martedì 13 agosto 2013

BOLLYWOOD COMPIE 100 ANNI...

Di Diego Del Pozzo
(Il Mattino - 13 agosto 2013)

Canzoni e tanta musica, danze scatenate su coreografie elaboratissime, colori accesi proprio come le passioni che travolgono gli animi dei personaggi, un irresistibile mix di generi differenti (dalla commedia al melodramma, dal poliziesco al musical), universi di fantasia costruiti a tavolino per far sognare gli spettatori, dive e divi idolatrati e capaci di scatenare fenomeni di autentica isteria collettiva, l’immancabile lieto fine, una durata dei film molto spesso ben oltre le tre ore, una poetica dell’eccesso visivo e narrativo che ben si sposa con una spettacolarità pari solo a quella dei kolossal hollywoodiani: sono queste le caratteristiche peculiari del cinema di Bollywood, il nomignolo – crasi di Bombay e Hollywood – col quale la potentissima industria cinematografica indiana è conosciuta, ormai, in tutto il mondo.
Aishwariya Rai in "Devdas" (2002)
Il cinema in India nasce esattamente 100 anni fa, nel 1913, quando il regista e produttore Dadasaheb Phalke (al quale, dal 1966, è dedicato il corrispondente indiano del premio Oscar) realizza il film mitologico “Raja Harishchandra”. Da allora, negli Studios di Bombay, oggi Mumbai, s’è sviluppata una produzione sempre più diversificata e sofisticata, realizzata prevalentemente in lingua hindi, ma capace di proporsi come fattore decisivo di unificazione culturale, in una nazione-mondo nella quale si parlano una ventina di lingue differenti e si professano altrettante religioni, ma dove vedere un film al cinema rappresenta il clou di ogni attività sociale. E così, oggi, quella indiana è l’unica cinematografia al mondo in grado di resistere allo strapotere culturale ed economico dei film hollywoodiani. Se si tiene conto, infatti, del miliardo circa di abitanti – e, dunque, di potenziali spettatori – di quello che si configura come autentico continente a sé (il Subcontinente indiano), allora non può stupire il dato che vede Bollywood battere Hollywood per quanto riguarda i biglietti venduti ogni anno nei cinema di tutto il mondo, addirittura 3,6 miliardi contro 2,6, grazie soprattutto al clamoroso dato del mercato interno, dove i film indiani conquistano una percentuale pari al 95 per cento e quelli americani poco meno del 5 per cento.
Per festeggiare il centenario del cinema indiano, Feltrinelli Real Cinema ha appena pubblicato l’imperdibile cofanetto “Bollywood – La più grande storia d’amore” (16.90 euro), contenente l’omonimo documentario musicale diretto da Rakeysh Omprakash Mehra e Jeff Zimbalist, ma in realtà più che semplicemente prodotto da Shekhar Kapur, abbinato al libro “Made in India” a cura di Emilia Bandel. Il film, presentato quest’anno a Cannes come evento speciale, è un trascinante caleidoscopio di sequenze tratte da oltre 100 film bollywoodiani scandite dal ritmo frenetico di numeri musicali straordinari per inventiva delle coreografie e splendore scenografico. Nel volume allegato, invece, una serie di interessanti saggi approfondisce le coordinate di un fenomeno che, pur non esaurendosi certamente con Bollywood (poiché l’India può vantare una tradizione di cinema “d’autore” storica e continuamente rinverdita, da maestri come Satyajit Ray ad autrici recenti come Deepa Metha e Mira Nair), ha il proprio “cuore” industriale e artistico a Mumbai, tra la spiaggia meridionale di Juhu e Film City, gli Studios bollywoodiani situati appena a nord della gigantesca metropoli.
In quest’area ad altissima concentrazione di produttori, agenti, distributori, registi e attori, compositori e coreografi (due categorie fondamentali per il cinema di Bollywood) sono nate le leggende di divi come Amitabh Bachchan o Shah Rukh Khan (una sorta di Tom Cruise indiano) e di attrici bellissime come Madhuri Dixit, Rani Mukherjee e Aishwarya Rai, ormai una sorta di ambasciatrice dell’India nel mondo. Ed è sempre da qui che un ambizioso e ricchissimo tycoon come Amit Khanna (che in molti considerano l’inventore del nome Bollywood) lancia la propria sfida ai colleghi di Hollywood, dove la sua multinazionale Reliance Entertainment controlla già più di 240 sale cinematografiche, ha acquistato quote della DreamWorks di Steven Spielberg per oltre 600 milioni di dollari e ha messo in circolo altri 600 milioni di dollari per coprodurre otto film ad alto budget con divi del calibro di Brad Pitt, Jim Carrey, Nicolas Cage, Tom Hanks e George Clooney. “Gli Studios americani – sottolinea proprio Amit Khanna – sono invecchiati, hanno bisogno di nuova linfa. Noi abbiamo questa nuova linfa e siamo in grado di fornire una nuova sensibilità investendo direttamente sugli uomini e sui talenti per creare grandi film. I nostri punti di forza sono i numeri della nostra popolazione, i nostri giovani, la nostra tradizione cinematografica e i nostri modi di narrare storie”.
Insomma, proprio mentre celebra il suo primo secolo di vita, il cinema di Bollywood si lancia con sempre maggiore decisione alla conquista dell’immaginario globale.

sabato 13 luglio 2013

UN RICORDO DELLA "LEGGENDA" RICHARD MATHESON

Di Diego Del Pozzo
(Mega n.° 193 - Luglio 2013)

Mentre mi accingevo a scrivere, con enorme ritardo sulla scadenza, l’articolo mensile per questa mia rubrica (e mi sarei dedicato al nuovo film su Superman, L’uomo d’acciaio, che a me è piaciuto davvero tanto), sono stato colpito da una brutta notizia appresa appena collegatomi a Internet: a 87 anni, il grande scrittore e sceneggiatore americano Richard Matheson ha deciso di lasciare questo mondo per recarsi definitivamente in uno tra i mille altri universi di fantasia da lui creati nel corso di una carriera inimitabile. Insomma, l’autore di romanzi “mitici” come Io sono leggenda, Tre millimetri al giorno, Io sono Helen Driscoll, per citarne solo alcuni, è morto.
Naturalmente, viene facile anche a me – come hanno fatto, del resto, tutti i media mondiali, appena appresa la triste notizia – parafrasare il titolo del suo libro più famoso e affermare che, sì, adesso Richard Matheson è davvero “leggenda”, proprio come il personaggio di Robert Neville che lui rese protagonista dell’indimenticabile romanzo post-apocalittico del 1954, trasposto negli anni in ben tre film. Ma, come nel caso dell’unico essere umano sopravvissuto in un mondo ormai totalmente popolato da vampiri, anche nel caso di Matheson l’aggettivo “leggendario” non è esagerato, poiché ben descrive uno tra i più importanti narratori americani del Novecento, un autore seminale che ha profondamente influenzato gli sviluppi successivi del macrogenere fantastico e che, con la sua arte schiettamente popolare ma personalissima, ha fatto in qualche modo da maestro persino per il “re dell’horror” Stephen King. “Quando la gente pensa al genere horror – raccontò anni fa proprio King – cita subito il mio nome, ma senza Richard Matheson io non sarei nemmeno qui. Posso considerarlo mio padre come Elvis Presley potrebbe fare con Bessie Smith”.
Per un gigante della fantascienza come Ray Bradbury, l’autore nato ad Allendale (New Jersey) nel 1926 è stato semplicemente “uno tra gli scrittori più importanti del Ventesimo secolo”. Con le sue invenzioni narrative, ha forgiato il gusto e le caratteristiche del Fantastico contemporaneo, dunque, incidendo in profondità anche su altri linguaggi come il cinema, la televisione, i fumetti e i videogames. I suoi meriti sono stati riconosciuti dai milioni di lettori che ha saputo conquistare, ma anche dai numerosi premi attribuitigli, tra i quali un “Edgar Allan Poe Award” e un “Bram Stoker Award” alla carriera. In Italia, per fortuna, è molto facile reperire le sue opere, attualmente pubblicate in ottime edizioni da Fanucci, sia per quel che concerne i racconti (con la prima edizione mondiale che li raccoglie integralmente in ordine cronologico, in quattro magnifici volumi, a partire dall’esordio del 1950, il memorabile Nato d’uomo e di donna), sia per i romanzi, in entrambi i casi spesso ispiratori di film di successo.
Trasferitosi in California dopo la laurea, Matheson ha dedicato davvero tutta la vita alla scrittura, esplorandone senza sosta le mille possibili declinazioni: romanzi, racconti, soggetti e sceneggiature per il cinema e per la televisione. Fili conduttori tematici della sua sterminata produzione sono lo sguardo attento all’emarginazione sociale e l’inserimento della paura e del terrore all’interno della quotidianità. E proprio il rapporto originale tra fantastico e reale, con i germi destabilizzanti del primo pronti a insinuarsi in maniera inattesa in scenari contemporanei concreti e assolutamente realistici, lega il “maestro” Matheson a uno straordinario “allievo” come King: basti pensare, tra le pagine dell’uno e dell’altro, alle centinaia di tipiche cittadine di provincia americane, ordinarie fin quasi allo stereotipo, improvvisamente trasfigurate in luoghi da incubo attraverso l’irruzione di elementi fantastici e sovrannaturali.
Come detto, la sua pratica di scrittura s’è misurata costantemente col cinema e con la televisione. Per il piccolo schermo, dove ha scritto anche per Star Trek e per la serie antologica di Alfred Hitchcock, basti la citazione della storica serie fantastica di Rod Serling The Twilight Zone (Ai confini della realtà, 1959-1964), della quale è stato certamente uno tra gli autori di punta e che ha contribuito a caratterizzare fortemente con la sua inesauribile fantasia e la capacità di utilizzare racconti “di genere” come metafore perfette degli Stati Uniti del periodo e, in particolare, dei suoi lati oscuri.
Per il cinema, invece, ha scritto o ispirato davvero tanti film. Sue sono, per esempio, le sceneggiature del celebre “Ciclo di Poe” diretto da Roger Corman per la American International Pictures, oppure quelle di titoli come Il padrone del mondo (1961) e Lo squalo 3 (1983). Mentre Hitchcock rifiutò l’interessante script che gli aveva commissionato per Gli uccelli, perché non condivideva l’idea di Matheson di non mostrare mai i volatili, facendone soltanto percepire la minaccia. La sua sceneggiatura più famosa, però, resta quella di Duel (1971), l’adrenalinico esordio alla regia di Steven Spielberg tratto da un suo racconto omonimo: prodotto per la tv, ma distribuito anche al cinema, è l’indimenticabile thriller su una folle e ossessiva sfida stradale tra l’auto guidata da un placido commesso viaggiatore e l’autocisterna di un misterioso camionista con gli stivali. Ma già nel 1957, il regista Jack Arnold aveva portato sul grande schermo il romanzo omonimo di Matheson dell’anno precedente, trasformandolo in uno tra i titoli più celebri dell’intera storia della fantascienza cinematografica: The Incredible Shrinking Man, in italiano Tre millimetri al giorno il libro e Radiazioni BX: distruzione uomo il film. In anni più recenti, quindi, sono usciti Echi mortali (1999) di David Koepp, tratto da Io sono Helen Driscoll del 1958; The Box (2009) di Richard Kelly, dal racconto Button, Button del 1970; Real Steel (2011) di Shawn Levy, prodotto da Steven Spielberg e Robert Zemeckis, ispirato al racconto Acciaio (Steel) già adattato per un episodio televisivo di Ai confini della realtà. La chiusura non può essere che per Io sono leggenda (I Am Legend), romanzo-capolavoro del 1954 che ha prodotto ben tre versioni filmiche ufficiali e ispirato una miriade di altre pellicole e serie televisive. Le prime, quelle ufficiali, sono l’italiano L’ultimo uomo della Terra (1964) di Ubaldo Ragona con Vincent Price (il migliore), 1975: Occhi bianchi sul pianeta Terra (1971) di Boris Sagal e Io sono leggenda (2007) di Francis Lawrence. Tra coloro che hanno tratto ben più di un’ispirazione da questo romanzo, invece, non posso fare a meno di citare il George Romero de La notte dei morti viventi (1968) e, poiché questa è una rivista sui fumetti, il Robert Kirkman di The Walking Dead, serie post-apocalittica per antonomasia, su carta e in tv, che probabilmente non sarebbe esistita senza la fantasia di Richard Matheson.

LIBRI PER L'ESTATE: "NON MI AVRETE MAI" (DI VAIO & LOMBARDI)

Di Diego Del Pozzo

Salvatore Capone è uno scugnizzo “di mezzo alla strada”, un ragazzo cresciuto nel degrado fisico e morale della periferia nord di Napoli, tra Scampia e Piscinola, uno che inizia a rubare perché povero e che, man mano, diventa una sorta di piccola leggenda nel suo rione, “Stelletella” (questo il suo nomignolo), sesto di dieci figli, ladruncolo di pneumatici e autoradio già a nove anni, poi scippatore e rapinatore a mano armata, quindi responsabile di una piazza di spaccio da tremila dosi al giorno, in una corsa senza sosta che, dopo l’ulteriore accelerazione provocata dall’incontro terribile con la droga (cocaina e poi eroina), termina inevitabilmente nell’inferno di Poggioreale, l’Alcatraz napoletano, dove però la sua esistenza cambia per sempre. Proprio tra quelle mura senza speranza, infatti, Salvatore capisce come incanalare in maniera costruttiva l’irredimibile grido di ribellione che risuona nella sua testa fin da bambino, quel “Non mi avrete mai” che lo porta a opporsi istintivamente a qualunque autorità costituita e, negli anni, a fuggire dai luoghi di reclusione – siano essi scuole, collegi, riformatori, carceri minorili, centri d’igiene mentale, comunità di recupero – nei quali di volta in volta si trova costretto.
E proprio Non mi avrete mai (340 pagine, 17.50 euro, Einaudi Stile Libero) è il titolo del libro scritto da Gaetano Di Vaio e Guido Lombardi che raccoglie le avventure di volta in volta tragicomiche, drammatiche, pietose, surreali, cupissime, ridicole, disperate, a tratti epiche, spesso romantiche, persino divertenti di Salvatore Capone. Rispetto a tanti altri “romanzi criminali” in chiave vesuviana nati sulla scia di Gomorra, però, questa storia ha decisamente una marcia in più: la senti vera, non artefatta né costruita, vita reale trasformata in magmatica materia narrativa. Questo perché Salvatore Capone non è un’invenzione di fantasia ma esiste davvero, come esplicitamente segnalato in apertura di volume, a scanso di equivoci: “La storia che il protagonista narra non è frutto di fantasia, ma è alimentata dai ricordi e dalle esperienze personali realmente vissute da Gaetano Di Vaio, uno degli autori, pur rappresentate con linguaggio letterario”.
L’approccio scelto da Di Vaio e Lombardi – il primo, oggi, è un produttore cinematografico indipendente di successo con la factory Figli del Bronx; il secondo, è il regista di Là-bas, migliore opera prima due anni fa a Venezia, già pronto col suo secondo film Take Five – funziona a meraviglia perché abbina l’intenso coinvolgimento “in prima persona” dell’uno con la perizia tecnica e la fluidità narrativa dell’altro. E i continui andirivieni nel tempo, i ricordi del passato criminale, i lampi accecanti di un futuro di redenzione appena suggerito (ma oggi pienamente compiuto), la polifonia derivante dalle voci dei tanti personaggi di contorno perfettamente delineati anche in poche righe (dal boss Carminiello all’amico Mimmo, dai violenti secondini Cu-cù e Schwarzenegger al compagno di cella e maestro di letture detto ‘o Poppo), la tenerezza di un amore più forte di tutto l’orrore circostante (quello di Salvatore per la giovane moglie Lucia) acquistano così consistenza quasi materica e, soprattutto, catturano il lettore con la stessa forza visionaria di un fiammeggiante kolossal cinematografico che, se fosse ancora vivo Sergio Leone, non potrebbe che intitolarsi C’era una volta a Napoli. Kolossal che, vista anche la dimestichezza dei due autori col mondo del cinema, in futuro qualcuno senz’altro realizzerà.

domenica 2 giugno 2013

ARRIVA AL CINEMA "UN CONSIGLIO A DIO", "COMBAT FILM SUL DRAMMA MIGRANTI"

Di Diego Del Pozzo
(Il Mattino - 2 giugno 2013)

Bel successo di pubblico per le prime due uscite in sala di “Un consiglio a Dio”, il nuovo film del regista napoletano Sandro Dionisio interpretato da Vinicio Marchioni, l’anno scorso unico titolo italiano in concorso al Pesaro Film Festival. La pellicola, prodotta da Axelotil di Gianluca Arcopinto (che lo distribuisce con la sua Pablo), Cetra dello stesso Dionisio e Scuola di cinema Pigrecoemme, è stata proiettata in anteprima a Roma, al cinema Sacher di Nanni Moretti, e poi a Napoli, al Filangieri, dove giovedì sera è stata introdotta in sala dal regista assieme a Valerio Caprara ed Enrica Amaturo. E il percorso distributivo del film nei cinema italiani prosegue ancora a Roma, al Kino, fino a mercoledì; e quindi a Perugia, Rimini, Pesaro, Genova, Firenze, Ancona, Fermo, Torino, Milano, Bologna, Orbetello e Siena.
Visibilmente emozionato, durante l’anteprima napoletana del Filangieri, Dionisio descrive il suo lavoro come “una sorta di combat film, realizzato nonostante gli scarsi mezzi produttivi: un progetto piccolo e persino un po’ folle, concretizzatosi grazie al supporto di Arcopinto e degli amici di Pigrecoemme”. E proprio dalla scuola di cinema partenopea proviene il bravo montatore del film, Giacomo Fabbrocino, uno dei tre soci della struttura assieme a Corrado Morra e Rosario Gallone. “Sono felice per l’uscita in sala – prosegue Sandro Dionisio – perché in Italia c’è sempre meno spazio per lavori sperimentali come questo, a metà tra fiction, documentario, reportage e poesia filmata”.
“Un consiglio a Dio” segna il ritorno alla regia di Dionisio – già assistente, tra gli altri, di Mario Martone negli anni Novanta – un decennio dopo l’esordio “La volpe a tre zampe”, mai distribuito in sala nonostante i riscontri positivi da parte della critica. “Con questo film – racconta l’autore – ho voluto affrontare il tema scottante dell’immigrazione dall’Africa verso le coste italiane, attraverso la figura surreale e dolente di un “trovacadaveri”, cioè un uomo che, su una spiaggia senza nome, in mezzo a escrementi e rifiuti della società dei consumi, recupera i corpi senza vita dei migranti morti nel disperato tentativo di approdare in Italia. La trama è tratta dal monologo teatrale “Il trovacadaveri” di Davide Morganti, sulla cui base, però, ho innestato la mia drammaturgia cinematografica originale, per esempio alternando interviste con autentici migranti che raccontano le loro esperienze spesso drammatiche, immagini di repertorio ottenute tramite la Guardia di Finanza di alcuni veri sbarchi sulle coste italiane, persino alcune sequenze d’animazione. Insomma, ho provato a realizzare un crossover filmico piuttosto sperimentale, giovandomi in questo anche delle suggestioni provenienti dalla magnifica colonna sonora jazz scritta ed eseguita da un giovane talento napoletano come Vincenzo Danise”.
Le sequenze recitate da Vinicio Marchioni sono state filmate di notte sulle spiagge del litorale domizio, rese livide e minacciose dai toni cupi della fotografia. “Ho cercato di esaltare la visionarietà di quelle scene, anche se al centro di tutto – conclude Dionisio – ho voluto mantenere intatta l’urgenza quasi pasoliniana del testo di riferimento, esaltata dalla notevole performance attoriale di Vinicio. L’incontro con lui è nato e si è sviluppato in maniera assolutamente naturale, cementandosi poi in un’intesa artistica rafforzata dalla sua voglia di misurarsi con qualcosa di molto diverso dai suoi precedenti lavori cinematografici e televisivi”.

venerdì 26 aprile 2013

CON "394" IL TEATRO INCONTRA IL CINEMA E SI FA VIAGGIO DELL'ANIMA

Di Diego Del Pozzo
(Il Mattino - 26 aprile 2013)

Col suo emozionante documentario “394 – Trilogia nel mondo” il trentacinquenne regista napoletano Massimiliano Pacifico condivide con lo spettatore un itinerario ondivago su e giù dal palcoscenico, avanti e dietro le quinte, in giro per il mondo, ma anche dentro e intorno all’arte di fare teatro e di condividerne l’essenza col proprio pubblico, ovunque esso si trovi. L’itinerario in questione è quello seguito da Toni Servillo e dalla sua compagnia, tra il 2008 e il 2010, in occasione della fortunatissima tournée della “Trilogia della villeggiatura” di Carlo Goldoni, con tappe internazionali anche in metropoli come Berlino e Mosca, Parigi e New York, Madrid e Istanbul, per un totale di 18 città in 11 nazioni e tre continenti (il numero del titolo è quello delle date complessive di quella tournée, appunto 394).
Adesso, dopo il bel successo dello scorso novembre al festival di Torino, il densissimo cofanetto che Feltrinelli Real Cinema manda in libreria (dvd e libro di 128 pagine a 16.90 euro) potenzia ulteriormente gli effetti del documentario di Pacifico, rendendo disponibili tanti altri materiali inediti, selezionati tra le oltre 150 ore di riprese effettuate al seguito della compagnia, in collaborazione col “complice” Diego Liguori (col quale, nel 2006, il regista firmò il sorprendente cortometraggio “Cricket cup”). Oltre a “394”, infatti, il cofanetto contiene anche un’ampia sezione di extra (più di tre ore), composta da altri filmati realizzati in tournée, sorta di diario di viaggio diviso in capitoli e riordinabile a piacimento. “La chiave del film – racconta Massimiliano Pacifico – è stata quella di evitare qualsiasi interazione con i soggetti che dovevamo riprendere. Infatti, l’uso di interviste e la presenza dichiarata degli autori avrebbe creato in chi veniva ripreso una consapevolezza che non mi interessava. Invece, volevo raccontare momenti autentici e che la macchina da presa testimoniasse in maniera fedele ciò che succedeva alla compagnia durante la tournée. Per fare ciò era necessario filmare sempre, quasi ininterrottamente, per creare una sorta di assuefazione alla nostra presenza, fino a diventare invisibili e far sì che gli attori si dimenticassero di noi”.
Nel dvd, ci sono anche una versione filmata dello spettacolo teatrale (montata con materiali presi da differenti esibizioni) e l’altro documentario “Cafsob”, realizzato quasi in presa diretta a Napoli, in occasione della storica “prima” del 12 dicembre 2007, quando la compagnia decise di recitare senza costumi, trucchi e scenografie, non disponibili a causa dello sciopero degli autotrasportatori che bloccò l’Italia per alcuni giorni (e, nel libro allegato, il produttore Angelo Curti la ricorda come “la serata per me più rischiosa in oltre tre decenni di palcoscenico”). Tutti questi materiali creano l’effetto di un’autentica immersione in profondità. “Ho provato a offrire allo spettatore – aggiunge Pacifico – la possibilità di entrare nel cuore della tournée, in gran parte dal privilegiato punto di vista del dietro le quinte, piuttosto che dalla platea, ricercando una sorta di sguardo inedito sullo spettacolo e i suoi attori. Alla fine, “394” per me è stato come un film di finzione, con una sceneggiatura che più ricca e complessa non avrei mai potuto immaginare o scrivere”.
Prodotto da Teatri Uniti e dal Piccolo Teatro di Milano, come lo spettacolo diretto e interpretato da Toni Servillo, “394 – Trilogia nel mondo” lascia il giusto spazio anche agli altri attori della compagnia (tra i quali Andrea Renzi, Francesco Paglino, Rocco Giordano, Eva Cambiale, Paolo Graziosi, Tommaso Ragno, Anna Della Rosa, Chiara Baffi, Gigio Morra, Salvatore Cantalupo) e, soprattutto, dice una parola nuova sul rapporto tra teatro e cinema. Domani sera, Toni Servillo parlerà anche di questo cofanetto nel corso del programma di Fabio Fazio “Che tempo che fa” su Rai Tre. Poi, venerdì 3 maggio “394” sarà presentato alla Feltrinelli di piazza dei Martiri e, in serata, nella rassegna AstraDoc.

giovedì 25 aprile 2013

NAPOLI COMICON 2013: INTERVISTA A DIANE DISNEY

Di Diego Del Pozzo
(Il Mattino - 25 aprile 2013)

A 80 anni, splendidamente portati, Diane Disney è la depositaria dell’eredità artistica e ideale di papà Walt, al quale ha dedicato quasi quattro anni fa – con un investimento di 112 milioni di dollari – il fantastico Disney Family Museum di San Francisco, scrigno dei desideri e paese delle meraviglie per gli appassionati di tutto il mondo. Un piccolo contrattempo legato alla salute del marito Ron Miller (ex presidente della Disney) le ha impedito all’ultimo minuto di essere a Napoli di persona, per visitare al Pan la mostra “Magica Disney. 3000 volte Topolino” (accompagnata dal notevole catalogo curato da Luca Boschi) e intervenire come ospite d’onore alla quindicesima edizione del Comicon (da oggi a domenica alla Mostra d’Oltremare). La figlia del grande Walt, però, si complimenta a telefono con gli organizzatori della kermesse partenopea. “Avrei voluto toccare con mano – spiega al direttore Claudio Curcio – l’enorme entusiasmo che l’universo Disney continua a suscitare in Italia, anche se da foto e catalogo mi sono fatta un’idea della mostra e ne sono orgogliosa”.
Come si spiega, signora Disney, l’inesauribile successo europeo e italiano dei fumetti disneyani, molto maggiore rispetto agli Stati Uniti e certificato dai 3000 numeri del settimanale “Topolino”?
“Non riesco a spiegarmelo razionalmente. L’Italia, tra l’altro, propone storicamente la più importante scuola mondiale di fumettisti Disney, fin da quando, negli anni ’30, papà siglò il contratto con Arnoldo Mondadori, per permettergli di realizzare le versioni italiane ufficiali dei suoi personaggi. Al museo abbiamo alcune foto di quegli incontri, con la firma che arrivò sulla barca di Mondadori”.
Il museo che lei ha dedicato a suo padre ne mette in evidenza anche l’aspetto privato. Ma chi era Walt Disney tra le mura domestiche?
“Era un uomo normale, persino ordinario, ma che sapeva cosa gli piaceva e cosa voleva. Non riusciva a stare fermo nemmeno per un istante e, appena poteva, si dedicava a lavori manuali. Una volta, per esempio, realizzò nel nostro giardino una riproduzione in scala del trenino che poi avrebbe messo al centro dei parchi Disneyland. Sì, perché l’idea di aprire quei luoghi di divertimento lui ce l’aveva da quando era ragazzo”.
E come papà? Le raccontava le favole della buonanotte?
“Era tenerissimo. Però, a leggerci le favole a letto era nostra madre. Papà, invece, ci ha portato ogni mattina in auto a scuola, dall’asilo fino alla high school. E durante quei tragitti scatenava tutta la sua fantasia: ci raccontava ciò a cui stava lavorando o che stava progettando, ma anche le storie dei suoi personaggi, dalla sua versione di Pinocchio a Biancaneve, da Topolino a Paperino. Credo che fosse anche una sorta di test per sviluppare nuove storie. Anche a tavola, le cene erano arricchite dai suoi racconti su tutto ciò che lo teneva impegnato in quel preciso momento, anche perché papà non ha mai avuto uno studio in casa e, dunque, gli script che gli venivano sottoposti li leggeva in mezzo a noi”.
Qual è il classico Disney al quale è più affezionata?
“Probabilmente “Bambi”, al cui geniale art director Tyrus Wong dedicheremo la prossima mostra al museo. Però, il mio ricordo più vivido è legato alla prima volta che vidi “Biancaneve e i sette nani”. Avevo tre anni e mezzo e mio padre lo proiettò apposta per me nel cinema dello studio Disney, poche settimane prima dell’uscita. Ma di fronte alla sequenza della trasformazione della regina in strega provai una paura enorme, iniziai a piangere e urlare, tanto da dover essere portata fuori alla luce. Fu un’emozione fortissima”.
Lei, da bambina, andava spesso a cinema con suo padre?
“In realtà, io non andavo a cinema, perché i film li vedevo nelle sale degli Studios hollywoodiani. Ho un bellissimo ricordo, per esempio, de “La febbre dell’oro” di Chaplin, anche se non ero una cinefila. Amavo, però, i cartoons disneyani, anche se all’inizio non rimasi tanto colpita da Topolino. Soltanto da adulta mi resi conto che quel personaggio, di fatto, è proprio mio padre”.
Qual è la principale eredità di Walt Disney, secondo lei?
“Gioia e felicità, perché lui è stato un narratore che voleva divertire la gente. Poi, dal punto di vista artistico, la sua influenza è enorme. Grazie alla Cal Arts, la struttura tecnico-didattica da lui fondata in California, si sono formati, nel corso dei decenni, tanti artisti e animatori che, ancora oggi, reggono le sorti dell’industria, a partire da autori geniali come John Lasseter e Tim Burton”.

lunedì 8 aprile 2013

ADDIO A BIGAS LUNA, IL REGISTA CHE AMAVA L'EROS E LA VITA

Di Diego Del Pozzo
(Il Mattino - 7 aprile 2013)

A Bigas Luna piaceva definirsi biofilo, per sottolineare quanto amasse la vita. In particolar modo, ne amava i tre elementi che, a suo dire, sanno descriverne meglio le affascinanti complessità, le contraddizioni e le mille sfumature: spiritualità, sessualità e cibo.
Il popolare regista spagnolo è scomparso ieri mattina a Tarragona, a 67 anni, al termine di una lunga lotta contro il cancro. Per suo espresso desiderio, hanno fatto sapere i familiari, “non avrà luogo alcun funerale, né omaggio pubblico”. Juan José (Josep Joan in catalano) Bigas Luna era nato a Barcellona il 19 marzo 1946 e, assieme al castigliano Pedro Almodovar (al quale lo univa una divertita e complice rivalità), ha incarnato in sé e nei suoi film il desiderio della Spagna di fine anni Settanta – inizio Ottanta di lasciarsi alle spalle il grigiore della dittatura franchista e riscoprire i colori e i mille sapori di una gioia di vivere chiassosa e caleidoscopica, magari torbida ma densissima di slanci vitalistici.
Dopo una serie di corti sperimentali direttamente collegati alla sua attività di designer, si rivela nel 1978 al festival di Cannes con “La chiamavano Bilbao”, cupa incursione quasi underground nelle ossessioni sessuali e nelle pulsioni omicide di un bizzarro maniaco verso una spogliarellista-prostituta, interpretata da Isabel Pisano, prima tra le tante attrici scoperte nel corso della carriera. “Bilbao”, tra l’altro, è realizzato in parallelo con un altro lungometraggio, “Tatuaje”, tratto dall’omonimo romanzo noir di Manuel Vazquez Montalban. Ed entrambi sono seguiti, l’anno dopo, dall’altrettanto disturbante “Caniche”, su due fratelli incestuosi e zoofili. Con questi primi titoli, il regista originario della Catalogna si caratterizza già per quelle atmosfere tra il surreale e il morboso che lo accompagnano per tutta la carriera, al pari di personaggi smarriti quasi sempre inseriti in strutture narrative ideali per evidenziarne il potenziale autodistruttivo e l’intrinseco pessimismo.
Basti pensare ai progressivi spostamenti del desiderio e alle attrazioni fatali di “Lola” (1985), rilettura in chiave di melodramma sadomasochistico della “Lolita” di Stanley Kubrick, con Angela Molina che s’imprime nella memoria per l’interpretazione della protagonista. O alle continue degradazioni di una donna affascinata dal sesso nel programmaticamente scandaloso “Le età di Lulù” (1990), il film che, a partire dal best seller di Almudena Grandes, trasforma Francesca Neri in una diva internazionale. E ancora agli effetti devastanti del potere della gelosia in “Prosciutto prosciutto”, la pellicola del 1992 con la quale Bigas Luna conquista il Leone d’argento alla Mostra di Venezia e, soprattutto, lancia i due interpreti destinati a imporsi come i nomi di punta del nuovo cinema iberico: l’allora diciottenne Penelope Cruz e il bel tenebroso Javier Bardem. Proprio l’attore poi vincitore dell’Oscar come non protagonista nel 2008 (per “Non è un Paese per vecchi” dei fratelli Coen) torna a farsi dirigere da Luna l’anno dopo, nel cinico e divertito “Uova d’oro”, secondo capitolo di quella “trilogia mediterranea” che termina nel 1994 col visionario “La teta y la luna”, bizzarria pseudofelliniana con Mathilda May dedicata al tema della sessualità pregenitale.
Tralasciando il pessimo “Bambola” (1996) con Valeria Marini (passato alla storia unicamente per un’accoglienza più che turbolenta alla Mostra di Venezia), dell’ultimo Bigas Luna vanno ricordati “L’immagine del desiderio” (1997), Volavérunt (2000) e il sensuale mélo “Son de mar” (2001). Con l’ancora inedito in Italia “Yo soy la Juani” del 2006, infine, il regista catalano lancia l’ultima sua musa, Veronica Echegui, caratterizzata da una sensualità selvaggia e da una trascinante energia, com’è stato spesso per le sue attrici.
I sodalizi artistici con Francesca Neri, Stefania Sandrelli, Anna Galiena, Alessandro Gassman, Valeria Marini testimoniano di un rapporto profondo con l’Italia, dove amava lavorare ma anche rilassarsi. E tra i suoi film-culto, non a caso, ne inseriva sempre uno del prediletto Vittorio De Sica, “L’oro di Napoli”, pellicola schiettamente “commerciale” come quasi tutta la sua produzione, all’insegna dell’amore per il sesso, il cibo, la vita.

martedì 2 aprile 2013

FINE DELLA TERZA STAGIONE (MAGNIFICA!) PER "THE WALKING DEAD"

Anche la terza stagione di "The Walking Dead" è terminata. Qui, il cast festeggia la fine delle riprese