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| Ludovica Falda è Pulce |
venerdì 28 marzo 2014
FILM DA SOSTENERE: "PULCE NON C'E'" DI GIUSEPPE BONITO
Di Diego Del Pozzo
Dopo un percorso silenzioso di quasi due anni, tra festival italiani e internazionali, giovedì prossimo arriverà nei cinema, distribuito da Academy Two, "Pulce non c'è" di Giuseppe Bonito. Presentato in anteprima al Festival di Roma 2012 nella sezione Alice nella città, dove ha conquistato il premio speciale della giuria, l'esordio del trentanovenne regista di origini campane è stato poi selezionato in numerose rassegne, è stato candidato ai Nastri d’argento e ai Ciak d’oro fino a ottenere, nella prima metà di marzo, un notevole successo nelle due settimane di pre-programmazione in esclusiva al Nuovo Sacher di Roma, la storica sala di Nanni Moretti, dove è riuscito a incassare ben 11mila euro. E a metà settimana ha confermato le sue potenzialità nei confronti degli spettatori anche in occasione delle due anteprime di Caserta (al Duel) e Aversa (al Vittoria).
Si tratta di un film poetico e intenso, da sostenere con convinzione. Tratto dal romanzo omonimo di Gaia Rayneri (che ha contribuito anche alla sceneggiatura), affronta un argomento delicato come quello dell’autismo e del rapporto tra le famiglie che devono convivere con questa particolarissima condizione e le istituzioni spesso assenti o troppo distratte. L’autrice del romanzo di riferimento, peraltro, s’è rifatta alla storia vera della sua famiglia e, in particolare, della sua sorellina autistica.
Al centro della trama c'è la piccola Margherita, detta Pulce, bambina autistica di nove anni, che vive assieme alla sua sorella maggiore Giovanna (le bravissime esordienti Ludovica Falda e Francesca Di Benedetto, quest’ultima voce narrante della storia) e ai loro genitori (Pippo Delbono e Marina Massironi). In seguito al fraintendimento di una insegnante nel comunicare con Pulce, il padre è accusato di aver abusato delle figlie e la piccola viene portata via dai servizi sociali e messa in una casa famiglia per circa un anno, mandando letteralmente in frantumi la quotidianità di un nucleo familiare già molto provato dalla difficile condizione della bambina.
Nella colonna sonora composta dai Mokadelic, il regista ha inserito anche un brano originale di Niccolò Fabi, "Il silenzio", perfetto per esaltare l'asciutto pathos della storia e l'intima poesia della Torino nella quale è ambientata la vicenda di Pulce e della sua famiglia. Lo sguardo di Bonito è molto maturo e consapevole; e il suo approccio etico-estetico nei confronti di un argomento così delicato è all'insegna del pudore e della sottrazione. L'autore campano, inoltre, mostra una mano sicura anche nella direzione del notevole gruppo di attori messo insieme, al cui interno spiccano la complicata fisicità di un Delbono semplicemente fantastico e l'ingenua maturità di Francesca Di Benedetto, perfetta nel dar vita alla smarrita e saggia tredicenne Giovanna che si trova a crescere in un mondo nel quale i presunti normali sono, in realtà, "tutti matti".
Parallelamente all’uscita nei cinema italiani, "Pulce non c’è" è stato anche selezionato per il Pechino Film Festival, dove sarà proiettato nell’ambito del Panorama internazionale.
sabato 22 marzo 2014
FILM (QUASI) INVISIBILI: "LA MIA CLASSE" DI DANIELE GAGLIANONE
Di Diego Del Pozzo
La quasi invisibilità nei cinema italiani di un film come "La mia classe" di Daniele Gaglianone è l'ennesimo esempio di quanto tristi e miopi siano le logiche che regolano la distribuzione cinematografica in Italia.
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| Valerio Mastandrea in una scena del film |
Coraggioso e originalissimo dal punto di vista linguistico e dei contenuti, infatti, il lavoro più recente di Gaglianone è un riuscito mix tra cinema civile e ardita (quasi folle) sperimentazione metanarrativa, costruito sulle capaci spalle di un magistrale Valerio Mastandrea, nel ruolo del maestro di una scuola di italiano per stranieri, o di se stesso che interpreta questo maestro, o di se stesso che interpreta un attore che interpreta il maestro. Di fronte a lui, in quelli che - come spesso capita nel cinema dell'autore - si configurano come autentici "corpo a corpo" con la realtà, c'è una vera classe di immigrati, provenienti da Paesi e culture differenti e tutti - chi più, chi meno - costretti ad affrontare quotidianità rese problematiche dalle contraddizioni e dalle zone d'ombra (dal cuore di tenebra?) di una nazione sempre più razzista e intollerante com'è l'Italia del terzo millennio.
Nel film, il regista riflette sui limiti della messa in scena e sui suoi sconfinamenti, mandando volutamente in frantumi il rassicurante perimetro di ogni possibile finzione drammaturgicamente controllata, senza però mai andare a discapito di una fluidità narrativa che resta assoluta. Ma, al tempo stesso, Gaglianone dice la sua su temi "forti" e di fiammeggiante attualità come l'inclusione, l'intolleranza e la capacità di essere ancora umani nell'Occidente (post?)neoliberista del 2014.
E lo fa rovesciando il punto di vista e assumendo come proprio lo sguardo su di noi di quelle donne e di quegli uomini provenienti dai tanti possibili Sud del mondo. E sono sguardi che fanno male e che costringono gli spettatori a uscire dalla sala, dopo i titoli di coda, in preda a quella che lo stesso regista opportunamente definisce "sana inquietudine", dalla quale magari provare a ripartire battendo sentieri diversi rispetto a quelli percorsi finora.
sabato 22 febbraio 2014
INTERVISTA A TERRY GILLIAM - VERSIONE INTEGRALE ("MEGA" 200)
Di Diego Del Pozzo
(Mega n.° 200 - Febbraio 2014)
(Mega n.° 200 - Febbraio 2014)
Per celebrare degnamente il numero 200 del Mega, l’appuntamento di questo mese con Comic Links diventa extralarge e molto, molto speciale, con un’intervista esclusiva a uno tra i massimi geni visionari della contemporaneità: ladies and gentlemen, squilli di trombe e rulli di tamburi per mister Terry Gilliam!
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| La copertina di Mega n.° 200 |
Ho realizzato l’intervista a Capodanno, durante il festival internazionale Capri Hollywood, del quale Gilliam è stato tra gli ospiti d’onore. E, in un’atmosfera rilassata e informale, l’autore di film-culto come “Brazil” (1985), “Le avventure del Barone di Munchausen” (1988), “La leggenda del re pescatore” (1991), “L’esercito delle 12 scimmie” (1995) e il più recente “Parnassus – L’uomo che voleva ingannare il diavolo” (2009) si è lasciato andare a una chiacchierata nella quale non hanno trovato posto soltanto i dettagli dei suoi nuovi (clamorosi e attesissimi) progetti, ma tanti altri argomenti, a partire dal controverso rapporto tra creazione artistica e nuove tecnologie digitali.
Che cosa pensa un visionario come lei di un tema così importante, anche per gli sviluppi futuri del cinema?
“Penso che l’importante siano sempre le idee, non innovazioni tecnologiche che, per restare in ambito strettamente cinematografico, gli Studios hollywoodiani utilizzano per raccontarci in modi soltanto apparentemente diversi quelle che, invece, sono sempre le stesse storie. Senza idee, infatti, non si può fare niente di veramente innovativo. Così, anche se il digitale, per me, rende certamente i processi produttivi più facilmente accessibili a tutti e abbatte, al tempo stesso, i costi per realizzare un film, ritengo che alla base di tutto debbano continuare a esserci le idee. Basti pensare a un campo come quello dell’animazione, che io conosco bene e che, in passato, ho frequentato con regolarità: molto spesso, infatti, il digitale viene utilizzato per realizzare più facilmente ciò che già prima era possibile realizzare. Invece, bisognerebbe affrontare nuove sfide creative e spostare i confini sempre più in avanti: non mi piace il fotorealismo nel cinema d’animazione e ho paura che, poiché oggi tutto è tecnicamente possibile, in realtà nulla diventi più davvero credibile. Invece, quando vado al cinema vorrei essere sempre sorpreso e sconvolto: vorrei visioni ardite, mondi fantastici, ma anche viaggi nelle profondità dell’animo umano. In quanto a Hollywood, oggi più che mai ha in mano l’immaginario globale attraverso il controllo della produzione, della distribuzione, delle sale e, soprattutto, del marketing, che comanda tutto grazie anche a una saldatura senza precedenti con il mondo della finanza. Tutto ciò, però, serve soltanto a produrre film stupidi e, molto spesso, a farne lievitare i costi grazie a spese di promozione allucinanti. Il mio nuovo “The Zero Theorem”, per fare un esempio, è costato 8,5 milioni di dollari. Ma, se lo avessi realizzato a Hollywood, ne sarebbero serviti almeno 25”.
A proposito del fantascientifico “The Zero Theorem”, in concorso alla Mostra di Venezia 2013, quando è prevista l’uscita nei cinema europei?
“Tra febbraio e marzo, il film sarà distribuito in Francia, Germania, Italia e in altre nazioni europee. Però, quando l’ho girato mi sembrava un film di fantascienza, invece oggi, dopo un anno appena, pare quasi un trattato di storia sul passato, dato che la realtà ci sorpassa a velocità incredibile e il futuro ci viene incontro senza che noi ce ne rendiamo nemmeno conto. Comunque, attraverso la parabola del geniale hacker interpretato da Christoph Waltz e impegnato a ricercare il senso dell’esistenza umana in una società orwelliana dominata dalle multinazionali, in effetti, mi interrogo proprio sul rapporto tra gli uomini e le nuove tecnologie nella società contemporanea. Ormai, il progresso viaggia più veloce della luce e la tecnologia domina ogni aspetto delle nostre vite quotidiane. Se vai a una festa, a Londra come in Italia, puoi facilmente notare come tutti abbiano gli occhi incollati sugli schermi dei loro smartphones e come, pur tra tanta gente, nessuno comunichi più davvero con nessun altro. E, con questo nuovo film, ho provato anche a dire la mia su un fenomeno come questo, che non posso fare a meno di trovare inquietante”.
Ma, tornando al mondo del cinema, non crede che l’evoluzione tecnologica porti anche aspetti positivi?
“Dal mio punto di vista, gli unici riguardano la distribuzione. Oggi, infatti, la scomparsa della pellicola e la realizzazione di film live action e animati, ma anche di serie televisive, direttamente in digitale consente di distribuirli in maniera più agile e capillare, rispetto al passato, bypassando gli spazi tradizionali e inventandosene di nuovi. Una via interessante, per esempio, è quella di portali come Netflix, che da poco sono entrati anche nella produzione diretta di nuovi contenuti. Una cosa che trovo molto affascinante rispetto al passato è la possibilità di fare enormi abbuffate di film e serie tv, lungo autentiche maratone assieme agli amici. Proprio questo, tra l’altro, mi sembra un modo adeguato ai tempi per riscoprire il piacere della visione comune, superando l’alienazione del rapporto solitario col piccolo schermo del proprio tablet o smartphone. Recentemente, mi sono goduto tutte le stagioni di “Breaking Bad” nel giro di pochi giorni, grazie ai cofanetti dvd. E devo dire che sono rimasto sconvolto dalla straordinaria qualità di questa serie, che secondo me fa mangiare la polvere a quasi tutto il cinema prodotto oggi a Hollywood. Per me, il futuro è proprio in prodotti come questo”.
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| Un momento dell'intervista |
Ma a lei, vista la qualità elevata delle produzioni di network tv come Hbo, Showtime o Amc, è mai venuta la voglia di dedicarsi a una serie televisiva?
“In realtà, in questi anni sono stato contattato molte volte proprio per realizzare una serie tv. E, naturalmente, avrei anche diverse idee interessanti da sviluppare in questo ambito, che rispetto al cinema ti permette di portare avanti narrazioni più stratificate e complesse. Però, tra il 1969 e il 1974, ho iniziato a lavorare proprio sul piccolo schermo, ai tempi del “Monty Python’s Flying Circus”. E, onestamente, non mi va di tornare indietro e finire la mia carriera lì dove la avevo iniziata”.
Lei ha ricordato i “mitici” Monty Python, l’irrefrenabile “circo volante” che, da fine anni Sessanta all’inizio degli Ottanta, ha letteralmente rivoluzionato il modo di fare comicità. E il 2014 è l’anno dell’attesissima reunion del gruppo. Come mai proprio adesso?
“Per una ragione molto semplice e persino un po’ prosaica: avevamo bisogno di soldi, poiché avevamo perso una causa legale che ci riguardava tutti. Così, abbiamo deciso che riformare il nostro gruppo di matti potesse essere il modo migliore per farne tanti in fretta. Quindi, come spesso capita, da un disastro è nata una riunione di famiglia. Naturalmente, però, alla base di tutto c’è stata anche la nostra voglia di proporre alle nuove generazioni una comicità che ha fatto epoca. E, al di là di tutto, sarà davvero bello, trent’anni dopo, ritrovarci sullo stesso palcoscenico”.
Quando e dove avverrà la reunion e con quali novità?
“I Monty Python torneranno insieme a luglio a Londra, alla O2 Arena. All’inizio, avevamo pensato a un unico show, l’1 luglio, ma appena messi in vendita quei 17mila biglietti sono andati esauriti on line in appena 43 secondi e mezzo. Così, abbiamo accettato di fare altre quattro serate, dal 2 al 5 luglio, ma anche quelle hanno fatto registrare un “sold out” in poche ore. Quindi, abbiamo deciso di replicare anche il 15, 16, 18, 19 e 20 luglio, per un totale di dieci spettacoli. Non ci ho pensato subito, altrimenti avrei potuto fare anch’io un po’ di bagarinaggio! Scherzi a parte, il titolo del reunion show è “One Down, Five to Go” (“Uno in meno, ne restano cinque”) e sarà una via di mezzo tra un party e una festa di resurrezione, perché purtroppo uno di noi, Graham Chapman, è morto nel 1989 mentre io, John Cleese, Eric Idle, Terry Jones e Michael Palin siamo pronti per tornare in scena. Nel preparare le serate, abbiamo capito che in tanti vogliono rivedere i classici del gruppo, ma stiamo lavorando anche a una serie di nuovi sketch che, mentre li scrivevamo, ci hanno fatto morire dalle risate. Ci saranno un po’ di commedia, molto pathos, tanta musica, una spruzzatina di “old style sex” e tanti travestimenti”.
L’altra importante novità del suo 2014 è la realizzazione di “The Man Who Killed Don Quixote”, il progetto di film che lei porta avanti da ben quindici anni con scarso successo. Siamo arrivati finalmente alla volta buona?
“Credo proprio di sì. Ho firmato con una giovane casa di produzione spagnola e abbiamo già individuato i set ideali alle Canarie. L’inizio delle riprese è fissato per il 3 ottobre, anche se finora non ho né il cast né la stesura definitiva della nuova sceneggiatura né il budget completo per il film. Ma in questi mesi lavoreremo tutti a ritmi elevati, in modo da essere pronti per ottobre. Tra i protagonisti non vi sarà Johnny Depp, perché punterò su altri attori sia per il ruolo di Don Chisciotte che per quello di Sancho Panza. Sono al settimo tentativo di fare questo film e, dopo tanti fallimenti, spero davvero che sia quello buono. In ogni caso, oltre che dalle idee io sono sempre stato molto affascinato dalla loro concreta realizzazione. E, ancora una volta, sono certo che le limitazioni e i problemi faranno nascere nella mia mente nuove soluzioni creative”.
Che cosa pensa del recente trend dei cinecomics, sempre più dominanti ai box office globali?
“Io sono un grandissimo appassionato di fumetti. E, in passato, ho anche provato a realizzare qualche film tratto da graphic novels di amici come Neil Gaiman, senza però riuscirvi mai. Adesso, onestamente, il fatto che tutti vogliano fare film da fumetti mi fa andare automaticamente in direzione opposta. Penso intensamente a “Don Chisciotte”, ma sarebbe fantastico anche riuscire a trarre qualche bel film dai romanzi di uno tra i miei scrittori contemporanei preferiti, un genio assoluto come Neal Stephenson, che con le sue storie di fantascienza riesce a essere sempre immerso nell’oggi ma con lo sguardo puntato costantemente sul domani, come sanno fare soltanto i grandi narratori. Il passaggio da un buon libro a un buon film, però, non è mai automatico, perché mentre lo scrittore può affrontare il foglio bianco da solo con la propria fantasia, il cinema resta una forma d’arte e d’espressione collettiva, col regista che guida un gruppo di professionisti e di artisti tutti in grado di dare un loro contributo personale al prodotto finito”.
Ci sono registi o autori del passato dei quali sente la mancanza?
“Io sono cresciuto con i grandi autori europei, in particolare italiani, degli anni Cinquanta e Sessanta: registi come Fellini in grado di costruire mondi personali sullo schermo, ma anche cineaste come, per esempio, Lina Wertmuller, che all’epoca erano presenti in massa anche nei cinema americani. Oggi, invece, se si chiede a un giovane chi sia Pasolini si capisce sconsolati che nessuno lo conosce. Devo dire, poi, che in questo voi italiani siete davvero fantastici: sempre a piangervi addosso, quando avreste possibilità straordinarie, ancora oggi, di fare grande arte. Comunque, tornando al tema delle nuove tecnologie, queste potrebbero essere molto utili anche per il recupero e la divulgazione dei grandi autori del passato, grazie alle versioni restaurate dei loro capolavori, distribuite in dvd e blu-ray e arricchite da contenuti speciali che consentono di approfondirne la visione con i retroscena della lavorazione e con altri materiali di enorme interesse. In questo modo, i grandi film del passato possono restare vivi e arrivare a pubblici sempre nuovi”.
martedì 14 gennaio 2014
IL MEGLIO DEL 2013: ALBUM POP-ROCK, FILM, SERIE TV
Con qualche giorno di ritardo, anche io, qui su Off-Topic, propongo i miei "Best of..." dell'anno appena concluso, per quel che riguarda gli album pop-rock, i film e le serie tv. In tutte e tre le categorie, ho preso in considerazione soltanto quei prodotti ufficialmente distribuiti in Italia nel corso dell'anno solare 2013. Ecco spiegate esclusioni come, per esempio, quella dell'ancora inedito House of Cards tra le serie televisive (delle quali indico, tra parentesi, il network produttore). Buona lettura, dunque, col meglio del 2013 secondo il mio personalissimo e parziale parere (d.d.p.).
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Migliori album del 2013:
2) Push the Sky Away (Nick Cave & The Bad Seeds);
3) Random Access Memories (Daft Punk);
4) The Next Day (David Bowie);
5) Modern Vampires of the City (Vampire Weekend);
6) Trouble Will Find Me (The National);
7) m b v (My Bloody Valentine);
8) Reflektor (Arcade Fire);
9) Tomorrow's Harvest (Boards of Canada);
10) …Like Clockwork (Queens of the Stone Age).
Miglior album jazz del 2013: Without a Net (Wayne Shorter Quartet).
Migliori film del 2013:
2) Zero Dark Thirty (Kathryn Bigelow);
3) Sugar Man (Malik Bendjelloul);
4) Holy Motors (Leos Carax);
5) Frozen (Chris Buck e Jennifer Lee);
6) Rush (Ron Howard);
7) Spring Breakers - Una vacanza da sballo (Harmony Korine);
8) The Grandmaster (Wong Kar-wai);
9) Qualcosa nell'aria (Olivier Assayas);
10) Lincoln (Steven Spielberg).
Migliori serie tv del 2013:
2) Game of Thrones (Hbo);
3) The Walking Dead (Amc);
4) The Newsroom (Hbo);
5) The Americans (Fx);
6) The Killing (Amc);
7) Scandal (Abc);
8) Mad Men (Amc);
9) American Horror Story (Fx);
10) Doctor Who (Bbc).
domenica 24 novembre 2013
CYOP&KAF E "IL SEGRETO" DEL CIPPO DI SANT'ANTONIO
Di Diego Del Pozzo
(Il Mattino - 24 novembre 2013)
(Il Mattino - 24 novembre 2013)
Soltanto chi conosce i Quartieri spagnoli come le proprie tasche e gode della fiducia dei residenti avrebbe potuto restituire con tale naturalezza le quotidianità dei piccoli scugnizzi del rione, raccontandoli letteralmente “dal di dentro” nel documentario “Il segreto”, proiettato in anteprima ieri pomeriggio al Torino Film Festival (tanti applausi in una sala gremita), nell’ambito della sezione competitiva Italiana.Doc 2013.
Non sorprende, dunque, che a firmare la regia del film – il loro esordio dietro una macchina da presa – siano i misteriosi street artists partenopei noti come Cyop&Kaf, che da diversi anni, ormai, arricchiscono le architetture urbane di Napoli, dal centro antico alle periferie de-industrializzate, con centinaia di coloratissimi e spesso inquietanti murales. Non sorprende, perché dal 2009 Cyop&Kaf agiscono soprattutto nel cuore dei Quartieri spagnoli, dove hanno realizzato la cifra record di 223 interventi artistici su muri di tufo, saracinesche arrugginite, bassi, bar, garage, edifici pericolanti o puntellati, raccogliendoli qualche mese fa anche in un libro, “Qs – Quore spinato”, accompagnato da una vera e propria mappa per poterli poi ritrovare e visitare in maniera più agevole, calandosi nel dedalo di vicoli del quartiere.
Negli 89 minuti de “Il segreto” – prodotto da Quore Spinato, Parallelo 41 e Napoli Monitor, da un soggetto di Luca Rossomando e con musiche originali di Enzo Avitabile – Cyop&Kaf raccontano le avventure di un gruppo di ragazzini dei Quartieri spagnoli, di età compresa tra i 10 e i 13-14 anni, i quali, subito dopo la fine delle vacanze natalizie, iniziano a girare per la città, spingendosi anche molto lontano dal loro territorio di riferimento, alla ricerca della maggior quantità possibile di abeti natalizi appena dismessi, per raccoglierli e destinarli al tradizionale falò propiziatorio del “cippo di Sant’Antonio”, che il 17 gennaio chiude il ciclo invernale dei riti caratterizzati dal segno della morte per aprire la fase relativa alla rinascita, culminante poi con le celebrazioni del Carnevale. “In molti quartieri di Napoli – sottolineano Cyop&Kaf – la raccolta degli alberi per il falò del giorno di Sant’Antonio è una tradizione, un rito, un gioco avventuroso che i ragazzi di strada si tramandano di generazione in generazione. Per chi li osserva da fuori è spesso soltanto una sequenza di atti di teppismo e schiamazzi fino a tarda ora, che si conclude con un pericoloso incendio troppo vicino ai palazzi. Da parte nostra, volevamo raccontare ciò che accade in molte strade della città nel mese di gennaio, da un punto di vista il più possibile prossimo a quello di una banda di ragazzi, seguendoli nelle loro ricerche, osservando le alleanze e le scaramucce con altre bande, documentandone caratteri, linguaggio e codici di comportamento. Eravamo certi che, in questo modo, sarebbero emerse spontaneamente tutte le domande che ci facciamo da tempo e che è necessario farsi sul rapporto tra i bambini e la città”.
“Il segreto” del titolo è il luogo nel quale gli scugnizzi di ciascun quartiere ammassano la legna raccolta in giro, per proteggerla dalle incursioni dei gruppi provenienti dai rioni vicini. Così, nel documentario, la banda di Checco Lecco accumula abeti di tutte le taglie, ma anche pannelli di compensato e pezzi di cassonetti sfasciati, in un cortile abbandonato, delimitato da quattro mura cadenti e lasciato libero dall’abbattimento di un palazzo danneggiato dal terremoto del 1980. Come si apprende dalle immagini amatoriali di repertorio che, dopo i titoli di coda, chiudono la proiezione, la demolizione dell’edificio risale al 1993, cioè addirittura a vent’anni prima, trascorsi dagli abitanti del quartiere nella vana attesa che quello spazio venisse destinato a qualcosa di utile per la collettività. Così, quando il giorno prima del “cippo” i ragazzini vengono cacciati dai vigili urbani, che vorrebbero impedire loro di appiccare il fuoco su quel pezzo di terra abbandonata, non si può che solidarizzare con le loro lamentele per un campetto di calcio “chiesto da più di 15 anni e mai realizzato”.
Le frenetiche ricerche, le schermaglie e le piccole e grandi tensioni, le odissee notturne tra ostacoli e imprevisti sono catturate da Cyop&Kaf con una macchina da presa estremamente mobile e calata all’altezza degli sguardi dei ragazzini protagonisti, quasi come se l’operatore fosse uno di loro. E la naturalezza con la quale gli scugnizzi continuano a comportarsi proprio come se non fossero ripresi deriva evidentemente dalla fiducia totale nei confronti di chi è dietro l’obiettivo. Il culmine del film, com’è ovvio, arriva nel momento catartico del falò, con i ragazzi che danzano felici tutt’intorno alle fiamme altissime, liberi in quei momenti da qualunque paura o timore nei confronti del presente e del futuro.
RITORNO ALLA MERINI PER ANTONIETTA DE LILLO
Di Diego Del Pozzo
(Il Mattino - 22 novembre 2013)
(Il Mattino - 22 novembre 2013)
Con il suo nuovo documentario “La pazza della porta accanto”, che domenica apre la sezione “E intanto in Italia” del Torino Film Festival 2013, Antonietta De Lillo prosegue nella ricerca sui nuovi linguaggi e formati di ciò che è diventato oggi il cinema, concretizzando un desiderio coltivato per anni, almeno da quel 1995 che la vide firmare la regia di “Ogni sedia ha il suo rumore”, dedicato alla figura inimitabile di Alda Merini.
Ma se l’omaggio di 18 anni fa a una tra le più importanti poetesse del Novecento alternava frammenti di video-intervista alla performance di Licia Maglietta nello spettacolo teatrale “Delirio amoroso”, per il suo ritorno alla Merini dopo quasi due decenni la regista napoletana ha deciso di recuperare, rielaborare, rimontare e riportare a nuova luce la quasi totalità dei materiali inediti girati durante la conversazione dell’epoca. “Furono due giorni intensissimi – ricorda Antonietta De Lillo – nei quali parlammo davvero di tutto. Ma, poi, nel realizzare “Ogni sedia ha il suo rumore”, montai parte di quel materiale con l’esibizione teatrale di Licia, tagliando inevitabilmente fuori una gran parte dell’intervista. Da allora, ho sempre avuto nel cuore l’idea di recuperare le immagini preziose rimaste nel cassetto, confluite oggi nel nuovo film, che in pratica restituisce integralmente il senso e i contenuti di quello straordinario incontro”.
“La pazza della porta accanto” è prodotto da marechiarofilm – la società fondata dalla De Lillo “con l’intento di favorire l’incontro e lo scambio tra generazioni diverse e tra cinema e rete, andando contro l’usa e getta e recuperando materiali filmici importanti per la nostra memoria” – assieme a Rai Cinema e riprende il titolo di una raccolta di prose che Alda Merini scrisse nel 1955. I filmati della conversazione ripresi dall’archivio Megaris sono intervallati con suggestive riprese di Milano realizzate da Luca Musella tra il centro e i navigli, caricate di ulteriore senso dal commento sonoro di Philippe Sarde (“La vie devant soi”) e, in alcuni casi, girate quasi come se fossero soggettive della poetessa. Durante la chiacchierata, informale e dai toni quasi intimi, la Merini si racconta oscillando tra pubblico e privato, soffermandosi sui periodi e i temi più significativi della propria esistenza: l’infanzia, la sua femminilità, gli amori, l’esperienza della maternità e il rapporto con i figli, naturalmente la follia e i tanti periodi di internamento negli ospedali psichiatrici (“Io ho fatto 27 ricoveri e per 26 volte mi sono innamorata”), fino a una lucida riflessione sul significato e il ruolo della poesia e dell’arte. Dopo la bellissima frase conclusiva (“Ci sono deliri di lettura che portano così in alto e valgono proprio un orgasmo fisico e vanno oltre…”), la chiusura è per la voce di Ascanio Celestini che, sui titoli di coda, canta una struggente “L’amore stupisce”.
Nel film, Antonietta De Lillo ha fatto confluire le recenti esperienze dei film partecipati realizzati in questi anni (“Il pranzo di Natale” e il nuovo “Oggi insieme, domani anche”, del quale saranno mostrate alcune clip sempre a Torino). “Ma stavolta è stato divertente – spiega – lavorare su materiali miei, trattandoli come se fossero filmati di archivio. Ciò mi ha permesso di pormi nei confronti di quelle immagini quasi da spettatrice esterna, per provare a farle parlare in maniera inedita. Per comporre il ritratto complesso di Alda Merini, poi, mi sono aiutata anche con i dettagli significanti del suo volto, degli occhi, delle mani, di un corpo capace di farsi a sua volta elemento narrativo”.
In un momento felice per il cinema italiano del reale, l’approccio di Antonietta De Lillo al documentario resta originale. “Credo nel concetto di “film partecipato” e – sottolinea la regista – proseguirò anche in futuro su questa strada, tra sguardo al futuro e recupero della memoria. E mi sembra che, anche da parte del pubblico italiano, vi sia voglia di un altro tipo di cinema. Però, al tempo stesso, 10 anni dopo “Il resto di niente” per me è anche giunto il momento per un nuovo film di finzione: terminerò presto la sceneggiatura e vorrei girarlo a Napoli nella seconda metà del prossimo anno”.
domenica 17 novembre 2013
DI "RITRATTI ABUSIVI" E NUOVO CINEMA ITALIANO DEL REALE
Di Diego Del Pozzo
Il cinema italiano del reale continua a mietere successi nei principali festival specializzati, con la speranza che non si tratti di una voglia delle giurie di sentirsi alla moda - della serie "real is cool" - ma di un sincero riconoscimento allo sguardo di una generazione di cineasti indipendenti che, proprio attraverso il documentario, pare aver recuperato la capacità di narrare sullo schermo cinematografico le complessità di ciò che ci circonda, in un momento storico nel quale le certezze (anche linguistiche) si fanno sempre più labili.
Così, dopo il successo di "Sacro GRA" di Gianfranco Rosi alla Mostra di Venezia, ieri sera la giuria del Festival di Roma presieduta da James Gray ha deciso di premiare come miglior film "Tir", affascinante mix di finzione e realtà realizzato dal documentarista Alberto Fasulo, che ha coinvolto l'attore Branko Zavrsan, facendogli interpretare (ma, forse, il termine è improprio) un autista di tir in giro per l'Europa per tre mesi, dopo averlo fatto assumere a tempo determinato da una ditta di trasporti italiana.
Sempre a Roma 2013, in un'edizione che ha visto anche Vincenzo Marra tornare a raccontare Napoli dal di dentro col suo "L'amministratore", s'è distinto un altro film indipendente, selezionato in Prospettive Doc Italia e realizzato dal quarantenne filmaker casertano Romano Montesarchio: s'intitola "Ritratti abusivi" ed è il lavoro col quale Montesarchio è ritornato a girare sul litorale domizio, dopo il suo bel documentario del 2008 "La Domitiana". Prodotto da Figli del Bronx assieme a Rai Cinema, col montaggio di Roberto Perpignani in collaborazione con Davide Franco (anche aiuto regia), "Ritratti abusivi" si concentra su un microcosmo umano sconosciuto e straordinariamente interessante, dal punto di vista narrativo e, naturalmente, sociologico: quello che vive la propria quotidianità tra i ruderi sempre più abbandonati del Parco Saraceno, un complesso edilizio abusivo costruito nel Villaggio Coppola di Pinetamare a Castelvolturno negli anni Sessanta e, poi, caduto in totale degrado dopo che gli americani della Nato di stanza in zona decisero di trasferirsi altrove.
Fu proprio allora che i costruttori Coppola decisero di murare porte e finestre dei vari edifici, per impedirne un’occupazione abusiva che, invece, si realizzò a tempo di record e che dura ancora oggi, nel disinteresse delle Istituzioni locali e nazionali. “Da questo punto di vista - mi racconta Montesarchio pochi giorni prima del festival capitolino - il mio film è anche la storia del fallimento di uno Stato che ha permesso la cementificazione selvaggia di decine di chilometri di costa campana e che, in più, ha fatto sì che le architetture geometriche e rigorose di quei luoghi generassero un caos umano fatto di persone che occupano abusivamente un parco a sua volta abusivo”.
Quella di Romano Montesarchio, in una sorta di enclave quasi extraterritoriale, è stata un’autentica full immersion, durata oltre un anno, “proprio per entrare in modo delicato nelle quotidianità di coloro che poi avrei ripreso, per conquistare la loro fiducia e, al tempo stesso, per fargli comprendere bene quali erano i miei intenti. Poi, tra riprese e postproduzione, ho lavorato a questo progetto per un totale di due anni e mezzo. Ho trascorso mesi - aggiunge il regista - a spostarmi tra una casa e l’altra, tra intonaci ammuffiti, finestre improvvisate e arredamenti surreali: elementi di un mondo a parte che, nonostante tutto, esprime una vitalità quasi da paese dei balocchi, con luci sempre accese, le porte delle case sempre aperte come antri, balconi spesso privi di ringhiere e somiglianti a trampolini sospesi sul mare. Insomma, quella del Parco Saraceno è una realtà che reclama di essere vista da dentro, proprio per dare la possibilità di meravigliarsi per l’inverosimile felicità dei suoi abitanti”.
Tra gli elementi più sorprendenti del film, infatti, vi è proprio l’inattesa felicità di tanti residenti in un luogo così degradato. “Ed è un elemento assolutamente naturale - spiega Montesarchio - e non provocato dalla mia presenza: molti di loro sono davvero felici, anche se non godono di servizi essenziali come la corrente elettrica o l’acqua corrente, che da abusivi si sono procurati in modo abusivo. D’altra parte, come spiega bene un vulcanico personaggio soprannominato ‘o ‘mericano, di fronte a loro c’è il mare, a poche centinaia di metri il centro sportivo del Napoli, ognuno vive in famiglie solidissime e, cosa molto importante per chi si trova in stato d’indigenza, non esistendo per lo Stato nessuno di loro paga le tasse”.
"Ritratti abusivi" rende le vite degli abitanti del Parco Saraceno materia narrativa incandescente, arricchita da una visionarietà di sguardo capace di caricare quelle quotidianità ai margini di ulteriore senso puramente cinematografico, senza mai andare a discapito di un'autenticità "bigger than life" proprio perché assolutamente realistica. Se non fosse un documentario, il film di Montesarchio sarebbe un apologo fantascientifico sulle transmutazioni della società occidentale all'epoca di una globalizzazione che continua a rimasticare e vomitare se stessa abbandonando al loro destino intere parti di mondo "abusive" e, dunque, di fatto non esistenti. Guardando "Ritratti abusivi" si piange, si ride, si resta sbigottiti, si prova rabbia, ci s'innamora. Insomma, ci si sente vivi, come sempre dovrebbe essere di fronte alla potenza immaginifica del buon cinema.
Il film si apre e si chiude con un raro filmato pubblicitario anni Sessanta di Villaggio Coppola, reso poi inquietante e quasi orwelliano (a proposito di science fiction...) dal futuro destino di degrado e abbandono dell’area e, dunque, dal concreto "farsi" del documentario. “Di quel filmato - conclude il regista - esiste un’unica copia in pellicola, conservata dall’esercente del locale cinema Bristol. Quando ho deciso di usarlo lui ne è stato felice, perché mi ha detto che così avrei salvato la memoria di quelle immagini che, altrimenti, sarebbe andata perduta. Lo stesso si può dire per l’umanità che vive in questa terra di frontiera sconosciuta ai più, che ho provato a restituire attraverso autentici ritratti di ciascuno, dichiarati fin dal titolo, facendoli parlare direttamente allo spettatore per raccontare le loro verità senza filtri né sovrastrutture. E spero che, dopo il successo veneziano di “Sacro Gra”, il documentario possa conquistare sempre più spazio anche nei cinema, perché sono sicuro che, pure in Italia, esistono tanti spettatori desiderosi di confrontarsi con film capaci di raccontare il reale”.
Così, dopo il successo di "Sacro GRA" di Gianfranco Rosi alla Mostra di Venezia, ieri sera la giuria del Festival di Roma presieduta da James Gray ha deciso di premiare come miglior film "Tir", affascinante mix di finzione e realtà realizzato dal documentarista Alberto Fasulo, che ha coinvolto l'attore Branko Zavrsan, facendogli interpretare (ma, forse, il termine è improprio) un autista di tir in giro per l'Europa per tre mesi, dopo averlo fatto assumere a tempo determinato da una ditta di trasporti italiana.
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| Un panorama del Parco Saraceno da "Ritratti abusivi" |
Fu proprio allora che i costruttori Coppola decisero di murare porte e finestre dei vari edifici, per impedirne un’occupazione abusiva che, invece, si realizzò a tempo di record e che dura ancora oggi, nel disinteresse delle Istituzioni locali e nazionali. “Da questo punto di vista - mi racconta Montesarchio pochi giorni prima del festival capitolino - il mio film è anche la storia del fallimento di uno Stato che ha permesso la cementificazione selvaggia di decine di chilometri di costa campana e che, in più, ha fatto sì che le architetture geometriche e rigorose di quei luoghi generassero un caos umano fatto di persone che occupano abusivamente un parco a sua volta abusivo”.
Quella di Romano Montesarchio, in una sorta di enclave quasi extraterritoriale, è stata un’autentica full immersion, durata oltre un anno, “proprio per entrare in modo delicato nelle quotidianità di coloro che poi avrei ripreso, per conquistare la loro fiducia e, al tempo stesso, per fargli comprendere bene quali erano i miei intenti. Poi, tra riprese e postproduzione, ho lavorato a questo progetto per un totale di due anni e mezzo. Ho trascorso mesi - aggiunge il regista - a spostarmi tra una casa e l’altra, tra intonaci ammuffiti, finestre improvvisate e arredamenti surreali: elementi di un mondo a parte che, nonostante tutto, esprime una vitalità quasi da paese dei balocchi, con luci sempre accese, le porte delle case sempre aperte come antri, balconi spesso privi di ringhiere e somiglianti a trampolini sospesi sul mare. Insomma, quella del Parco Saraceno è una realtà che reclama di essere vista da dentro, proprio per dare la possibilità di meravigliarsi per l’inverosimile felicità dei suoi abitanti”.
Tra gli elementi più sorprendenti del film, infatti, vi è proprio l’inattesa felicità di tanti residenti in un luogo così degradato. “Ed è un elemento assolutamente naturale - spiega Montesarchio - e non provocato dalla mia presenza: molti di loro sono davvero felici, anche se non godono di servizi essenziali come la corrente elettrica o l’acqua corrente, che da abusivi si sono procurati in modo abusivo. D’altra parte, come spiega bene un vulcanico personaggio soprannominato ‘o ‘mericano, di fronte a loro c’è il mare, a poche centinaia di metri il centro sportivo del Napoli, ognuno vive in famiglie solidissime e, cosa molto importante per chi si trova in stato d’indigenza, non esistendo per lo Stato nessuno di loro paga le tasse”.
"Ritratti abusivi" rende le vite degli abitanti del Parco Saraceno materia narrativa incandescente, arricchita da una visionarietà di sguardo capace di caricare quelle quotidianità ai margini di ulteriore senso puramente cinematografico, senza mai andare a discapito di un'autenticità "bigger than life" proprio perché assolutamente realistica. Se non fosse un documentario, il film di Montesarchio sarebbe un apologo fantascientifico sulle transmutazioni della società occidentale all'epoca di una globalizzazione che continua a rimasticare e vomitare se stessa abbandonando al loro destino intere parti di mondo "abusive" e, dunque, di fatto non esistenti. Guardando "Ritratti abusivi" si piange, si ride, si resta sbigottiti, si prova rabbia, ci s'innamora. Insomma, ci si sente vivi, come sempre dovrebbe essere di fronte alla potenza immaginifica del buon cinema.
Il film si apre e si chiude con un raro filmato pubblicitario anni Sessanta di Villaggio Coppola, reso poi inquietante e quasi orwelliano (a proposito di science fiction...) dal futuro destino di degrado e abbandono dell’area e, dunque, dal concreto "farsi" del documentario. “Di quel filmato - conclude il regista - esiste un’unica copia in pellicola, conservata dall’esercente del locale cinema Bristol. Quando ho deciso di usarlo lui ne è stato felice, perché mi ha detto che così avrei salvato la memoria di quelle immagini che, altrimenti, sarebbe andata perduta. Lo stesso si può dire per l’umanità che vive in questa terra di frontiera sconosciuta ai più, che ho provato a restituire attraverso autentici ritratti di ciascuno, dichiarati fin dal titolo, facendoli parlare direttamente allo spettatore per raccontare le loro verità senza filtri né sovrastrutture. E spero che, dopo il successo veneziano di “Sacro Gra”, il documentario possa conquistare sempre più spazio anche nei cinema, perché sono sicuro che, pure in Italia, esistono tanti spettatori desiderosi di confrontarsi con film capaci di raccontare il reale”.
mercoledì 13 novembre 2013
SUL SET DEL FILM DI MARTONE SU GIACOMO LEOPARDI
Di Diego Del Pozzo
(Il Mattino - 12 novembre 2013)
(Il Mattino - 12 novembre 2013)
La giornata cupa e piovosa contribuisce a rendere ancora più suggestivo il set napoletano del nuovo film di Mario Martone, “Il giovane favoloso”, che si gira da ieri all’interno dell’ala monumentale dell’università Suor Orsola Benincasa. Nel film dedicato alla parabola esistenziale di Giacomo Leopardi, infatti, sarà proprio la storica cittadella universitaria a trasformarsi in una Napoli ottocentesca quasi horror messa letteralmente in ginocchio dall’epidemia di colera che la colpì nell’ottobre 1836 e che fece più di 20mila morti soltanto nei primi otto mesi, cioè fino a quel 14 giugno 1837 nel quale Leopardi morì nella casa di vico Pero condivisa con l’amico Antonio Ranieri.
Osservare il set del film di Martone, vuol dire fare un viaggio a ritroso nel tempo, per ritrovarsi calati in uno scenario da incubo fatto di cadaveri ammassati su carri trainati da cavalli, incappucciati che gettano i corpi delle vittime del colera nelle fosse comuni, grassi monaci che danno l’estrema unzione agli sventurati, roghi e fiamme purificatrici agli angoli di vicoli lerci e minacciosi. Lo scenario è quello delle Rampe storiche del Suor Orsola Benincasa, dove una figura longilinea ed elegante vestita di nero scende a passo veloce, coprendosi la bocca con un fazzoletto, come a volersi proteggere dal possibile contagio. Nella finzione filmica, la scalinata della cittadella universitaria diventa un vicolo del centro antico, lungo il quale il nobiluomo incrocia per un attimo una figura maschile di più umili origini. Alle spalle dei due uomini, alcuni personaggi incappucciati portano a braccio una serie di cadaveri e li gettano su un carro già ricolmo di corpi privi di vita, fermo nel cortile adiacente. Tutt’intorno è buio, in terra ci sono ovunque cenere e rifiuti, alcune fiamme bruciano alte, alimentate da un impianto a gas che, naturalmente, resta fuori dall’inquadratura.
Le riprese di questa scena sono piuttosto elaborate e occupano buona parte del pomeriggio di ieri, con una macchina da presa che, piazzata in un angolo a metà scalinata, segue in piano sequenza l’incrocio tra i due uomini, mentre un secondo operatore con camera a mano riprende gli incappucciati e i cadaveri sul carro nel cortile. Nel ruolo di Giacomo Leopardi c’è un Elio Germano totalmente immerso nel personaggio e tanto aderente a esso, fisicamente e psicologicamente, da aver fatto dire a Martone, prima dell’inizio delle riprese di settembre a Recanati, che “senza di lui non saremmo nemmeno andati avanti con la stesura della sceneggiatura, perché mi è sempre sembrato perfetto per il ruolo”.
Regista, attore protagonista e il resto della troupe e del cast sono arrivati a Napoli già da sabato, per una serie di sequenze ambientate nel centro storico, davanti agli Incurabili e nei pressi di via Duomo. Ma, da ieri, il grosso delle riprese è ospitato proprio all’interno del Suor Orsola Benincasa, dove la produzione resterà fino a venerdì e dove si girerà anche nello Spogliatoio falegnami e in una palazzina dismessa vicino all’aula magna, diventati due bassi; nella saletta adiacente alla Sala degli Angeli, dove è ricostruita una sagrestia; nell’aula Schulte, dove è allestita la stanza del poeta recanatese e all’interno del cunicolo dell’archivio, trasformato in un cimitero dell’epoca. Nei prossimi giorni, poi, Martone girerà a piazza Plebiscito, a Porta Capuana, nell’ex Lanificio, nella Biblioteca nazionale, all’Istituto italiano per gli Studi filosofici e sulla sommità del Vesuvio, per un totale di tre settimane di riprese partenopee, che concluderanno la lavorazione.
“Il giovane favoloso” è prodotto da Carlo Degli Esposti per Palomar e Rai Cinema. Per le riprese a Napoli, la produzione s’è avvalsa della collaborazione della Film Commission Regione Campania e dell’Amministrazione comunale. Girato anche a Recanati, Firenze e Roma, il film di Martone è interpretato, oltre che da Elio Germano, anche da Michele Riondino (Antonio Ranieri), Massimo Popolizio (il papà, il conte Monaldo Leopardi), Anna Mouglalis (Fanny Targioni Tozzetti), Isabella Ragonese (la sorella Paolina Leopardi), Paolo Graziosi, Edoardo Natoli e Iaia Forte.
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