martedì 19 aprile 2022

IN RICORDO DI VALERIO EVANGELISTI: UNA MIA INTERVISTA "FANTAPOLITICA" DEL 2009 SULL'ITALIA FUTURA/PRESENTE

Ieri sera, Valerio Evangelisti se n'è andato lasciandoci addolorati e increduli, nonostante chi lo conosceva fosse al corrente dei problemi di salute che lo affliggevano da anni. Il creatore della saga letteraria dell'inquisitore Nicolas Eymerich avrebbe compiuto 70 anni a giugno ed è stato (e resta) uno tra gli scrittori italiani più importanti dell'ultimo trentennio, ben al di là degli steccati di genere e delle distinzioni tra "alto" e "basso", per fortuna stantìe da tempo anche in Italia. Nell'ambito della narrativa fantastica, poi, l'importanza di Evangelisti per la scena italiana è addirittura inestimabile, poiché il successo di vendite e di critica del primo romanzo del ciclo di Eymerich, all'epoca dell'uscita in Urania nel 1994 dopo la vittoria dello storico premio collegato alla collana fantascientifica di casa Mondadori, ha aperto le porte delle case editrici e i cuori dei lettori alle generazioni successive di scrittori e scrittrici nazionali, rendendo concretamente possibile, anche nella percezione comune, una via italiana alla fantascienza e al fantastico.

Oltre che come grande scrittore e come caposcuola, però, Valerio s'è distinto anche in veste di intellettuale "militante" nel senso migliore del termine e come osservatore serio, acuto, rigoroso e coraggioso della realtà circostante, trasfigurata spesso nelle sue opere narrative e analizzata da par suo nell'ambito della sua densa produzione saggistica, spesso con un approccio amaro e dolente derivante dalla consapevolezza dello stato comatoso dell'esistente. Ma, soprattutto, Valerio è stato un uomo buono e generoso, sempre prodigo di attenzioni e consigli verso i più giovani e sempre attento alle ragioni dei più deboli e di chi vive ai margini, coerentemente con la sua formazione da storico e, soprattutto, con quegli ideali di sinistra mai rinnegati e, anzi, trasformati negli anni finali della sua vita in concreta attività politica nella sua Bologna. Da parte mia, l'ho conosciuto più o meno 25 anni fa e gli ho voluto molto bene. E, oggi più che mai, sono convinto che la sua scomparsa lasci un vuoto enorme nella cultura italiana contemporanea. Per un profilo completo e accurato di Valerio Evangelisti, rimando a questo bell'articolo scritto dall'amico Carmine Treanni per Wired, mentre da parte mia voglio riproporre qui una lunga intervista, piuttosto "politica" che gli feci per il quotidiano Il Mattino a fine luglio 2009. L'occasione era l'uscita di un'interessante antologia di racconti edita da minimum fax, ma finimmo a parlare di tante altre cose, purtroppo oggi più attuali che mai (d.d.p.).

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Un futuro di malavita e tv
Evangelisti e la fantapolitica verosimile

Di Diego Del Pozzo
(da Il Mattino del 31 luglio 2009)


Esplorare l'Italia del futuro per decifrare quella attuale: è ciò che si propongono i nove scrittori riuniti dal curatore Giorgio Vasta nell'antologia Anteprima nazionale (minimum fax, 232 pagine, 15 euro), per cercare "una forma nel buio" del nostro presente grazie a quel "dispositivo ottico" chiamato letteratura.

Tra i nove autori coinvolti – assieme a Tullio Avoledo, Giorgio Falco, Wu Ming 1, Tommaso Pincio, Ascanio Celestini, Giancarlo De Cataldo, Giuseppe Genna e Alessandro Bergonzoni – c'è anche Valerio Evangelisti, uno tra i narratori italiani più apprezzati all'estero, in particolare grazie alla saga dell'inquisitore Nicolas Eymerich. "L'anno prossimo – anticipa Evangelisti – è prevista l'uscita del nuovo romanzo, che per ora ha un titolo provvisorio, Rex tremendae maiestatis. Si svolge in Sicilia, ma con un finale a Napoli, dentro Castel dell'Ovo".

In Anteprima nazionale, invece, Evangelisti è presente con Capobastone, racconto nel quale descrive un'Italia futura da incubo, dove la criminalità organizzata è stata definitivamente "sdoganata" e governa il Paese: "Si è fatta le proprie leggi, è rappresentata in Parlamento – spiega lo scrittore bolognese – da diversi partiti ideologicamente affini tra loro (Cosa Nostra, Camorra, 'Ndrangheta, Sacra Corona Unita, Striddia) e ha conquistato il massimo consenso tra gli italiani dando loro ciò che volevano".

Proprio questa mi sembra la notazione più disperata e agghiacciante. Come è nato questo approccio così feroce nei confronti dell'esistente?
"L'ispirazione iniziale viene da un vecchio romanzo di fantascienza di Cyril M. Kornbluth, intitolato in italiano Non è ver che sia la mafia… (sottinteso: "il peggior di tutti i mali"). Vi si narra di un dominio futuro di Cosa Nostra sugli Stati Uniti, con quasi generale soddisfazione. Il romanzo mi è tornato più volte in mente nel constatare che tanti italiani votavano e votano con entusiasmo politici notoriamente corrotti o legati alla malavita organizzata. In una situazione simile, il problema non sono i mafiosi, ma chi vota per loro. Mettiamo che la percentuale cresca e si arriverà, senza troppi sforzi di immaginazione, a uno stato di cose quale quello che prospetto io".

Come ha sviluppato l'idea di partenza del racconto?
"Partendo dalla mentalità che oggi domina in Italia: l'essere subordinato all'avere. Così si votano anche criminali, a tutela dei propri interessi immediati. I dati da cui partire li avevo sotto gli occhi: un clima strano, a metà tra la commedia e il cinismo diffuso, la crudeltà e l'amoralità dilaganti, la voglia di arraffare assurta a ideologia condivisa. Tutto è effimero, corrotto, triviale. Non ho dovuto sforzare troppo la mia immaginazione".

Il curatore Giorgio Vasta scrive nella sua introduzione che "L'Italia è tratta da una storia vera". Lei che ne pensa?
"L'Italia odierna offre uno spettacolo penoso, che all'estero è osservato con irridente simpatia. Siamo tornati ai mandolini, alle storie pecorecce, ai furori nazionalistici e ai fervori clericali. Poi nessuno crede in nulla, ma l'importante è che la commedia continui. Nei confronti di questo Paese provo un sentimento tra l'indignato e il divertito. Ne deriva una sorta di sarcasmo, da non confondere con il distacco, che mi aiuta a sopportare l'insopportabile. Un narratore può rendere vivi tali sentimenti e farvi partecipare più gente di quanto sia in grado di fare uno studioso. Sullo stesso piano si pone, quando ne ha voglia, il giornalista, solo che l'operazione, per lui, dura un solo giorno, o una sola settimana. Un libro, invece, dura più a lungo".

Mi hanno colpito, nel suo racconto, quei passaggi nei quali parla di "azzeramento della storia" e dell'eterno presente dei reality show, che lei definisce come "una specie di passaggio obbligato per la politica"…
"Reality show? Non dimentichiamo che, in Italia, due comunisti hanno di recente ottenuto affermazioni clamorose: Vladimir Luxuria all'Isola dei famosi e Marco Baldini a La fattoria… Ovviamente scherzo, ma non vi è dubbio che la televisione abbia dilagato nella società e le abbia dettato modelli e scale di valori. In un certo senso, politica e televisione sono venute a coincidere. Ciò provoca un automatico e sottile azzeramento della memoria storica. Esiste solo ciò che passa sul piccolo schermo, e chi contesta ciò lo fa dal piccolo schermo, cioè dal territorio in teoria nemico".

Cosa c'è, invece, nel futuro di Valerio Evangelisti, dopo Anteprima nazionale?
"Oltre al nuovo capitolo di Eymerich, attualmente sto scrivendo il "prequel" di Tortuga, il mio recente romanzo sui pirati: s'intitola Veracruz. Inoltre, è da poco uscita una nuova collana mondadoriana da edicola, Epix, con un volume dedicato a una mia antologia, Acque oscure, comprendente anche Gocce nere, un mio romanzo breve inedito. Contemporaneamente ad Anteprima nazionale, infine, è in libreria un'altra antologia, Italia underground, a cura di Angelo Mastrandrea, edita da Sandro Teti: nel mio breve racconto immagino il Paese intero divenuto sede di un reality show su scala planetaria, con il resto del mondo che scommette sulle famiglie italiane per vedere se riusciranno a cavarsela".

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giovedì 25 marzo 2021

ECCO IL SAGGIO DI DIEGO DEL POZZO SUL MARVEL CINEMATIC UNIVERSE

 


Napoli, 23 marzo 2020 – Dal campione d’incassi globale Avengers: Endgame alle nuove serie-fenomeno di Disney+ WandaVision e The Falcon and the Winter Soldier, il Marvel Cinematic Universe espande ulteriormente i propri confini e si ripropone, dopo la pausa imposta dalla pandemia da Covid-19, come il più vasto e coraggioso esperimento narrativo seriale dell’intera storia del cinema e dei media audiovisivi. Da giovedì 25 marzo, arriva in libreria e negli store online un nuovo saggio che ne ripercorre la storia e ne analizza le caratteristiche culturali, linguistiche e produttive, a partire dalle origini fumettistiche fino agli attuali sviluppi transmediali. Edito da CentoAutori nella collana Pop & Cult, il libro (288 pagine, 16.50 euro) s’intitola Marvel Cinematic Universe. Dal fumetto agli audiovisivi digitali: i film di supereroi tra convergenza mediale e nuova serialità. Lo ha scritto Diego Del Pozzo, giornalista e storico del cinema e dell’audiovisivo, con prefazione del sociologo dei media Gino Frezza, tra i massimi studiosi italiani dei rapporti tra fumetto e audiovisivi.

Basato sulle avventure dei supereroi della casa editrice americana Marvel Comics, il Marvel Cinematic Universe finora è composto da ben ventitré film realizzati tra il 2008 e il 2019, con un’unica maxi-trama che li unisce di capitolo in capitolo e, al tempo stesso, li lancia già verso il futuro. Ai film s’affiancano una quindicina di serie televisive, distribuite attraverso network tradizionali come Abc o piattaforme streaming come Netflix, Hulu o Disney+, ma anche webseries e inedite clip narrative integrative. Tutti questi prodotti audiovisivi, grazie anche alla potenza di fuoco della Disney, che nel 2009 ha acquistato la Marvel e i suoi personaggi, hanno cambiato l’industria audiovisiva facendo segnare nuovi record globali, rendendo il genere supereroico un autentico fenomeno di massa e ridefinendo in senso seriale e transmediale le caratteristiche del blockbuster hollywoodiano.

Il libro ripercorre le radici, le origini e lo sviluppo di questo fenomeno audiovisivo unico, fino alla definitiva consacrazione, evidenziandone le peculiari caratteristiche linguistiche e culturali, senza dimenticare il medium primario dal quale tutto ha avuto inizio, il fumetto, negli Stati Uniti degli anni trenta e quaranta del Novecento e poi con l’uscita nel 1961 dell’epocale primo numero di Fantastic Four, l’albo utilizzato da Stan Lee e Jack Kirby per porre le basi dell’universo fumettistico Marvel, cresciuto nel corso dei decenni grazie a personaggi indimenticabili come gli stessi Fantastici Quattro, Spider-Man, Hulk, Captain America, gli X-Men, Daredevil, gli Avengers e tanti altri, capaci di rivoluzionare la pop culture contemporanea. L’itinerario dell’autore approda agli exploit cinematografici di inizio Terzo millennio (dal primo X-Men di Bryan Singer alla trilogia di Spider-Man di Sam Raimi) e, quindi, all’analisi approfondita del Marvel Cinematic Universe, dalla nascita nel 2008 alla sua crescita enorme sotto la guida sicura del produttore Kevin Feige, oggi tra gli uomini più potenti dell’industria cinematografica globale e tra i responsabili dell’apertura di una nuova fase nella storia del cinema e dei media audiovisivi.

Dalla prefazione di Gino Frezza: «Diego Del Pozzo conduce il lettore per mano in questa indagine che è, altresì, un viaggio a più mete, dentro una storia capillare, composta di mille episodi e probabilità talora concorrenti e alternative, ma completa ed esauriente. Con un tale lavoro di analisi e di puntuale e dimostrata ricostruzione, momento per momento, in ognuna delle sue complesse fasi, l’autore di questo libro offre al suo lettore una panoramica essenziale, di grande utilità e accurata precisione e, soprattutto, avvincente come il suo oggetto di studio».

«Questo libro – spiega l’autore Diego Del Pozzo – nasce dalla mia passione personale per i personaggi a fumetti della Marvel, con i quali sono cresciuto leggendoli fin da quando ero ragazzino, durante gli anni settanta del Novecento. Quelle storie mi hanno poi accompagnato nel corso dei decenni, finché non le ho ritrovate, all’alba del Terzo millennio, trasposte in modo finalmente convincente sul grande e sul piccolo schermo. Al libro, però, sono arrivato non soltanto per passione, dato che da anni incrocio questi personaggi e le loro storie nei miei studi sul cinema, sulla serialità e sugli intrecci tra vecchi e nuovi media. La pubblicazione di questo volume coincide con l’inizio della mia direzione della collana Pop & Cult, edita dalla dinamica casa editrice napoletana CentoAutori, con la quale c’è perfetta unità d’intenti nel voler proporre ai lettori una saggistica che sappia abbinare un approccio piacevolmente divulgativo al rigore scientifico delle analisi e dei contenuti».

L’autore

Diego Del Pozzo è giornalista, storico e critico cinematografico, studioso di comunicazione e media audiovisivi. Attualmente insegna Storia del cinema e del video presso l’Accademia di Belle Arti di Bologna ed è docente a contratto presso l’Università degli studi di Napoli Federico II e l’Accademia di Belle Arti di Napoli. È autore di una tra le prime monografie in lingua italiana dedicate al fenomeno della serialità televisiva statunitense, Ai confini della realtà – Cinquant’anni di telefilm americani (Lindau, 2002). Inoltre, ha curato (assieme a Vincenzo Esposito) i volumi Rock Around the Screen. Storie di cinema e musica pop (Liguori, 2009) e Il cinema secondo Springsteen (Mephite-Cinemasud, 2012). Ha pubblicato numerosi saggi in volumi collettivi, cataloghi di festival, dizionari tematici e riviste specializzate come Cinemasessanta, Sentieri selvaggi, Cinemasud, Fata Morgana, Quaderni di cinema, Lo Straniero, Quaderni del CSCI. Ha collaborato con l’Istituto della Enciclopedia Italiana per l’Enciclopedia del Cinema Treccani diretta da Enzo Siciliano. Scrive di cinema, audiovisivi e fumetti nelle pagine di Cultura e Spettacoli del quotidiano Il Mattino.

La collana Pop & Cult

I saggi di questa collana analizzano e raccontano i fenomeni e i miti dei media e dell’immaginario contemporaneo italiano e internazionale, abbinando approccio divulgativo e rigore scientifico delle analisi, scrittura piacevole e serietà dei contenuti, per scoprire o riscoprire, anche da punti di vista inediti, storie e protagonisti, avventure e personaggi di cinema, serie tv, fumetti, videogiochi, grandi classici e nuove frontiere dell’entertainment e delle narrazioni popolari. La collana è diretta da Diego Del Pozzo e ha un comitato scientifico composto da Simone Arcagni (Università degli studi di Palermo), Anna Bisogno (Università Mercatorum), Stefania Carini (Università Cattolica del Sacro cuore di Milano), Carmela Bruna Mancini (Università della Calabria), Anna Masecchia (Università degli studi di Napoli Federico II), Pako Massimo (Accademia di Belle arti di Napoli), Roy Menarini (Università Alma Mater Studiorum di Bologna), Matteo Pollone (Università degli studi di Torino), Mario Tirino (Università degli studi di Salerno).


 

sabato 23 novembre 2019

L'INDUSTRIA DEI COMICS HA SPEZZATO IL CUORE DI ALAN MOORE!

Alan Moore
Di Diego Del Pozzo

C'è questo interessantissimo e tristissimo articolo tratto da Bleeding Cool (e segnalatomi dall'amico
Raffaele De Fazio) che rimette nella giusta prospettiva l'avversione totale di Alan Moore verso l'industria dei comics e le sue frequenti dichiarazioni contro, per esempio, le trasposizioni delle sue opere in altri media.
Nell'articolo, l'autore Rich Johnston riporta una serie di tweet di due giorni fa scritti da Leah Moore, la figlia del creatore di Watchmen e V for Vendetta. E Leah, con toni francamente struggenti e con un utilizzo ripetuto del verbo "to break" (rompere, spezzare; ma anche rompersi, spezzarsi) fa emergere il quadro di un innamorato distrutto nel proprio animo (oltre che di un uomo molto diverso dall'immagine cupa che ne danno comunemente i media).
Ma Leah Moore, soprattutto, lascia i lettori con un'unica, sconvolgente domanda-riflessione: se il cuore di Alan Moore non fosse stato distrutto da quella stessa industria alla quale lui aveva dato tutto, probabilmente oggi non avremmo avuto film e serie tv tratti dalle sue opere, ma al tempo stesso avremmo potuto leggere altri trent'anni e oltre (perché di questo stiamo parlando, di quasi quattro decenni) di storie dei supereroi di Marvel e DC Comics scritte da quello stesso autore che a metà anni Ottanta rinnovò per sempre quel particolare genere narrativo e lo rese adulto senza per questo farne sparire la magia.
Mi chiedo, allora (ma la domanda è chiaramente retorica): ne è davvero valsa la pena?

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martedì 12 novembre 2019

CIRO DI MARZIO È VIVO! E "GOMORRA" DIVENTA TRANSMEDIALE

Di Diego Del Pozzo

Che Ciro Di Marzio sarebbe sopravvissuto alla sua presunta morte di fine terza stagione lo dissi immediatamente dopo quell'indimenticabile sequenza di Gomorra - La serie. E l'ho ribadito più volte nel corso dei mesi (nonostante la sua assenza nel corso della quarta annata), perché ero convinto che gli autori non si sarebbero lasciati sfuggire l'opportunità di coinvolgere anche l'iconico personaggio interpretato da Marco D'Amore nello showdown conclusivo della serie, fianco a fianco con l'amico di sempre Genny Savastano di Salvatore Esposito. D'altra parte, la quinta stagione dovrebbe essere l'ultima e, come tale, dovrebbe portare a compimento tutte le trame della più importante serie di genere crime mai realizzata in Italia. E, per farlo degnamente, Ciro e Genny dovranno necessariamente essere in scena!
Oggi, il nuovo trailer del lungometraggio d'esordio di D'Amore come regista, l'attesissimo L'Immortale (nei cinema italiani dal 5 dicembre, distribuito da Vision), ufficializza la questione: Ciro Di Marzio è vivo e, dopo un anno o poco più trascorso in Lettonia a rimettersi in sesto e riacquistare potere criminale, è pronto a dire la sua durante la quinta stagione di Gomorra - La serie.
La cosa davvero interessante di questa operazione filmica, però, è un'altra. Il ritorno dell'Immortale anche nel presente e non soltanto nel passato, infatti, fa del film a tutti gli effetti un episodio extralarge ed extralusso della serie tv, un "ponte" ideale tra quarta e quinta stagione sviluppato secondo le tecniche del transmedia storytelling come mai era stato fatto prima in Italia; e come poche altre volte, a questi livelli, è stato tentato finora anche a livello internazionale (mi vengono in mente alcuni intrecci transmediali tra una serie come Marvel's Agents of S.H.I.E.L.D. e film come The Avengers o Captain America: The Winter Soldier all'interno del Marvel Cinematic Universe), certamente con esiti drammaturgici ben distanti da quelli che dovrebbero scaturire dall'incrocio tra L'Immortale e Gomorra - La serie, che a questo punto possiamo iniziare a considerare come tasselli di un più ampio e crossmediale "Gomorra Cinematic Universe", pronto magari per essere sviluppato in futuro in direzioni oggi ancora non preventivabili, anche dopo la conclusione della serie-madre.
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sabato 9 novembre 2019

LA CINETECA DI BOLOGNA RICORDA FRANCO LA POLLA (E ANCHE IO)

Di Diego Del Pozzo

Che bella, la rassegna organizzata in questi giorni (fino a venerdì 15) dalla Cineteca di Bologna per ricordare il grande Franco La Polla!
Sono trascorsi ormai più di dieci anni da una scomparsa decisamente prematura, che ha lasciato un vuoto enorme nella cultura (non soltanto cinematografica) italiana.
La grandezza dello studioso non ha bisogno di troppe parole. L'unicità del personaggio, anche dal punto di vista umano, invece può essere ben testimoniata anche dallo strano modo nel quale lo conobbi personalmente, dopo essermi formato (direi innamorato) da studente di Storia del cinema sui suoi libri.
Nella primavera del 1997, ormai laureato già da un po' e collaboratore della cattedra di Storia del cinema dell'Orientale di Napoli, stavo lavorando all'organizzazione di una lunga rassegna cinematografica all'aperto (Strange Days, Strange Nights) che si sarebbe poi tenuta nei mesi di luglio e agosto nel parco pubblico di Aversa, cittadina in provincia di Caserta. Tra i film che avevo scelto c'era anche Star Trek: First Contact, al quale intendevo dedicare una serata a tema ben oltre la semplice proiezione. Così, attraverso l'amico comune Andrea Plazzi, contattai Franco e lo invitai per presentare il fantastico libro che aveva pubblicato l'anno prima proprio per la casa editrice di Andrea, la mitica PuntoZero di Bologna (il libro, ovviamente, è Star Trek - Foto di gruppo con astronave). Lui accettò subito e, quando giungemmo al giorno della proiezione e al suo arrivo in treno ad Aversa, non si scompose minimamente, nonostante il mio imbarazzo, di fronte all'austera sistemazione nell'alberghetto a tre stelle nei pressi della stazione ferroviaria (all'epoca, l'unico della cittadina normanna). La serata fu memorabile, con questo grande studioso che presentò da par suo il libro e il film di fronte a una rumorosa platea da arena all'aperto (c'erano almeno 600-700 persone, ansiose di vedere il film ma rapite dal suo eloquio!), divertendosi molto perché per tutto il tempo gli fecero da cornice scenografica i membri dello STIC (lo Star Trek Italian Club) rigorosamente in divisa ufficiale della Flotta Stellare.
Dopo quell'incontro, con Franco nacque una bella, sincera e disinteressata frequentazione amicale, portata avanti negli anni soprattutto via email e rinsaldata da periodiche chiacchierate di persona durante festival e iniziative cine-culturali in giro per l'Italia. Nel 2002, poi, ebbi da lui il gigantesco onore di avere la sua prefazione - semplicemente meravigliosa, nei toni e nel contenuto - per aprire il mio libro sulle serie tv, Ai confini della realtà. Cinquant'anni di telefilm americani. E, a conferma del suo spessore umano, Franco accompagnò il testo con alcuni preziosi consigli più privati, che ancora conservo nella mia memoria.
La scomparsa di Franco La Polla nel 2009 è stata davvero un bruttissimo colpo per la comunità degli studiosi di cinema e audiovisivo, perché - come ha opportunamente sottolineato qualche giorno fa Roy Menarini in un suo ricordo qui su Facebook - al di là della grandezza e unicità dell'uomo da un esegeta raffinato e colto come lui in questi anni ci sarebbero arrivate certamente tante altre analisi e intuizioni originali e inattese sul panorama in continua mutazione dei media audiovisivi; analisi che, invece, ci sono state purtroppo negate.
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Qui, ecco la breve descrizione-introduzione della rassegna bolognese, dal sito della Cineteca: "Dieci anni fa scompariva Franco La Polla, professore americanista, critico cinematografico, storico del cinema hollywoodiano, per diverse generazioni una luce guida nella scoperta del cinema degli Stati Uniti. La passione americana di La Polla era un’autentica passione culturale e sentimentale, sostenuta sempre dall’analisi critica e dall’ironia, per questo così contagiosa e di lunga eco. La breve rassegna, che vuole servire anche come invito a rileggere i suoi scritti, offre incursioni nella Hollywood classica, nel musical, nel new american cinema, con in più un omaggio al prediletto Truffaut" (http://www.cinetecadibologna.it/lapolla2019).
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sabato 5 ottobre 2019

GRAPHIC JOURNALISM: RIZZO & BONACCORSO "... A CASA NOSTRA"

Di Diego Del Pozzo
Nell’ambito della manifestazione “Ricomincio dai libri”, alle 18 alla fondazione FoQus nei Quartieri spagnoli di Napoli, lo sceneggiatore Marco Rizzo presenta assieme a Laura Marmorale e Paquito Catanzaro il suo nuovo, notevole graphic novel … A casa nostra – Cronaca da Riace, scritto da lui e disegnato da Lelio Bonaccorso per Feltrinelli Comics (112 pagine a colori, 16 euro).
In questo seguito ideale del loro precedente lavoro, Salvezza, Rizzo e Bonaccorso tornano a raccontare storie di migranti e immigrati in fuga dall’Africa verso l’Italia. Ma stavolta, la loro inchiesta a fumetti (perché … A casa nostra – Cronaca da Riace è un ottimo esempio di graphic journalism) lascia la nave Aquarius e il mar Mediterraneo per approdare in Calabria, una tra le regioni italiane meridionali dove più drammatica è l’assenza di futuro per i suoi giovani e, al tempo stesso, più vivace è la rete dell’accoglienza verso chi arriva in Italia alla ricerca della salvezza o di un’esistenza migliore.
Gli autori, con un’intervista a Mimmo Lucano e le testimonianze di migranti e operatori, ricostruiscono così vicende di successi e tragedie, incubi burocratici e orrori quotidiani, concentrandosi in particolare su tre esempi di accoglienza “all’italiana”: quel “modello Riace” ormai smantellato, il caso virtuoso di Gioiosa Ionica e il buco nero dei diritti della baraccopoli di San Ferdinando a due passi da Rosarno.
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sabato 28 settembre 2019

"FRIENDS" COMPIE 25 ANNI (DAL MIO LIBRO DEL 2002)

Qui sotto riporto il paragrafo che nel 2002 dedicai a Friends nel mio libro Ai confini della realtà. Cinquant'anni di telefilm americani, edito da Lindau. Con la riproposizione di questo testo, celebro anch'io i venticinque anni dalla prima messa in onda della serie che, lo ricordo a chi legge, all'epoca dell'uscita del libro era ancora in programmazione. Buona lettura!
(d.d.p.)

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La definitiva dissoluzione della famiglia: Friends
Di Diego Del Pozzo
(tratto da Ai confini della realtà. Cinquant'anni di telefilm americani, Lindau, 2002 - Pagg. 177-180)
Stati Uniti, anni ’90: la famiglia tradizionale, in pratica, non esiste più. Il tessuto sociale sempre più disgregato ha la sua prima «vittima» proprio nel nucleo che – nella percezione comune – ne rappresenterebbe il punto di partenza e il fine ultimo: quello familiare costituito da padre, madre, figli, magari simpatici animaletti. Record di divorzi, figli sempre prima fuori dalle mura domestiche per studiare oppure (provare a) lavorare, intere vite da single coerenti con la scelta di privilegiare le carriere rispetto agli affetti, unioni omosessuali e «famiglie di fatto» provocano una mutazione completa nella percezione stessa dell’istituzione che, dai tempi dei padri fondatori al secondo dopoguerra, si credeva inattaccabile.
Anticipato, per certi versi, dall’ottima serie di Marshall Herskovitz e Edward Zwick Thirty Something (id., 1987), il programma televisivo che meglio fotografa tale situazione è, naturalmente, una sit-com, genere «casalingo» per eccellenza: si tratta di Friends (id., 1994), creato da David Crane e Marta Kauffman, prodotto dalla Warner Bros. per la NBC, che lo trasmette a partire dal 22 settembre 1994. È fin dall’inizio un grande successo di critica e, soprattutto, di pubblico, a dimostrazione di quanto lo show sia ben inserito nel proprio tempo. Attualmente, addirittura, l’audience media per ogni episodio si aggira sui 25 milioni di spettatori e fa entrare Friends regolarmente nella «Top Five» dei programmi più visti degli Stati Uniti.
Al centro del telefilm c’è, appunto, una famiglia allargata in perfetto stile anni ’90. La compongono i sei giovani protagonisti: la cameriera bionda Rachel Karen Green (interpretata da Jennifer Aniston), il nevrotico paleontologo divorziato Ross Geller (David Schwimmer), la sua maniacale sorella cuoca (nonché coinquilina di Rachel) Monica Velula Geller (Courteney Cox), la svampita e bizzarra cantautrice «new age» Phoebe Buffay (Lisa Kudrow), il simpatico Chandler Bing (Matthew Perry) con problemi nei confronti dell’altro sesso e il suo belloccio coinquilino aspirante attore Joey Tribbiani (Matt LeBlanc). I ragazzi, trentenni, vivono a New York, nella zona del Village, dove si trovano, l’uno di fronte all’altro, l’appartamento di Rachel e Monica e quello di Joey e Chandler, ma anche il ritrovo abituale del gruppo: il Central Perk, il locale dove si esibisce Phoebe e il cui stesso nome è fonte di divertenti giochi di parole.
Friends ridà nuova linfa al genere sit-com e ne detta le regole per l’immediato futuro, nell’unico modo ormai possibile: giocando col pluridecennale passato della commedia televisiva, con i suoi cliché e «tipi» ormai entrati nella quotidianità degli spettatori. «Amori, amicizie, lavoro, rapporti con i genitori, omosessualità vengono presentati a un pubblico smaliziato con la tecnica del sottotesto esplicito, cioè mettendo in evidenza i meccanismi e giocando con i generi frequentati» (Andrea Bordoni, Matteo Marino, Tutto quello che avreste voluto sapere su… Friends, Lindau, Torino 2000, p. 9.). È così che le tematiche classiche della sit-com, quella della famiglia in primis, vengono rielaborate all’insegna della contemporaneità. Quindi, diventa normale lo spostamento di fuoco, evidentissimo fin da un titolo che «testimonia l’affermarsi della tendenza di mettere in primo piano le famiglie clan, gruppi di amici solidali che si sostengono e si consigliano nei momenti di bisogno, dividendo gioie e problemi» (Ivi).
D’altra parte, il processo è chiarissimo: la famiglia-tipo americana degli anni ’50 – i Nelson, più che i Ricardo – inizia a scricchiolare sinistramente vent’anni dopo, quando Happy Days la descrive con la sensibilità settantesca e, per esempio, fa entrare nel salotto buono il classico teppista con tanto di giubbotto di pelle nera (anche se Fonzie è un bullo dal cuore d’oro); nel decennio ’90, infine, il gruppo di amici – che già nella serie di Garry Marshall diventava, spesso, la causa scatenante di piccole frizioni tra i Cunningham – si sostituisce completamente al nucleo familiare tradizionale: la ribelle Joanie – più che suo fratello Richie – è cresciuta, ha abbandonato il giovane marito Chachi e lasciato Milwaukee per New York, dove cerca di arrangiarsi come può, sia in campo lavorativo che in quello affettivo; la famiglia è lontana e, in caso di bisogno, può contare soltanto sui propri fedeli amici. Il carattere di sequel generazionale di Happy Days, d’altra parte, Friends lo dichiara fin dal primo episodio, «Matrimonio mancato» («The One Where Monica Gets a New Roommate»), dove Rachel – poco dopo essere fuggita dall’altare (ancora in abito bianco) ed essersi rifugiata in casa di Monica – s’immalinconisce guardando l’ultima puntata del telefilm di vent’anni prima, cioè proprio quella in cui Joanie e Chachi si sposano. I tempi sono cambiati, dunque: mentre prima si convolava a nozze felici, adesso è il momento di ridefinire amore e amicizia su basi completamente differenti.
La post-modernità di Friends, in ogni caso, si evince anche da altri particolari: dai titoli di ciascun episodio, per esempio, che iniziano sempre con «The One Where…» («Quello dove…») oppure «The One With…» («Quello con…»), proprio per giocare con la situazione-tipo del fan che, quando ricorda un episodio della sua serie preferita, non lo fa mai attraverso il titolo ma dall’avvenimento contenuto in quel segmento (nel caso di Happy Days, un buon esempio potrebbe essere «Quello con la sfida tra Mork e Fonzie»); oppure, dalle tante comparsate di notissimi attori hollywoodiani, spesso nei panni di se stessi (tra i tanti, basti citare Julia Roberts, Robin Williams, Isabella Rossellini). Ma anche la celeberrima sigla I’ll Be There for You cantata dai Rembrandts, oltre che come classica canzone d’amore può essere letta pure come invito rivolto ai telespettatori più o meno fedeli, per chieder loro di sintonizzarsi sullo show anche la settimana successiva. I versi, infatti, tradotti in italiano, recitano: «Sarò là per te, come lo sono stato prima; sarò là per te, perché anche tu sei là per me»; quasi un aforisma teorico sul senso ultimo della serialità.
Insomma, per quanto riguarda i telefilm d’ambientazione e argomento familiare – dal punto di vista linguistico e del reciproco gioco di specchi con la società statunitense – Friends chiude il cerchio e suggerisce nuove direzioni.
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mercoledì 29 maggio 2019

UFFICIALE: "DEATH STRANDING" ARRIVA L'8 NOVEMBRE!

Di Diego Del Pozzo


L'opera dell'ingegno umano più politica del 2019 raggiungerà il suo pubblico l'8 novembre. Si tratta di un'opera multimediale interattiva, cioè di un videogioco: l'attesissimo Death Stranding di Hideo Kojima.
E il leggendario artista giapponese oggi ha lanciato il lungo (e stupefacente!) nuovo trailer del suo gioco, introducendolo col seguente messaggio: «Le persone hanno creato "muri" e si sono abituate a vivere isolate. Death Stranding è un tipo di gioco d'azione completamente nuovo, nel quale l'obiettivo del giocatore è ricollegare città isolate e una società frammentata. È stato creato in modo che tutti gli elementi, inclusa la narrazione e il gameplay, siano tenuti assieme dal concetto di "strand" (filo) o connessione. Come Sam Porter Bridges, tenterai di colmare le divisioni nella società e di creare nuovi legami o "strands" con altri giocatori in tutto il mondo. Attraverso la tua esperienza di gioco, spero che riuscirai a comprendere la vera importanza del creare connessioni con gli altri. Adesso, per favore, goditi il nuovo trailer di Death Stranding».