
giovedì 6 gennaio 2011
mercoledì 5 gennaio 2011
UNA TRAVOLGENTE POP SONG DI QUALCHE ANNO FA!
Prendiamoci un break, con un po' di buona musica di qualche anno fa, dall'altro mio sito Rock Around the Screen. Cliccate qui e lasciatevi andare!
martedì 4 gennaio 2011
PARLA IL DIRETTORE DELLA FILM COMMISSION CAMPANIA
Di Diego Del Pozzo
(Il Mattino - 28 dicembre 2010)
(Il Mattino - 28 dicembre 2010)
Anche la Film Commission Regione Campania paga le conseguenze della crisi economica del settore audiovisivo in Italia, tra tagli al Fus (il Fondo unico per lo spettacolo) e mancati contributi da parte dell'ente regionale al quale la società fa capo. Tutto ciò, nonostante gli indiscutibili risultati positivi conseguiti nei primi sei anni di attività, durante i quali, sottolinea il direttore Maurizio Gemma (nelle due foto sotto, da solo e col resto dello staff della società), "la Film Commission campana ha favorito la realizzazione di oltre 200 progetti cinematografici e televisivi sull'intero territorio regionale, generando una ricaduta di spesa diretta legata a queste produzioni superiore ai 110 milioni di euro, ai quali va aggiunto l'indotto, a fronte di un budget annuo di 600mila euro, che per il 2010 non ci è stato ancora assegnato". 
Ma com'è possibile, Gemma, che una struttura considerata tra le più efficienti in Italia nel proprio settore debba dibattersi tra tante difficoltà?
"Purtroppo è possibile. Quotidianamente ci confrontiamo con Film Commission di altre regioni, per esempio Puglia e Piemonte, che godono di finanziamenti ben superiori e che possono permettersi di attrarre le produzioni anche grazie a incentivi economici che noi, invece, non siamo in grado di assicurare. Nonostante ciò, però, suppliamo a questi deficit con impegno e creatività. E questi sforzi ci hanno portati a presiedere l'associazione italiana di categoria".
Un buon esempio del vostro lavoro è legato al film campione d'incassi Benvenuti al Sud.
"Si tratta di un esempio perfetto di ciò che deve fare una Film Commission efficiente: quando venimmo a sapere di un remake della commedia francese Giù al Nord ci attivammo per provare a portare in Campania il set del film, che la produzione intendeva realizzare altrove. Con piccoli escamotage, come i 100mila euro ottenuti dall'Assessorato regionale all'agricoltura per il "product placement" dei prodotti enogastronomici campani, ma anche con grandi sforzi personali, li abbiamo trascinati a Castellabate e gli abbiamo fatto conoscere set naturali che ignoravano e che, invece, erano perfetti per la loro storia. Il resto è cosa nota: Benvenuti al Sud ha incassato più di 30 milioni di euro, secondo assoluto dietro La vita è bella di Benigni; a Castellabate c'è il tutto esaurito anche fuori stagione grazie ai flussi turistici provocati dal film; e, infine, da mesi si parla ovunque di un'altra Campania, lontanissima da quella della monnezza e de
lla camorra".
Nei giorni dell'ispezione ministeriale voluta da Tremonti in Regione, però, siete stati accusati di sperperare denaro.
"E quest'accusa ci ha fatto molto male, in quanto infondata. Anche perché non abbiamo mai potuto contare sui 10 milioni di euro dei quali si è parlato in quei giorni, previsti da due delibere della Regione di marzo 2009 e febbraio 2010, poi annullate. Peccato, perché con quei fondi europei mai arrivati avremmo potuto realizzare investimenti strutturali che avrebbero prodotto concreto sviluppo sul territorio".
Di che si tratta?
"Di un articolato programma per la promozione dell'immagine della Campania attraverso interventi sull'intera filiera cinetelevisiva. Bastino tre esempi. Innanzitutto, avremmo preso in gestione il Centro di produzione Rai di Piscinola, non più utilizzato dopo le riprese de La nuova squadra: un'area di 2.500 metri quadrati dove, in attesa dei Napoli Studios tante volte annunciati e mai concretamente realizzati, avremmo creato una struttura adeguata da offrire alle produzioni interessate a girare in Campania, con teatri di posa, scenografie, uffici, sale riunioni, impiantandovi al tempo stesso un laboratorio permanente per i talenti e le maestranze del nostro territorio. Poi, avremmo varato col regista Enzo d'Alò una scuola campana per animatori cinematografici, che sarebbero stati subito impiegati su un episodio del Pinocchio che sta realizzando con Lorenzo Mattotti. Infine, avremmo chiuso un accordo con Google per inserire su tutte le piattaforme dei new media luoghi e itinerari del cinema in Campania, grazie all'utilizzo delle sequenze di oltre cento anni di film e al lavoro di un importante esperto di geo-referenziazione come Marco Bottigliero. Purtroppo, non so se potremo mai realizzare nulla di tutto ciò".
Ma com'è possibile, Gemma, che una struttura considerata tra le più efficienti in Italia nel proprio settore debba dibattersi tra tante difficoltà?
"Purtroppo è possibile. Quotidianamente ci confrontiamo con Film Commission di altre regioni, per esempio Puglia e Piemonte, che godono di finanziamenti ben superiori e che possono permettersi di attrarre le produzioni anche grazie a incentivi economici che noi, invece, non siamo in grado di assicurare. Nonostante ciò, però, suppliamo a questi deficit con impegno e creatività. E questi sforzi ci hanno portati a presiedere l'associazione italiana di categoria".
Un buon esempio del vostro lavoro è legato al film campione d'incassi Benvenuti al Sud.
"Si tratta di un esempio perfetto di ciò che deve fare una Film Commission efficiente: quando venimmo a sapere di un remake della commedia francese Giù al Nord ci attivammo per provare a portare in Campania il set del film, che la produzione intendeva realizzare altrove. Con piccoli escamotage, come i 100mila euro ottenuti dall'Assessorato regionale all'agricoltura per il "product placement" dei prodotti enogastronomici campani, ma anche con grandi sforzi personali, li abbiamo trascinati a Castellabate e gli abbiamo fatto conoscere set naturali che ignoravano e che, invece, erano perfetti per la loro storia. Il resto è cosa nota: Benvenuti al Sud ha incassato più di 30 milioni di euro, secondo assoluto dietro La vita è bella di Benigni; a Castellabate c'è il tutto esaurito anche fuori stagione grazie ai flussi turistici provocati dal film; e, infine, da mesi si parla ovunque di un'altra Campania, lontanissima da quella della monnezza e de
Nei giorni dell'ispezione ministeriale voluta da Tremonti in Regione, però, siete stati accusati di sperperare denaro.
"E quest'accusa ci ha fatto molto male, in quanto infondata. Anche perché non abbiamo mai potuto contare sui 10 milioni di euro dei quali si è parlato in quei giorni, previsti da due delibere della Regione di marzo 2009 e febbraio 2010, poi annullate. Peccato, perché con quei fondi europei mai arrivati avremmo potuto realizzare investimenti strutturali che avrebbero prodotto concreto sviluppo sul territorio".
Di che si tratta?
"Di un articolato programma per la promozione dell'immagine della Campania attraverso interventi sull'intera filiera cinetelevisiva. Bastino tre esempi. Innanzitutto, avremmo preso in gestione il Centro di produzione Rai di Piscinola, non più utilizzato dopo le riprese de La nuova squadra: un'area di 2.500 metri quadrati dove, in attesa dei Napoli Studios tante volte annunciati e mai concretamente realizzati, avremmo creato una struttura adeguata da offrire alle produzioni interessate a girare in Campania, con teatri di posa, scenografie, uffici, sale riunioni, impiantandovi al tempo stesso un laboratorio permanente per i talenti e le maestranze del nostro territorio. Poi, avremmo varato col regista Enzo d'Alò una scuola campana per animatori cinematografici, che sarebbero stati subito impiegati su un episodio del Pinocchio che sta realizzando con Lorenzo Mattotti. Infine, avremmo chiuso un accordo con Google per inserire su tutte le piattaforme dei new media luoghi e itinerari del cinema in Campania, grazie all'utilizzo delle sequenze di oltre cento anni di film e al lavoro di un importante esperto di geo-referenziazione come Marco Bottigliero. Purtroppo, non so se potremo mai realizzare nulla di tutto ciò".
lunedì 3 gennaio 2011
SKOLIMOWSKI E L'ESSENZA DELL'ATTO DI UCCIDERE
Di Diego Del Pozzo
(Il Mattino - 3 gennaio 2011)
(Il Mattino - 3 gennaio 2011)
Tra le anteprime di "Capri, Hollywood" 2010, quella che ha fatto più discutere è il crudo e poetico Essential Killing, col quale il settantaduenne maestro polacco Jerzy Skolimowski ha conquistato, in settembre, ben due riconoscimenti alla Mostra di Venezia: la Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile (assegnata al protagonista Vincent Gallo) e il Gran premio della giuria, presieduta da un Quentin Tarantino che ha evidentemente molto amato questa riflessione d'autore su ciò che di essenziale vi è nell'atto di uccidere, cioè il puro istinto di sopravvivenza celato dietro
la disperata dicotomia "io vivo - tu muori".
Essential Killing racconta la vicenda di un uomo catturato dalle forze armate americane in Afghanistan e trasportato in un centro di detenzione segreto in Europa. Il veicolo sul quale viaggia il prigioniero, però, ha un incidente e così lui si trova in fuga in una immensa e silenziosa foresta innevata, resa ancora più abbagliante dalla notevole fotografia di Adam Sikora. Braccato dall'esercito, l'uomo interpretato da un Vincent Gallo muto per l'intero film lotta fino all'ultimo sangue per la propria sopravvivenza, uccidendo ogni volta che è necessario. "Tutto è nato - spiega Skolimowski - dall'osservazione dei luoghi nei quali vivo. Da qualche anno, infatti, ho venduto la mia casa californiana di Malibu e sono tornato in Polonia, dove abito in una casa situata nel bel mezzo di una foresta. Poco distante da casa mia, in una zona militare piuttosto sorvegliata, c'è una base segreta americana dove si dice che la Cia torturi e interroghi i prigionieri catturati in Medio Oriente. Mi sembrava un buon soggetto per un film interessante".
Uno specifico episodio, poi, ha fatto decollare il progetto: "Un paio di inverni fa, con la strada completamente ricoperta di neve, ebbi un incidente e - prosegue il regista polacco - uscii di strada con la mia auto. Fu allora che pensai all'incipit del film: cosa succederebbe, infatti, se anche un mezzo militare con a bordo prigionieri diretti a quella base avesse un incidente simile al mio e nell'urto perdesse un prigioniero? E cosa accadrebbe se quell'uomo di origini mediorientali, catapultato in una realtà lontanissima dalla sua, fosse costretto a fuggire nella foresta innevata, braccato come un animale selvatico interessato soltanto alla propria sopravvivenza?". A queste domande, Skolimowski ha risposto costruendo sulla fisicità debordante e l'espressività dolente di un Vincent Gallo al quale non servono parole quello che egli stesso definisce "un dramma psicologico, che si esplicita dopo i primi venti minuti da action movie. A me, infatti, più che il dato politico - conclude il regista - interessava lo scavo in profondità nella testa di un uomo che si trasforma in assassino solo perché s'è trovato al posto sbagliato nel momento sbagliato: volevo capire come reagiva la natura umana se calata in una situazione estrema".
la disperata dicotomia "io vivo - tu muori".Essential Killing racconta la vicenda di un uomo catturato dalle forze armate americane in Afghanistan e trasportato in un centro di detenzione segreto in Europa. Il veicolo sul quale viaggia il prigioniero, però, ha un incidente e così lui si trova in fuga in una immensa e silenziosa foresta innevata, resa ancora più abbagliante dalla notevole fotografia di Adam Sikora. Braccato dall'esercito, l'uomo interpretato da un Vincent Gallo muto per l'intero film lotta fino all'ultimo sangue per la propria sopravvivenza, uccidendo ogni volta che è necessario. "Tutto è nato - spiega Skolimowski - dall'osservazione dei luoghi nei quali vivo. Da qualche anno, infatti, ho venduto la mia casa californiana di Malibu e sono tornato in Polonia, dove abito in una casa situata nel bel mezzo di una foresta. Poco distante da casa mia, in una zona militare piuttosto sorvegliata, c'è una base segreta americana dove si dice che la Cia torturi e interroghi i prigionieri catturati in Medio Oriente. Mi sembrava un buon soggetto per un film interessante".
Uno specifico episodio, poi, ha fatto decollare il progetto: "Un paio di inverni fa, con la strada completamente ricoperta di neve, ebbi un incidente e - prosegue il regista polacco - uscii di strada con la mia auto. Fu allora che pensai all'incipit del film: cosa succederebbe, infatti, se anche un mezzo militare con a bordo prigionieri diretti a quella base avesse un incidente simile al mio e nell'urto perdesse un prigioniero? E cosa accadrebbe se quell'uomo di origini mediorientali, catapultato in una realtà lontanissima dalla sua, fosse costretto a fuggire nella foresta innevata, braccato come un animale selvatico interessato soltanto alla propria sopravvivenza?". A queste domande, Skolimowski ha risposto costruendo sulla fisicità debordante e l'espressività dolente di un Vincent Gallo al quale non servono parole quello che egli stesso definisce "un dramma psicologico, che si esplicita dopo i primi venti minuti da action movie. A me, infatti, più che il dato politico - conclude il regista - interessava lo scavo in profondità nella testa di un uomo che si trasforma in assassino solo perché s'è trovato al posto sbagliato nel momento sbagliato: volevo capire come reagiva la natura umana se calata in una situazione estrema".
domenica 2 gennaio 2011
INTERVISTA A MELISSA LEO, TRA CINEMA E TELEVISIONE
Di Diego Del Pozzo
(Il Mattino - 2 gennaio 2011)
(Il Mattino - 2 gennaio 2011)
Gli appassionati di polizieschi televisivi di qualità hanno conosciuto e apprezzato Melissa Leo nei panni della testarda detective Kay Howard, interpretata dal 1993 al 1997 in Homicide, premiatissima serie tratta dal libro dell'ex reporter di nera David Simon e che tanta importanza ha avuto sui successivi sviluppi dei crime serial a stelle e strisce. Ambientata nella Baltimora cruda e realistica dove lo stesso Simon girerà poi anche The Wire, Homicide aveva la protagonista femminile proprio nella cinquantenne attrice newyorkese di origini salernitane. "Ma ho scoperto la mia discendenza italiana soltanto da un paio d'anni, perché - racconta Melissa - avevo sempre creduto che Leo fosse un'abbreviazione di cognomi slavi tipo Leopowski. Comunque, sono felicissima di questa mia parte italiana e campana, nella quale mi riconosco molto e che cercherò di approfondire meglio in futu
ro".
Premiata durante "Capri, Hollywood" come miglior attrice femminile dell'anno, Melissa Leo è candidata al Golden Globe per il ruolo di Alice Ward interpretato in The Fighter di David O. Russell, film che potrebbe portarle anche una nomination più prestigiosa, dopo che già due anni fa concorse per l'Oscar con Frozen River. "Il film di Russell - spiega Melissa - è tratto dalla vera storia di Micky Ward e Dickie Eklund, due fratellastri pugili professionisti, interpretati da Mark Wahlberg e Christian Bale. Il mio personaggio, Alice, è la loro mamma nonché manager. Si tratta di una donna straordinaria, che è riuscita a tenere unita una famiglia decisamente disfunzionale. Grazie a lei, infatti, Dickie è riuscito a riabilitarsi dopo aver conosciuto la prigione per droga e Micky, allenato proprio dal fratellastro, ha saputo diventare addirittura campione del mondo nel 2000. The Fighter, però, non è semplicemente un film sul pugilato, ma un dramma familiare di rara intensità e profondità, dal quale tutti noi ci aspettiamo molto".
A "Capri, Hollywood" è stato presentato in anteprima italiana un altro suo nuovo film, Conviction.
"Nel quale, però, ho un ruolo molto diverso: quello della poliziotta di una cittadina americana di provincia, responsabile dell'ingiusta condanna per omicidio di un ragazzo che, invece, è innocente. Si tratta di un personaggio assolutamente negativo e del quale non condivido nulla, ma che è stato elettrizzante poter interpretare. Nei due ruoli principali del protagonista e di sua sorella ci sono Sam Rockwell e Hilary Swank, con i quali è stato bellissimo lavorare".
Lei che ha lavorato per anni in serie tv di successo, quali differenze riscontra tra l'attuale panorama televisivo e quello cinematografico negli Stati Uniti?
"Vi sono indubbie differenze e, al giorno d'oggi, sono sempre di più i grossi nomi di Hollywood che passano dal cinema alla televisione. Per me, i motivi sono essenzialmente tre: maggiore libertà creativa che network come Hbo offrono rispetto alla maggioranza degli studios cinematografici; più garanzie di guadagni regolari per lunghi periodi; infine, il potere invasivo della televisione, che rispetto al cinema entra direttamente nei salotti della gente e, dunque, ti dà più popolarità. Anche nell'immediato futuro, comunque, continuerò ad alternare cinema e televisione. Quest'anno ho girato diversi film, tutti in uscita in questi mesi: oltre a The Fighter e Conviction, anche The Space Between di Travis Fine e Welcome to the Rileys di Jake Scott. In televisione, invece, sono tra i protagonisti della nuova serie creata da David Simon per Hbo, Treme, dal nome del quartiere di New Orleans nel quale è ambientata. Nelle prossime settimane andrà in onda la seconda stagione. Inoltre, sarò anche nella miniserie Mildred Pierce, diretta da Todd Haynes sempre per Hbo. Accanto a me, reciterà anche Kate Winslet".
In un contesto come quello di Hollywood, un po' ostile nei confronti di attrici mature che non hanno paura di nascondere la propria età sul set, cosa pensa di tante colleghe sue coetanee che ricorrono alla chirurgia plastica?
"E' una cosa che non condivido e alla quale non ricorrerò mai, anche perché, così facendo, tra vent'anni sarò l'unica a poter interpretare ruoli di donne anziane e lavorerò di più. Scherzi a parte, penso che questi interventi rischino di bloccare o ridurre l'espressività facciale, che per un'attrice è fondamentale. Comunque, sono contenta che io e altre colleghe stiamo invertendo la tendenza, facendo da esempio anche per le attrici più giovani e meno consapevoli. In molti casi, infatti, non si tratta di libere scelte ma di pressioni degli studios, che non esitano a imporre il loro modello estetico, come quando, ai tempi di Marilyn Monroe, le veniva suggerito persino come ridere".
ro".Premiata durante "Capri, Hollywood" come miglior attrice femminile dell'anno, Melissa Leo è candidata al Golden Globe per il ruolo di Alice Ward interpretato in The Fighter di David O. Russell, film che potrebbe portarle anche una nomination più prestigiosa, dopo che già due anni fa concorse per l'Oscar con Frozen River. "Il film di Russell - spiega Melissa - è tratto dalla vera storia di Micky Ward e Dickie Eklund, due fratellastri pugili professionisti, interpretati da Mark Wahlberg e Christian Bale. Il mio personaggio, Alice, è la loro mamma nonché manager. Si tratta di una donna straordinaria, che è riuscita a tenere unita una famiglia decisamente disfunzionale. Grazie a lei, infatti, Dickie è riuscito a riabilitarsi dopo aver conosciuto la prigione per droga e Micky, allenato proprio dal fratellastro, ha saputo diventare addirittura campione del mondo nel 2000. The Fighter, però, non è semplicemente un film sul pugilato, ma un dramma familiare di rara intensità e profondità, dal quale tutti noi ci aspettiamo molto".
A "Capri, Hollywood" è stato presentato in anteprima italiana un altro suo nuovo film, Conviction.
"Nel quale, però, ho un ruolo molto diverso: quello della poliziotta di una cittadina americana di provincia, responsabile dell'ingiusta condanna per omicidio di un ragazzo che, invece, è innocente. Si tratta di un personaggio assolutamente negativo e del quale non condivido nulla, ma che è stato elettrizzante poter interpretare. Nei due ruoli principali del protagonista e di sua sorella ci sono Sam Rockwell e Hilary Swank, con i quali è stato bellissimo lavorare".
Lei che ha lavorato per anni in serie tv di successo, quali differenze riscontra tra l'attuale panorama televisivo e quello cinematografico negli Stati Uniti?
"Vi sono indubbie differenze e, al giorno d'oggi, sono sempre di più i grossi nomi di Hollywood che passano dal cinema alla televisione. Per me, i motivi sono essenzialmente tre: maggiore libertà creativa che network come Hbo offrono rispetto alla maggioranza degli studios cinematografici; più garanzie di guadagni regolari per lunghi periodi; infine, il potere invasivo della televisione, che rispetto al cinema entra direttamente nei salotti della gente e, dunque, ti dà più popolarità. Anche nell'immediato futuro, comunque, continuerò ad alternare cinema e televisione. Quest'anno ho girato diversi film, tutti in uscita in questi mesi: oltre a The Fighter e Conviction, anche The Space Between di Travis Fine e Welcome to the Rileys di Jake Scott. In televisione, invece, sono tra i protagonisti della nuova serie creata da David Simon per Hbo, Treme, dal nome del quartiere di New Orleans nel quale è ambientata. Nelle prossime settimane andrà in onda la seconda stagione. Inoltre, sarò anche nella miniserie Mildred Pierce, diretta da Todd Haynes sempre per Hbo. Accanto a me, reciterà anche Kate Winslet".
In un contesto come quello di Hollywood, un po' ostile nei confronti di attrici mature che non hanno paura di nascondere la propria età sul set, cosa pensa di tante colleghe sue coetanee che ricorrono alla chirurgia plastica?
"E' una cosa che non condivido e alla quale non ricorrerò mai, anche perché, così facendo, tra vent'anni sarò l'unica a poter interpretare ruoli di donne anziane e lavorerò di più. Scherzi a parte, penso che questi interventi rischino di bloccare o ridurre l'espressività facciale, che per un'attrice è fondamentale. Comunque, sono contenta che io e altre colleghe stiamo invertendo la tendenza, facendo da esempio anche per le attrici più giovani e meno consapevoli. In molti casi, infatti, non si tratta di libere scelte ma di pressioni degli studios, che non esitano a imporre il loro modello estetico, come quando, ai tempi di Marilyn Monroe, le veniva suggerito persino come ridere".
L'UNIVERSO DI "GOMORRA" VISTO DAGLI IMMIGRATI
Di Diego Del Pozzo
(Il Mattino - 30 dicembre 2010)
(Il Mattino - 30 dicembre 2010)
La cupa violenza della camorra casalese vista attraverso gli occhi di un ragazzo appena giunto a Castelvolturno dal Burkina Faso è al centro di un film le cui riprese si sono concluse pochi giorni fa sul litorale domizio. Si tratta di Là-Bas, esordio nel lungometraggio di Guido Lombardi dopo i numerosi riconoscimenti come autore di corti. Prodotto dalla factory partenopea Figli del Bronx assieme a Minerva, Eskimo e Raicinema, il film descrive l'universo di Gomorra dal punto di vista della comunità africana di Castelvolturno e culmina in una lunga sequenza nella quale si ricostruisce la strage di immigrati del 18 settembre 2008, quando un commando di killer facente capo al boss casalese Giuseppe Setola uccise un pregiudicato locale e ben sei africani presenti in quel momento sul luogo dell'ag
guato.
Del film parla, durante il festival cinematografico "Capri, Hollywood", il produttore nonché co-protagonista Gaetano Di Vaio, che col suo marchio Figli del Bronx ha già firmato lavori di qualità come Il loro Natale (del quale è anche regista) e Napoli Napoli Napoli, il sincero documentario diretto dal cineasta italo-americano Abel Ferrara, ormai partenopeo d'adozione in ossequio alle origini familiari (il nonno emigrò da Sarno all'inizio del Novecento). "E proprio sul set del film di Ferrara - racconta Di Vaio - è nata l'idea di Là-Bas, quando Guido Lombardi, all'epoca assistente del regista, mi parlò dell'idea di partenza. Accadeva quasi quattro anni fa, prim'ancora della strage di Castelvolturno. Poiché il copione prevedeva comunque un conflitto a fuoco tra immigrati e camorristi locali, nel corso della lunga lavorazione abbiamo deciso di inserire il riferimento esplicito a quel tragico avvenimento reale".
Là-Bas racconta la storia di un ragazzo della media borghesia africana, che arriva in Italia in aereo dal Burkina Faso, per iniziare a lavorare con lo zio già residente a Castelvolturno, ignorando che il parente collabora con i clan camorristici locali. "Per il ruolo del protagonista - prosegue Di Vaio - abbiamo scelto un ragazzo esordiente davvero straordinario: si chiama Kader Alassane e, qualora il film dovesse avere il successo che ci aspettiamo, potrebbe far molto parlare di sé. Tutti gli attori, comunque, sono stati selezionati tra non professionisti, con i quali, però, abbiamo portato avanti un vero e proprio laboratorio di recitazione lungo più di un anno, reso possibile grazie al supporto della Film Commission Regione Campania, dell'Assessorato regionale al lavoro e di Gesco Campania. Tutto ciò ha allungato la lavorazione del film, ma ha regalato a noi tutti un'esperienza umana e professionale incredibile". Il film, del quale Di Vaio ha mostrato una decina di minuti in anteprima durante "Capri, Hollywood", sarà pronto in primavera e proverà a concorrere per Cannes o, successivamente, Venezia (dove Figli del Bronx è già stata, negli ultimi due anni, con Napoli Napoli Napoli e Il loro Natale).
Le sequenze viste a Capri, caratterizzate da un ritmo all'americana e dalla splendida fotografia di Francesca Amitrano, sono state apprezzate anche da Abel Ferrara, che di Guido Lombardi è stato un po' il maestro. E proprio di Ferrara sarà il prossimo lavoro prodotto da Figli del Bronx: "A febbraio - conferma Gaetano Di Vaio - inizieremo le riprese del documentario Sarno-New York, finanziato dal Forum delle Culture e dedicato alla storia del nonno di Abel: così, metteremo a confronto nuove e vecchie migrazioni, per ricordare a chi guarderà i due film che nella situazione odierna degli africani in Italia ci siamo stati anche noi italiani, ai tempi dell'emigrazione negli Stati Uniti". La conferma arriva dallo stesso Abel Ferrara: "Sto finendo di scrivere il documentario con Maurizio Braucci e lo imposterò come un atto d'amore verso la mia famiglia, ma anche verso una terra come la Campania, ormai saldamente nel mio cuore".
guato.Del film parla, durante il festival cinematografico "Capri, Hollywood", il produttore nonché co-protagonista Gaetano Di Vaio, che col suo marchio Figli del Bronx ha già firmato lavori di qualità come Il loro Natale (del quale è anche regista) e Napoli Napoli Napoli, il sincero documentario diretto dal cineasta italo-americano Abel Ferrara, ormai partenopeo d'adozione in ossequio alle origini familiari (il nonno emigrò da Sarno all'inizio del Novecento). "E proprio sul set del film di Ferrara - racconta Di Vaio - è nata l'idea di Là-Bas, quando Guido Lombardi, all'epoca assistente del regista, mi parlò dell'idea di partenza. Accadeva quasi quattro anni fa, prim'ancora della strage di Castelvolturno. Poiché il copione prevedeva comunque un conflitto a fuoco tra immigrati e camorristi locali, nel corso della lunga lavorazione abbiamo deciso di inserire il riferimento esplicito a quel tragico avvenimento reale".
Là-Bas racconta la storia di un ragazzo della media borghesia africana, che arriva in Italia in aereo dal Burkina Faso, per iniziare a lavorare con lo zio già residente a Castelvolturno, ignorando che il parente collabora con i clan camorristici locali. "Per il ruolo del protagonista - prosegue Di Vaio - abbiamo scelto un ragazzo esordiente davvero straordinario: si chiama Kader Alassane e, qualora il film dovesse avere il successo che ci aspettiamo, potrebbe far molto parlare di sé. Tutti gli attori, comunque, sono stati selezionati tra non professionisti, con i quali, però, abbiamo portato avanti un vero e proprio laboratorio di recitazione lungo più di un anno, reso possibile grazie al supporto della Film Commission Regione Campania, dell'Assessorato regionale al lavoro e di Gesco Campania. Tutto ciò ha allungato la lavorazione del film, ma ha regalato a noi tutti un'esperienza umana e professionale incredibile". Il film, del quale Di Vaio ha mostrato una decina di minuti in anteprima durante "Capri, Hollywood", sarà pronto in primavera e proverà a concorrere per Cannes o, successivamente, Venezia (dove Figli del Bronx è già stata, negli ultimi due anni, con Napoli Napoli Napoli e Il loro Natale).
Le sequenze viste a Capri, caratterizzate da un ritmo all'americana e dalla splendida fotografia di Francesca Amitrano, sono state apprezzate anche da Abel Ferrara, che di Guido Lombardi è stato un po' il maestro. E proprio di Ferrara sarà il prossimo lavoro prodotto da Figli del Bronx: "A febbraio - conferma Gaetano Di Vaio - inizieremo le riprese del documentario Sarno-New York, finanziato dal Forum delle Culture e dedicato alla storia del nonno di Abel: così, metteremo a confronto nuove e vecchie migrazioni, per ricordare a chi guarderà i due film che nella situazione odierna degli africani in Italia ci siamo stati anche noi italiani, ai tempi dell'emigrazione negli Stati Uniti". La conferma arriva dallo stesso Abel Ferrara: "Sto finendo di scrivere il documentario con Maurizio Braucci e lo imposterò come un atto d'amore verso la mia famiglia, ma anche verso una terra come la Campania, ormai saldamente nel mio cuore".
sabato 1 gennaio 2011
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