sabato 5 ottobre 2019
GRAPHIC JOURNALISM: RIZZO & BONACCORSO "... A CASA NOSTRA"
Di Diego Del Pozzo
Nell’ambito della manifestazione “Ricomincio dai libri”, alle 18 alla fondazione FoQus nei
Quartieri spagnoli di Napoli, lo sceneggiatore Marco Rizzo presenta assieme a Laura
Marmorale e Paquito Catanzaro il suo nuovo, notevole graphic novel … A casa nostra –
Cronaca da Riace, scritto da lui e disegnato da Lelio Bonaccorso per
Feltrinelli Comics (112 pagine a colori, 16 euro).
In questo seguito ideale del
loro precedente lavoro, Salvezza, Rizzo e Bonaccorso tornano a raccontare
storie di migranti e immigrati in fuga dall’Africa verso l’Italia. Ma stavolta,
la loro inchiesta a fumetti (perché … A casa nostra – Cronaca da Riace è un
ottimo esempio di graphic journalism) lascia la nave Aquarius e il mar
Mediterraneo per approdare in Calabria, una tra le regioni italiane meridionali
dove più drammatica è l’assenza di futuro per i suoi giovani e, al tempo
stesso, più vivace è la rete dell’accoglienza verso chi arriva in Italia alla
ricerca della salvezza o di un’esistenza migliore.
Gli autori, con un’intervista
a Mimmo Lucano e le testimonianze di migranti e operatori, ricostruiscono così
vicende di successi e tragedie, incubi burocratici e orrori quotidiani,
concentrandosi in particolare su tre esempi di accoglienza “all’italiana”: quel
“modello Riace” ormai smantellato, il caso virtuoso di Gioiosa Ionica e il buco
nero dei diritti della baraccopoli di San Ferdinando a due passi da Rosarno.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
sabato 28 settembre 2019
"FRIENDS" COMPIE 25 ANNI (DAL MIO LIBRO DEL 2002)
Qui sotto riporto il paragrafo che nel 2002 dedicai a Friends nel mio libro Ai confini della realtà. Cinquant'anni di telefilm americani, edito da Lindau. Con la riproposizione di questo testo, celebro anch'io i venticinque anni dalla prima messa in onda della serie che, lo ricordo a chi legge, all'epoca dell'uscita del libro era ancora in programmazione. Buona lettura!
(d.d.p.)
----------------------------------------------------------
La definitiva dissoluzione della famiglia: Friends
Di Diego Del Pozzo
(tratto da Ai confini della realtà. Cinquant'anni di telefilm americani, Lindau, 2002 - Pagg. 177-180)
(d.d.p.)
----------------------------------------------------------
La definitiva dissoluzione della famiglia: Friends
Di Diego Del Pozzo
(tratto da Ai confini della realtà. Cinquant'anni di telefilm americani, Lindau, 2002 - Pagg. 177-180)
Stati Uniti, anni ’90: la famiglia tradizionale, in pratica, non esiste più. Il tessuto sociale sempre più disgregato ha la sua prima «vittima» proprio nel nucleo che – nella percezione comune – ne rappresenterebbe il punto di partenza e il fine ultimo: quello familiare costituito da padre, madre, figli, magari simpatici animaletti. Record di divorzi, figli sempre prima fuori dalle mura domestiche per studiare oppure (provare a) lavorare, intere vite da single coerenti con la scelta di privilegiare le carriere rispetto agli affetti, unioni omosessuali e «famiglie di fatto» provocano una mutazione completa nella percezione stessa dell’istituzione che, dai tempi dei padri fondatori al secondo dopoguerra, si credeva inattaccabile.
Anticipato, per certi versi, dall’ottima serie di Marshall Herskovitz e Edward Zwick Thirty Something (id., 1987), il programma televisivo che meglio fotografa tale situazione è, naturalmente, una sit-com, genere «casalingo» per eccellenza: si tratta di Friends (id., 1994), creato da David Crane e Marta Kauffman, prodotto dalla Warner Bros. per la NBC, che lo trasmette a partire dal 22 settembre 1994. È fin dall’inizio un grande successo di critica e, soprattutto, di pubblico, a dimostrazione di quanto lo show sia ben inserito nel proprio tempo. Attualmente, addirittura, l’audience media per ogni episodio si aggira sui 25 milioni di spettatori e fa entrare Friends regolarmente nella «Top Five» dei programmi più visti degli Stati Uniti.
Al centro del telefilm c’è, appunto, una famiglia allargata in perfetto stile anni ’90. La compongono i sei giovani protagonisti: la cameriera bionda Rachel Karen Green (interpretata da Jennifer Aniston), il nevrotico paleontologo divorziato Ross Geller (David Schwimmer), la sua maniacale sorella cuoca (nonché coinquilina di Rachel) Monica Velula Geller (Courteney Cox), la svampita e bizzarra cantautrice «new age» Phoebe Buffay (Lisa Kudrow), il simpatico Chandler Bing (Matthew Perry) con problemi nei confronti dell’altro sesso e il suo belloccio coinquilino aspirante attore Joey Tribbiani (Matt LeBlanc). I ragazzi, trentenni, vivono a New York, nella zona del Village, dove si trovano, l’uno di fronte all’altro, l’appartamento di Rachel e Monica e quello di Joey e Chandler, ma anche il ritrovo abituale del gruppo: il Central Perk, il locale dove si esibisce Phoebe e il cui stesso nome è fonte di divertenti giochi di parole.
Friends ridà nuova linfa al genere sit-com e ne detta le regole per l’immediato futuro, nell’unico modo ormai possibile: giocando col pluridecennale passato della commedia televisiva, con i suoi cliché e «tipi» ormai entrati nella quotidianità degli spettatori. «Amori, amicizie, lavoro, rapporti con i genitori, omosessualità vengono presentati a un pubblico smaliziato con la tecnica del sottotesto esplicito, cioè mettendo in evidenza i meccanismi e giocando con i generi frequentati» (Andrea Bordoni, Matteo Marino, Tutto quello che avreste voluto sapere su… Friends, Lindau, Torino 2000, p. 9.). È così che le tematiche classiche della sit-com, quella della famiglia in primis, vengono rielaborate all’insegna della contemporaneità. Quindi, diventa normale lo spostamento di fuoco, evidentissimo fin da un titolo che «testimonia l’affermarsi della tendenza di mettere in primo piano le famiglie clan, gruppi di amici solidali che si sostengono e si consigliano nei momenti di bisogno, dividendo gioie e problemi» (Ivi).
D’altra parte, il processo è chiarissimo: la famiglia-tipo americana degli anni ’50 – i Nelson, più che i Ricardo – inizia a scricchiolare sinistramente vent’anni dopo, quando Happy Days la descrive con la sensibilità settantesca e, per esempio, fa entrare nel salotto buono il classico teppista con tanto di giubbotto di pelle nera (anche se Fonzie è un bullo dal cuore d’oro); nel decennio ’90, infine, il gruppo di amici – che già nella serie di Garry Marshall diventava, spesso, la causa scatenante di piccole frizioni tra i Cunningham – si sostituisce completamente al nucleo familiare tradizionale: la ribelle Joanie – più che suo fratello Richie – è cresciuta, ha abbandonato il giovane marito Chachi e lasciato Milwaukee per New York, dove cerca di arrangiarsi come può, sia in campo lavorativo che in quello affettivo; la famiglia è lontana e, in caso di bisogno, può contare soltanto sui propri fedeli amici. Il carattere di sequel generazionale di Happy Days, d’altra parte, Friends lo dichiara fin dal primo episodio, «Matrimonio mancato» («The One Where Monica Gets a New Roommate»), dove Rachel – poco dopo essere fuggita dall’altare (ancora in abito bianco) ed essersi rifugiata in casa di Monica – s’immalinconisce guardando l’ultima puntata del telefilm di vent’anni prima, cioè proprio quella in cui Joanie e Chachi si sposano. I tempi sono cambiati, dunque: mentre prima si convolava a nozze felici, adesso è il momento di ridefinire amore e amicizia su basi completamente differenti.
La post-modernità di Friends, in ogni caso, si evince anche da altri particolari: dai titoli di ciascun episodio, per esempio, che iniziano sempre con «The One Where…» («Quello dove…») oppure «The One With…» («Quello con…»), proprio per giocare con la situazione-tipo del fan che, quando ricorda un episodio della sua serie preferita, non lo fa mai attraverso il titolo ma dall’avvenimento contenuto in quel segmento (nel caso di Happy Days, un buon esempio potrebbe essere «Quello con la sfida tra Mork e Fonzie»); oppure, dalle tante comparsate di notissimi attori hollywoodiani, spesso nei panni di se stessi (tra i tanti, basti citare Julia Roberts, Robin Williams, Isabella Rossellini). Ma anche la celeberrima sigla I’ll Be There for You cantata dai Rembrandts, oltre che come classica canzone d’amore può essere letta pure come invito rivolto ai telespettatori più o meno fedeli, per chieder loro di sintonizzarsi sullo show anche la settimana successiva. I versi, infatti, tradotti in italiano, recitano: «Sarò là per te, come lo sono stato prima; sarò là per te, perché anche tu sei là per me»; quasi un aforisma teorico sul senso ultimo della serialità.
Insomma, per quanto riguarda i telefilm d’ambientazione e argomento familiare – dal punto di vista linguistico e del reciproco gioco di specchi con la società statunitense – Friends chiude il cerchio e suggerisce nuove direzioni.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
mercoledì 29 maggio 2019
UFFICIALE: "DEATH STRANDING" ARRIVA L'8 NOVEMBRE!
Di Diego Del Pozzo
L'opera dell'ingegno umano più politica del 2019 raggiungerà il suo
pubblico l'8 novembre. Si tratta di un'opera multimediale interattiva,
cioè di un videogioco: l'attesissimo Death Stranding di Hideo Kojima.
E il leggendario artista giapponese oggi ha lanciato il lungo (e stupefacente!) nuovo trailer del suo gioco, introducendolo col seguente messaggio: «Le persone hanno creato "muri" e si sono abituate a vivere isolate. Death Stranding è un tipo di gioco d'azione completamente nuovo, nel quale l'obiettivo del giocatore è ricollegare città isolate e una società frammentata. È stato creato in modo che tutti gli elementi, inclusa la narrazione e il gameplay, siano tenuti assieme dal concetto di "strand" (filo) o connessione. Come Sam Porter Bridges, tenterai di colmare le divisioni nella società e di creare nuovi legami o "strands" con altri giocatori in tutto il mondo. Attraverso la tua esperienza di gioco, spero che riuscirai a comprendere la vera importanza del creare connessioni con gli altri. Adesso, per favore, goditi il nuovo trailer di Death Stranding».
E il leggendario artista giapponese oggi ha lanciato il lungo (e stupefacente!) nuovo trailer del suo gioco, introducendolo col seguente messaggio: «Le persone hanno creato "muri" e si sono abituate a vivere isolate. Death Stranding è un tipo di gioco d'azione completamente nuovo, nel quale l'obiettivo del giocatore è ricollegare città isolate e una società frammentata. È stato creato in modo che tutti gli elementi, inclusa la narrazione e il gameplay, siano tenuti assieme dal concetto di "strand" (filo) o connessione. Come Sam Porter Bridges, tenterai di colmare le divisioni nella società e di creare nuovi legami o "strands" con altri giocatori in tutto il mondo. Attraverso la tua esperienza di gioco, spero che riuscirai a comprendere la vera importanza del creare connessioni con gli altri. Adesso, per favore, goditi il nuovo trailer di Death Stranding».
domenica 17 marzo 2019
LA MARVEL OMAGGIA L'INDIE U.S.A. ANNI '90 CON "CAPTAIN MARVEL"
Di Diego Del Pozzo
Captain Marvel è una origin story tutta al femminile godibile e
divertente, che - ambientata nel 1995 - dice cose importanti sulla
continuity del Marvel Cinematic Universe e impone all'attenzione un
personaggio che, quasi certamente, sarà decisivo nell'evoluzione di
questo universo narrativo, affidandolo peraltro a un'attrice brava e "in
parte" come Brie Larson (molto meglio in abiti civili che col
super-costume, però).
Ma, a mio avviso, il film diretto da Anna Boden e Ryan
Fleck è anche (o soprattutto?) un'intelligente riflessione sul periodo -
la prima metà degli anni Novanta - nel quale la scena indie americana
cinematografica e musicale viene inglobata dall'industria
dell'entertainment globale e trasformata nel nuovo mainstream del Terzo
millennio. In tal senso, il profluvio di citazioni nineties è
assolutamente pregnante e non fine a se stesso.
Poi, onestamente, la
caratterizzazione rock del personaggio di Carol Danvers e la sua
predilezione per i Guns n' Roses (certificata dalla scena nella quale la
si vede in una foto, con tanto di maglietta ufficiale e bandana alla
Axl Rose, risalente agli anni di Appetite for Destruction e Lies)
sono davvero fantastiche, così come il più bel cameo (meta-testuale) di
Stan Lee in un film Marvel, con lui colto in metropolitana, impegnato a
ripetere le sue battute, mentre si reca sul set di Mallrats di Kevin
Smith (in Italia Generazione X), film che negli Stati Uniti esce a
ottobre 1995 e che s'inserisce alla perfezione nel ragionamento di cui
sopra sul rapporto indie-mainstream.
Tra l'altro, volendo divertirsi
un po' con la timeline del Marvel Cinematic Universe (ma questa è roba
da nerd), proprio il cameo di Smilin' Stan permette di circoscrivere con
precisione l'azione di Captain Marvel in un periodo di circa cinque
settimane compreso tra il 6 marzo e il 12 aprile 1995, le date di inizio
e fine riprese del film di Smith secondo IMDB.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
domenica 24 febbraio 2019
AL CINEMA, DUE SGUARDI ITALIANI SULLA DEVASTAZIONE
Di Diego Del Pozzo
Qualche giorno fa, con un po' di ritardo sull'uscita in sala, ho finalmente visto La paranza dei bambini di Claudio Giovannesi e Il primo re di Matteo Rovere.Li ho visti nello stesso pomeriggio, uno di seguito all'altro. E li ho trovati entrambi bellissimi e coraggiosissimi: due film a modo loro etici e profondamente politici, che riescono a scavare con straordinaria efficacia tra le pieghe di una contemporaneità sempre più sfrangiata e devastata (nella livida, tenera e disperata Napoli odierna, abbandonata da uno Stato assente; ma anche nel barbaro e ancestrale racconto epico del mito fondativo di Roma).
Sia Giovannesi che Rovere, però, sanno farlo rifacendosi a un'idea di messa in scena coerente, originale e, per fortuna, di notevoli qualità tutte cinematografiche, raccontando le loro storie innanzitutto con lo sguardo, attraverso sequenze di straordinaria visionarietà, nelle quali la parola si trasforma in atto e l'interazione tra i corpi attoriali a loro disposizione (tutti magnifici!) con gli ambienti circostanti produce autentici cortocircuiti sensoriali, resi ancora più estremi e coinvolgenti dal mirabile lavoro, in entrambi i film, del direttore della fotografia Daniele Ciprì.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
lunedì 18 febbraio 2019
CLINT EASTWOOD, L'AMERICA, IL TEMPO E LA MORTE: "IL CORRIERE"
Di Diego Del Pozzo
Ma che grandissimo film che è Il corriere - The Mule di Clint Eastwood?
Ancora una volta (e lo fa fin da Honkytonk Man del 1982, realizzato quando aveva 52 anni), questo autore straordinario (uno tra i più grandi dell'intera storia del cinema) consegna al proprio pubblico un personaggio "fuori tempo massimo", oltre la propria scadenza naturale, quasi un replicante bladerunneriano (più umano dell'umano) in lotta costante con una morte che avrebbe dovuto portarlo via anni prima e che, pertanto, gli concede il lusso di poter vivere "senza filtri", con leggerezza persino fanciullesca e, al tempo stesso, con l'animo appesantito da rimpianti che, ormai, il tempo ha reso impossibili da trasformare in nuove possibilità.
Proprio come l'America profonda che Clint, a quasi 89 anni, continua a raccontare come nessun altro (forse, soltanto il miglior Bruce Springsteen), in modo tenero e dolente, affettuoso e amaro, disilluso ed empatico. E proprio come quei magnifici drop-out che continuano a giocare a scacchi con la morte, interpretati direttamente da lui o incarnati nei suoi tanti alter ego attoriali, dal già citato Honkytonk Man attraverso Bird, Gli spietati, Un mondo perfetto, I ponti di Madison County, Space Cowboys, Million Dollar Baby e, naturalmente, Gran Torino.
La speranza è che "El Tata" Earl Stone - e il suo corpo rinsecchito ma arzillo, esposto appunto "senza filtri" alla macchina da presa come un'autentica mappa geografica vivente del "God's Country" - non sia l'ultimo di questa magnifica galleria che ha saputo dirci tanto - e continua a farlo - sul tempo e sulla morte, sul cinema e sulla vita.
Ma che grandissimo film che è Il corriere - The Mule di Clint Eastwood?
Ancora una volta (e lo fa fin da Honkytonk Man del 1982, realizzato quando aveva 52 anni), questo autore straordinario (uno tra i più grandi dell'intera storia del cinema) consegna al proprio pubblico un personaggio "fuori tempo massimo", oltre la propria scadenza naturale, quasi un replicante bladerunneriano (più umano dell'umano) in lotta costante con una morte che avrebbe dovuto portarlo via anni prima e che, pertanto, gli concede il lusso di poter vivere "senza filtri", con leggerezza persino fanciullesca e, al tempo stesso, con l'animo appesantito da rimpianti che, ormai, il tempo ha reso impossibili da trasformare in nuove possibilità.
Proprio come l'America profonda che Clint, a quasi 89 anni, continua a raccontare come nessun altro (forse, soltanto il miglior Bruce Springsteen), in modo tenero e dolente, affettuoso e amaro, disilluso ed empatico. E proprio come quei magnifici drop-out che continuano a giocare a scacchi con la morte, interpretati direttamente da lui o incarnati nei suoi tanti alter ego attoriali, dal già citato Honkytonk Man attraverso Bird, Gli spietati, Un mondo perfetto, I ponti di Madison County, Space Cowboys, Million Dollar Baby e, naturalmente, Gran Torino.
La speranza è che "El Tata" Earl Stone - e il suo corpo rinsecchito ma arzillo, esposto appunto "senza filtri" alla macchina da presa come un'autentica mappa geografica vivente del "God's Country" - non sia l'ultimo di questa magnifica galleria che ha saputo dirci tanto - e continua a farlo - sul tempo e sulla morte, sul cinema e sulla vita.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
mercoledì 14 novembre 2018
STAN LEE, CREATORE DI UNIVERSI
Di Diego Del Pozzo
Dopo averne scritto ieri a caldo per il quotidiano Il Mattino, ritorno ancora una volta sulla morte di Stan Lee, uno tra i talenti creativi più influenti dell’intero Novecento, il creatore (assieme a Jack Kirby) dell’universo narrativo Marvel, gigantesca epica contemporanea senza eguali nella storia delle narrazioni seriali, in continua evoluzione da decenni al ritmo di centinaia di nuove pagine ogni mese e, da qualche anno, anche crossmediale e in quanto tale presente, in pratica, ovunque. Ritorno a parlarne perché ci tengo a spiegare bene alcune cose anche personali, giusto per capirci, nonostante in questi giorni io abbia già letto tanti testi molto simili a questo. Ma con quella Marvel lì la questione è anche generazionale…
Senza girarci troppo intorno, dunque: Stan Lee è stato il singolo essere umano che ha esercitato la maggiore influenza sulla mia formazione culturale (e sottolineo culturale), in un momento di crescita decisivo come quello della tarda infanzia e adolescenza. Io, infatti, sono uno di coloro che, nella seconda metà degli anni Settanta e inizio Ottanta, sono cresciuti leggendo i fumetti dei supereroi della Marvel delle origini, cioè le meravigliose storie che, dal numero d’esordio di Fantastic Four del 1961 in poi, costituiscono le fondamenta narrative e ideologiche di quello straordinario universo di fantasia. Sto parlando, naturalmente, delle edizioni italiane tradotte dalla casa editrice Corno di Luciano Secchi (il mitico Max Bunker), sulle quali buona parte della mia generazione ha formato il proprio gusto e, in definitiva, la propria visione del mondo.
Immaginate, infatti, lo shock di un ragazzino dell’epoca che, passando dall’ingenuo divertimento dei fumetti Disney a quelli Marvel, all’improvviso si trova di fronte a una famiglia disfunzionale composta da due fidanzati (in seguito marito e moglie) dotati del potere di allungare e deformare il proprio corpo (lui) e di rendersi invisibile e controllare potenti campi di forza (lei), con l’aggiunta del fratello minore della ragazza, capace di trasformarsi in una torcia umana, e del miglior amico di lui, mutato in un orrendo mostro di pietra dalla forza bruta ma dall’animo nobile come pochi altri. Tutti e quattro questi strani eroi – resi vivi e realistici ma anche epici dai testi di Stan Lee e dai disegni di Jack Kirby – acquisiscono i loro poteri in seguito a un incidente spaziale e, a differenza dei vari Superman e Batman della Distinta Concorrenza (la DC Comics), vivono tali poteri più come una maledizione che come un dono, non esitando nemmeno per un secondo, in ogni caso, a metterli al servizio del bene.
E immaginate quello stesso ragazzino confrontarsi per la prima volta con la storia di un timido liceale, intelligentissimo ma insicuro e introverso, deriso dai compagni più alla moda e imbranato con le ragazze (soprattutto con quelle che gli piacciono). Ecco, a un certo punto quello stesso liceale viene morso da un ragno radioattivo e acquisisce forza e agilità sovrumane, integrandole con lancia-ragnatele costruiti da lui grazie alle sue conoscenze scientifiche, in modo da poter sparare una tela di ragno sintetica creata artigianalmente nella sua cameretta-laboratorio. Però, come sarebbe accaduto a qualsiasi adolescente immaturo nel mondo reale (perché – attenzione! – sia le storie dei Fantastici Quattro che dell’Uomo Ragno si svolgono a New York, non in fantomatiche Metropolis o Gotham City), il primo impulso del neo-superessere è di utilizzare i propri poteri per divertirsi e racimolare qualche dollaro. Ed è qui che la geniale mente creativa di Stan Lee, assieme a quella di un altro gigante della nona arte come il disegnatore Steve Ditko, inserisce lo scarto decisivo che rende Spiderman e i supereroi Marvel speciali e unici: un rapinatore, che il giovane superessere non ha catturato per puro menefreghismo, pochi giorni dopo gli uccide l’adorato zio e padre putativo e lo cambia per sempre, insegnandogli dolorosamente sulla propria pelle che “da un grande potere derivano grandi responsabilità”. Sì, da un grande potere derivano grandi responsabilità. Chi detiene il potere, dunque, dovrebbe ricordarsi di utilizzarlo sempre responsabilmente, senza lasciarsene sedurre, ma mettendolo al servizio della collettività e, soprattutto, dei deboli e indifesi. Che cosa c’è, allora come soprattutto oggi, di più politico di questo semplice e fortissimo monito?
E che cosa c’è di più politico dell’invito ad andare oltre i propri limiti e le proprie debolezze, ma anche a guardare gli altri senza pregiudizi e senza lasciarsi ingannare dall’aspetto o dal colore della pelle o da ciò in cui credono? Così, in quei fumetti Marvel degli anni Sessanta e nelle migliaia di altri che seguiranno (e che io continuo a leggere ancora oggi), viene spiegato ai lettori che è possibile essere eroi anche se si è un adolescente di scarsissimo successo sociale (Peter Parker / Spiderman), o un orribile gigante di pietra marrone guardato da tutti con paura (Ben Grimm / La Cosa dei Fantastici Quattro), uno scienziato trasformato in rabbioso mostro verde (Bruce Banner / Hulk), un avvocato non vedente che sopperisce in parte alla sua cecità con gli altri sensi acuiti in modo superumano ma resta comunque incapace di vedere (Matt Murdock / Daredevil), un inventore alcolizzato che per restare in vita deve contare su supporti tecnologici (Tony Stark / Iron Man), un soldato strappato alla morte e riportato in vita in un mondo che da decenni non è più il suo (Steve Rogers / Capitan America), un motociclista che vende l’anima al diavolo per salvare chi gli è caro (Johnny Blaze / Ghost Rider), un chirurgo di fama che non può più operare a causa di un incidente alle mani ma dalla scienza passa alla magia (Stephen Strange / Dottor Strange). Per non parlare del gruppo-simbolo della lotta contro qualsiasi forma di razzismo e intolleranza, cioè i mutanti X-Men, nati con un cromosoma che li differenzia dai normali esseri umani, dona loro poteri pazzeschi ma li fa temere e odiare (proprio perché “diversi”) da quella stessa umanità che loro hanno, in ogni caso, giurato di proteggere! E, si badi, a guidare gli X-Men è un telepate paraplegico vicino alla mezza età, quanto di più lontano possa esserci dall’iconografia-tipo del supereroe.
La visione etico-politica del mondo e delle relazioni tra gli esseri umani che emerge dai fumetti Marvel, però, è soltanto uno tra gli elementi di enorme fascino che quelle opere hanno sempre esercitato su di me. Col senno di poi, infatti, ho capito che proprio a Stan Lee e agli altri grandi autori dell’epoca d’oro marvelliana devo il mio amore per la popular culture, per le narrazioni seriali complesse capaci di articolarsi in modo coerente attraverso gli anni (i decenni, nel caso della Marvel), per la contaminazione tra differenti generi narrativi, per la capacità dei prodotti culturali di intercettare le traiettorie di senso e gli immaginari delle società che li hanno prodotti: tutti amori che, in età adulta, si sono trasformati in oggetti di studio e poi in snodi-chiave della mia vita professionale.
L’importanza di Stan Lee e della sua opera nel panorama della cultura novecentesca, però, non va ovviamente ridotta al mero dato personale, perché mi pare evidente come ciò che è valso per me sia valso per almeno due-tre generazioni di donne e uomini formatisi, tra gli anni Sessanta e gli anni Ottanta, su quei raffinati prodotti culturali e poi magari, da adulti, diventati studiosi dei media e della cultura popolare anche (o soprattutto?) grazie a quelle decisive influenze. E il fatto che, nel frattempo, i personaggi Marvel e le loro storie siano diventati crossmediali e, quindi, in grado di incontrare i gusti e gli interessi mediali delle ragazze e dei ragazzi del terzo millennio (tra cinema, serie tv, videogames, web…) non fa altro che renderli ancora più “potenti” e capaci, con ogni probabilità, di produrre il medesimo effetto anche sulle generazioni presenti e future di fruitori, magari portandoli anche a riscoprire – chissà… – quei fumetti dai quali tutto ha avuto inizio.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
venerdì 26 maggio 2017
WELCOME, AGAIN, TO TWIN PEAKS!
Di Diego Del Pozzo
In occasione della messa in onda italiana ufficiale dell'attesissima nuova stagione-evento di Twin Peaks, stasera alle ore 21.15 su Sky Atlantic HD (canale 110 del pacchetto Sky), ripubblico qui il paragrafo dedicato alla serie originale del 1990-1991 nel mio libro (oggi fuori catalogo) Ai confini della realtà. Cinquant'anni di telefilm americani (Lindau, 2002). Buona lettura! (d.d.p.)
-------------------------------------------------------
L’arrivo degli anni ‘90 segna una piccola rivoluzione per quel che riguarda i serial di genere familiare, non necessariamente comici. La decade, infatti, è aperta da una «gemma oscura» che porta sotto l’obiettivo «l’altra faccia» della famiglia a stelle e strisce, il suo lato oscuro e terribile. Per effettuare questo tuffo nell’Incubo Americano, basta spostarsi da Columbus, Ohio, dove vive la famiglia Keaton, fino a una piccola e tranquilla cittadina (immaginaria) quasi al confine col Canada: Twin Peaks. Qui il regista David Lynch e il produttore Mark Frost ambientano un progetto televisivo per molti versi rivoluzionario rispetto alla tradizione della serialità catodica statunitense: «I segreti di Twin Peaks» («Twin Peaks»), in onda sulla ABC per due stagioni dall’aprile 1990 al giugno 1991 e considerato all’epoca come il primo grande esempio di televisione “d’autore”.
Il cartello di benvenuto nella placida cittadina recita un beneaugurante «Welcome to Twin Peaks», lungo una strada statale alberata che costeggia pescosi laghi di montagna. Siamo a poco più di cinque miglia dal confine canadese e la piccola Twin Peaks sembra un autentico paradiso, orgoglioso delle sue antiche tradizioni e di una prosperità economica nata e sviluppatasi sul commercio del legname; una realtà, insomma, fatta di concretezza del lavoro materiale quotidiano e di legami familiari decisamente solidi, di torte di mele e feste scolastiche al chiaro di luna. Sembra proprio di trovarsi lontano dalle nevrosi degli anni ‘90, catapultati come d’incanto – con lo stesso effetto straniante subìto dal Marty McFly protagonista di «Ritorno al futuro» («Back to the Future», 1985, di Robert Zemeckis) – in un classico contesto suburbano degli anni ‘50. Ma tutto ciò non è altro che una mera facciata.
Con «I segreti di Twin Peaks», infatti, David Lynch smaschera definitivamente – perché, si badi bene, lo fa in televisione – le ipocrisie del «Sogno americano», che ha prosperato per decenni proprio sull’immaginario derivante dalle sit-com televisive come «Lucy ed io». Lo fa manipolando e mixando sapientemente gli stilemi di generi che rimandano alla «Golden Age» della tv statunitense, come la soap e il poliziesco, rovesciando del tutto i concetti cardine delle sit-com tradizionali (il riso in pianto, la gioia in dolore…) e rifacendosi per diversi altri elementi a classici del grande schermo come «Passaggio a Nord-Ovest» («Northwest Passage», 1940, di King Vidor) e, soprattutto, «I peccatori di Peyton» («Peyton Place», 1957, di Mark Robson), richiamato fin dal titolo. «Un pesante marchio di Lynch è la predilezione per gli anni ‘50, a cui tutti i suoi film in qualche modo rimandano. Non a caso, è il periodo in cui il regista stesso usciva dall’infanzia. […] In “I segreti di Twin Peaks” la galleria dei personaggi comprende vari modelli – dal ribelle solitario a quelli riuniti in gang, dalla capricciosa figlia di papà agli amanti clandestini, dagli avidi uomini d’affari ai poliziotti integerrimi – fortemente radicati nell’immaginario collettivo degli anni ‘50. Il modo in cui Lynch rievoca questo periodo merita una riflessione: dando sfogo agli impulsi sotterranei, repressi, ipocritamente negati dell’America di allora, permette anche ai suoi valori autentici – il suo spirito d’avventura, il suo ingenuo pragmatismo, il non arrendersi – di risultare senza apparenza di inganno» (Alessandro Camon, «David Lynch e I segreti di Twin Peaks»; supplemento a «Ciak», n. 1, 1991, pag. 61). Ma qui, comunque, ciò che l’autore vuole mostrare sui teleschermi è soprattutto il lato oscuro della famiglia yankee, quello meno confessabile, con tutte le perversioni e violenze (fisiche e psicologiche) tenute sempre serrate sotto chiave nei prodotti seriali del passato. E dunque, a innervare il tessuto sociale di Twin Peaks – come si scopre con l’evolversi degli episodi – ci sono forti conflitti generazionali, persino incestuosi all’interno delle varie famiglie; ammirate reginette di bellezza del liceo locale che, in realtà, si rivelano ninfomani e cocainomani; storie d’amore infarcite di tradimenti, anche multipli; rispettabili uomini d’affari che nascondono trame inconfessabili; psicoanalisti drogati e insospettabili avvocati schizofrenici, con i nervi distrutti e persino posseduti da entità maligne.
La chiave di ingresso per entrare in questo mondo oscuro e dalla doppia morale è rappresentata dal ritrovamento del cadavere di Laura Palmer (Sheryl Lee), la bionda e apparentemente irreprensibile reginetta del liceo cittadino, il cui corpo nudo emerge all’improvviso dalle acque del lago. L’avvenimento luttuoso dà il via a una serie di vicende destinate a sgretolare, letteralmente, la «placida» Twin Peaks, passata al setaccio nel corso delle sue indagini – con fare quasi da entomologo – dal giovane agente FBI Dale Cooper (Kyle MacLachlan).
A uno sguardo superficiale, «I segreti di Twin Peaks» può apparire, dunque, come un serial poliziesco, anche se piuttosto anomalo. In realtà, ciò che interessa davvero a Lynch non è la risoluzione del mistero in cui ha calato l’attonito spettatore, bensì «l’annegamento» del suo pubblico in un clima, un’atmosfera di malsana inquietudine, da cui sembra non esserci via di scampo. «“Chi ha ucciso Laura Palmer?” – scrive ancora Alessandro Camon nel suo saggio (Ivi, pagg. 51-52) – non è tanto il quiz da risolvere, quanto la formula iniziatica che permette l’accesso a un mondo di mistero. Il “piacere”, il motivo di interesse, si sposta dall’attesa della soluzione alla moltiplicazione delle domande, dall’estinguersi dei segreti al loro allargarsi verso sempre più numerosi aspetti della vita dei personaggi. Saperne di più, insomma, significa rendersi conto che anche quanto appare normale cela il mistero». E il riferimento alle sit-com degli anni ‘50 – con la loro «realtà normale», edulcorata e semplificata – diventa, a questo punto, quasi obbligatorio e fortemente eversivo.
D’altra parte, il rovesciamento perseguito da Lynch diventa ancora più evidente se si pensa all’uso ossessivo che egli fa di alcuni elementi tipici del suo modo di narrare, come, per esempio, le lacrime: come, infatti, nelle sit-com classiche il sorriso – a volte anche un po’ forzato – è centrale e onnipresente; così, all’opposto, in «I segreti di Twin Peaks» si piange tanto e l’identità stessa dei vari personaggi è definita proprio attraverso il dolore. «Raramente, o forse mai, si sono viste versare tante lacrime (cinque scene con uomini che piangono nella prima mezz’ora sono una specie di record): una situazione melodrammatica – sottolinea ancora Camon (Ivi, pag. 53) – tipica della soap opera viene proposta qui con tanta intensità da risultare quasi insostenibile. Ancora una volta, siamo al limite di quella che potremmo chiamare “pornografia del dolore”». E ancora, mentre la morte è addirittura bandita dalle situation comedy (ed è mostrata rigorosamente fuori campo visivo nelle soap), qui funge da punto di partenza e «motore» stesso dell’intera vicenda (Laura Palmer è già stata uccisa, all’inizio), ne è l’antefatto, il presupposto che muove tutti i personaggi.
Anche i conflitti generazionali, sempre ben occultati nelle sit-com degli anni ‘50 (in modo persino stridente, rispetto a un contesto sociale attraversato dai fermenti – ben incarnati pure dalla prima ondata del rock ’n roll – destinati a concretizzarsi nella seconda metà degli anni ‘60), sono morbosamente portati in scena da Lynch, fino all’eccesso dell’incesto, come ben esemplificano perlomeno un paio di sequenze: nella prima, Leland Palmer (Ray Wise) si getta sulla bara della figlia Laura mentre sta per essere calata sottoterra, facendo spezzare il meccanismo della carrucola e costringendo la cassa a sussultare su e giù sotto il proprio peso, come durante un atto sessuale; nel secondo caso, poi, la sensuale Audrey Horne (Sherilyn Fenn) decide di andare a lavorare nel bordello di cui è cliente anche suo padre, il miliardario Benjamin (Richard Beymer), che nella seconda serie non potrà fare a meno d’incontrarla.
E anche dal punto di vista strutturale, «I segreti di Twin Peaks» propone non poche innovazioni rispetto al passato. La dimensione temporale della narrazione, innanzitutto, è essa stessa allucinogena e allucinata, poiché l’eterno presente della serialità catodica è costantemente sabotato con reiterati cortocircuiti tra passato e futuro che vi fanno irruzione, come flash quasi subliminali, mutandolo di segno (e di senso). La musica «eccentrica» di Angelo Badalamenti «agisce» spesso per contrasto rispetto alle immagini (si pensi all’importante sequenza dell’episodio pilota, ambientata nel Roadhouse, con Julee Cruise che canta un brano romantico e struggente mentre, sullo sfondo, è in atto una violenta scazzottata). L’ipnotica lentezza con cui Lynch gira, poi, contravviene qualunque regola del prime time televisivo (la fascia oraria in cui va in onda «Twin Peaks»), tutto improntato solitamente a ritmi concitati e serrati, per paura di annoiare e, quindi, far perdere potenziali clienti agli inserzionisti dei vari programmi. E proprio lo stacco per la pubblicità è spesso previsto – altra piccola, grande «rivoluzione» – su immagini programmaticamente prive di tensione drammatica e anzi fini a se stesse (il contrario, insomma, del cliffhanger).
Altro elemento peculiare di «I segreti di Twin Peaks» – e che si rivelerà seminale, per i serial televisivi degli anni successivi – è, poi, costituito dall’irruzione di «schegge» impazzite di fantastico nel tessuto realistico della quotidianità (basti pensare, tra i tanti possibili esempi, ai soli personaggi di Killer Bob e dell’Uomo-da-un-altro-spazio). Così, in un suo bel libro-intervista, Chris Rodley fa notare allo stesso David Lynch come «[…] da “Twin Peaks” in poi si è verificato un evidente incremento di programmi concentrati sul paranormale, gli UFO e altre stranezze: “Wild Palms”, “American Gothic”, “X-Files”. A quanto pare “Twin Peaks” ha inaugurato un filone. […] Determinati argomenti o determinate storie non figuravano regolarmente nella programmazione televisiva, né erano popolari come lo sono oggi. Col senno di poi, potremmo affermare che “Twin Peaks” ha contribuito a creare una certa bramosia per questo genere di materiale» (Chris Rodley, «Lynch secondo Lynch», Baldini & Castoldi, Milano 1998, pag. 256). In particolare, come visto nelle pagine dedicate a «X-Files», sembra abbastanza stretto il legame con quest’ultima serie, come dimostrano le atmosfere e l’ambientazione dell’episodio pilota del telefilm ideato da Chris Carter (che, tra l’altro, vede uno dei due protagonisti, David Duchovny, impegnato in una comparsata «en travesti» proprio all’interno di «I segreti di Twin Peaks»). Insomma, pescando nel vastissimo territorio dell’immaginario compreso tra Stephen King e «Peyton Place», David Lynch porta, per la prima volta all’interno dei tinelli domestici, «un incrocio multidirezionale tra testi diversissimi e generi disparati, usando come unico collante il fanta-horror. E usandolo, si badi bene, con una durezza di linguaggio così efficace che, pur non frequentando per ovvi motivi lo “splatter” (non ci si dimentichi mai della specifica natura del pubblico televisivo), più di un passaggio risulta particolarmente disturbante» (Danilo Arona, «Nuova guida al Fantacinema», PuntoZero, Bologna 1997, pag. 56).
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Iscriviti a:
Post (Atom)







