e da Napoli: negli Stati Uniti loro hanno vissuto per poco più di un secolo, mentre qui hanno trascorso migliaia di anni. Napoli, dunque, fa parte del mio vissuto ed è un’emozione profonda che si trasmette di generazione in generazione, di padre in figlio”.
giovedì 2 giugno 2011
giovedì 19 maggio 2011
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