mercoledì 23 ottobre 2013

LA STORIA SEGRETA DELLA MARVEL COMICS NARRATA DA SEAN HOWE

Di Diego Del Pozzo
(Mega n.° 195 - Settembre 2013)

Confrontarsi con l’avventurosa e spesso controversa storia della Marvel significa, tra le altre cose, fare un viaggio in oltre settant’anni di storia del capitalismo americano, perché la casa editrice di fumetti di supereroi più famosa al mondo assieme alla DC Comics incarna uno tra i brand più universalmente noti nello scacchiere dell’industria dell’entertainment globale. Non a caso, il 31 agosto 2009, la Walt Disney Company – cioè uno tra i gruppi dominanti al mondo nel settore dell’intrattenimento multimediale – l’ha acquistata per quasi quattro miliardi di dollari, allettata soprattutto dalle potenzialità economiche – con relativo surplus derivante dal merchandising – delle trasposizioni cinematografiche tratte, negli ultimi quindici anni, dai fumetti di personaggi celeberrimi come X-Men, Avengers, Capitan America, Iron Man, Thor, Hulk, Fantastici Quattro, Spider-Man, soltanto alcuni tra gli oltre 8.000 presenti in quel calderone narrativo che risponde al nome di Marvel Universe, tutti potenzialmente pronti per generare film di successo (come, d’altra parte, fa la Warner con i personaggi della sua sussidiaria DC, a partire dai big Batman e Superman).
E proprio il rapporto col cinema è uno tra i più interessanti fili narrativi del bellissimo libro-inchiesta Marvel Comics – Una storia di eroi e supereroi, scritto dal giornalista statunitense Sean Howe e tradotto da poco anche in Italia da Panini Books (452 pagine, 29.90 euro), appena prima che Oltreoceano gli venisse attribuito il prestigioso Eisner Award (l’Oscar dell’industria dei comics) come miglior volume di argomento fumettistico dell’anno. La fascinazione verso il cinema, infatti, accompagna la Marvel quasi per la sua intera storia, dato che già a fine anni Sessanta inizia a guardare con interesse verso Hollywood, alla ricerca di sinergie per realizzare film tratti dai suoi fumetti. Però, fino al 1998 – quando arriva in sala “Blade”, seguito due anni dopo dal primo “X-Men” di Bryan Singer – il rapporto con l’industria cinematografica si caratterizza per flop e cocenti delusioni, progetti opzionati ma mai partiti, diritti ceduti per un tozzo di pane a partner non all’altezza, scritture e riscritture di sceneggiature a dir poco banali, relazioni pericolose con autentici truffatori che si dileguano con le risorse destinate ai film.
A fare da ambasciatore della Marvel a Hollywood, quasi a tempo pieno fin dal 1972, è direttamente Stan Lee, cioè l’uomo che nel 1961 aveva dato il via a quella che passerà alla storia come “Silver Age of Comics”, creando assieme al grande disegnatore Jack Kirby i Fantastici Quattro, Hulk e via via tutti gli altri personaggi marvelliani. Lee, che alla Marvel lavorava dalla fine degli anni Trenta, quando lo zio Martin Goodman fondò la casa editrice col nome Timely, viene destinato dalla proprietà ai rapporti col mondo del cinema e si trasforma così in una sorta di volto pubblico dell’azienda, sempre più lontano dagli aspetti squisitamente editoriali e creativi, nonostante quello “Stan Lee presenta…” che ancora oggi campeggia in apertura di ogni singolo albo Marvel.
Ma nel libro di Sean Howe, proprio Lee non fa una gran figura, raccontato dall’autore dapprima come una sorta di raccomandato dello zio Goodman, che lo assume poco più che teenager e gli consegna a 18 anni le redini dell’azienda, quindi come ambiziosissimo sceneggiatore e direttore editoriale in perenne contrasto con i disegnatori che avanzano (quasi sempre a ragione) diritti legali sulle proprietà di personaggi in realtà creati anche da loro, poi come inconsapevole strumento nelle mani di vertici aziendali più interessati a giochetti di borsa e fusioni societarie che alla creatività. In particolare, Howe analizza con dovizia di particolari, spesso inediti e in alcuni casi persino sconvolgenti, il rapporto lungo tutta una vita tra Stan Lee e Jack Kirby, l’altro creatore del Marvel Universe, al quale però non saranno mai riconosciuti i diritti sui “suoi” personaggi né restituite, tranne che in minima parte, le tavole originali disegnate in decenni di collaborazione.
Ma nel volume trova ampio spazio l’intero scenario dell’editoria fumettistica statunitense, con descrizioni accurate della situazione alla DC Comics (con la quale, da un certo punto in poi, la Marvel inizia a scambiare con regolarità editor, sceneggiatori e disegnatori) e con riferimenti puntuali alla nascita della Image, evento che rivoluzionò il panorama editoriale a stelle e strisce durante gli anni Novanta. I momenti godibili del libro di Howe sono tantissimi: per esempio, i racconti riguardanti il “clan degli strafattoni”, capeggiato negli anni Settanta da Steve Englehart; il bizzarro reclutamento di Scott Lobdell come nuovo sceneggiatore di “X-Men” – all’epoca la testata più venduta d’America – avvenuto al volo, sulla soglia di una porta della redazione, mentre lui si trovava a passare casualmente di lì in quel momento; le lotte di Steve Gerber per non perdere i diritti sul suo adorato personaggio Howard the Duck; le controverse parabole riguardanti la vita e la carriera di autori “indipendenti dentro” come Steve Ditko o Jim Starlin; l’analisi dei veri motivi per cui Roy Thomas preferiva riprendere vecchi personaggi e attualizzarli, piuttosto che crearne di nuovi.
Insomma, grazie alle interviste inedite a oltre 150 persone che, fin dagli anni Trenta, hanno lavorato alla Marvel nelle sue varie incarnazioni, Howe getta nuova luce – non a caso, il titolo originale del libro è Marvel Comics: The Untold Story, cioè la storia inedita – sull’epopea di quella che oggi, come del resto la DC Comics, è riuscita a imporsi come qualcosa di molto più che una semplice casa editrice di fumetti. Howe ne approfondisce peculiarità stilistiche come l’innovativa intuizione in chiave realistica dei “supereroi con superproblemi”, ma soprattutto ne narra e spesso rivela le storie vere, le meschinità e le acerrime rivalità degli uomini che quelle storie hanno realizzato, autori spesso dimenticati e maltrattati, come i tanti che, nel corso dei decenni, si sono visti negare la proprietà delle loro creazioni, da Bill Everett a Chris Claremont, nonostante il loro genio abbia contribuito a rendere la Marvel il colosso dell’intrattenimento globale che è al giorno d’oggi.

sabato 19 ottobre 2013

GRANDE SUCCESSO PER IL CINEMA ITALIANO IN SVEZIA

Grande successo anche quest’anno per il cinema italiano in Svezia, grazie all’Italian Film Festival di Stoccolma, la principale rassegna dedicata alla promozione della cinematografia italiana nei Paesi scandinavi. Diretto dallo storico del cinema Vincenzo Esposito e giunto alla sedicesima edizione, il festival – che si conclude domani sera (domenica 20) presso il cinema Sture, nel centro della capitale svedese – sta facendo segnare il “tutto esaurito” quasi a ogni proiezione, a conferma del notevole interesse che gli appassionati svedesi continuano a nutrire nei confronti del cinema italiano del presente e del passato.
Inaugurato dal nuovo ambasciatore d’Italia in Svezia, Elena Basile, e dal direttore dell’Istituto italiano di cultura, Sergio Scapin, l’Italian Film Festival ospita i due registi Silvio Soldini e Giuliano Montaldo, che hanno presentato al pubblico svedese i loro recenti “Il comandante e la cicogna” e “L’industriale”. Nella sezione Panorama, riservata ai film delle ultime due stagioni, sono inclusi anche “L’intervallo” di Leonardo Di Costanzo, “Posti in piedi in Paradiso” di Carlo Verdone, “Tutti i santi giorni” di Paolo Virzì, “È stato il figlio” di Daniele Ciprì, “Viva la libertà” di Roberto Andò e – nell’ambito della Settimana della lingua italiana nel mondo – la produzione svizzera “Sinestesia” di Erik Bernasconi (interpretata, in italiano, da Alessio Boni, Giorgia Wurth e Leonardo Nigro).
La Retrospettiva di quest’anno, invece, indaga nel cinema di Michele Placido, attraverso una selezione di film da lui diretti o interpretati per altri registi. Così, accanto a celebri regie di Placido come “Un eroe borghese” (1995), “Romanzo criminale” (2005), “Il grande sogno” (2009), “Vallanzasca. Gli angeli del male” (2010) e “Il cecchino” (2012) scorrono anche “Marcia trionfale” (1976) di Marco Bellocchio, “Lamerica” (1994) di Gianni Amelio e “La sconosciuta” (2006) di Giuseppe Tornatore.
L’Italian Film Festival è organizzato dall’Istituto italiano di cultura di Stoccolma e dalla FICC – Federazione italiana dei circoli del cinema, col contributo del Ministero per i beni e le attività culturali – Direzione generale cinema e in collaborazione con l’Ambasciata d’Italia in Svezia, il Centro regionale Campania della FICC, l’associazione culturale Blackout e la scuola di cinema Pigrecoemme di Napoli.

sabato 12 ottobre 2013

INTERVISTA A RICHARD DREYFUSS: "HOLLYWOOD SENZA IDEE..."

Di Diego Del Pozzo
(Il Mattino - 11 ottobre 2013)

Sul set di “Caserta Palace Dream”, il cortometraggio diretto da James McTeigue e prodotto da Pasta Garofalo, gli occhi sono tutti puntati su di lui. Ed è inevitabile, perché Richard Dreyfuss è uno tra gli attori-simbolo di una stagione indimenticabile del cinema americano, quella della New Hollywood negli anni Settanta, quando l’interprete originario di Brooklyn inanellava, uno dopo l’altro, ruoli da protagonista in film mitici come “American Graffiti” (1973) di George Lucas, “Lo squalo” (1975) e “Incontri ravvicinati del terzo tipo” (1977) di Steven Spielberg o quel “Goodbye amore mio!” (1977) di Herbert Ross per il quale ottenne l’Oscar come miglior protagonista.
Nel corto di McTeigue, girato in questi giorni nella Reggia di Caserta, Dreyfuss interpreta Luigi Vanvitelli, l’architetto che, su commissione di Carlo di Borbone, progettò l’edificio nel 1751. Con lui, recitano Kasia Smutniak e Valerio Mastandrea, la regina Maria Amalia di Sassonia e re Carlo, con Ennio Fantastichini, Nicola Nocella e Malika Ayane in ruoli secondari. La storia va dal 1751 attraverso l’Ottocento, il 1930, il 1945 fino al 2013, col fantasma di Maria a fare da genius loci oltre i confini del tempo.
Dreyfuss, com’è stato coinvolto nel progetto?
“Sono stato contattato dal regista e mi ha affascinato il fatto che io stesso, molto tempo prima, avessi scritto una storia simile, basata su un amore capace di trascendere lo scorrere del tempo. In quanto a Vanvitelli, non lo conoscevo, così come non conoscevo la Reggia di Caserta. Ma, proprio in questo periodo, sto leggendo molti libri su un gruppo di intellettuali europei dell’epoca, i cameralisti, con i quali Vanvitelli ebbe molto in comune. Della Reggia ignoravo persino che fosse stata utilizzata da Lucas per “Star Wars”, ma mi affascinava questa storia legata alla sua edificazione”.
Lei è un simbolo vivente del cinema americano degli anni Settanta. Com’è oggi Hollywood rispetto ad allora?
“Oggi comandano i soldi e c’è minore libertà espressiva, mentre allora si puntava sulla creatività e sulla voglia di collaborare. All’epoca, si partiva dalle storie e dai personaggi, mentre oggi contano gli effetti speciali. Inoltre, strumenti come twitter hanno ridotto la capacità dei più giovani di confrontarsi con la complessità e ciò si vede anche nei film. A un giovane attore, insomma, oggi direi di fare un altro mestiere”.
Ma sempre più registi e attori hollywoodiani lavorano in serie tv di qualità proprio per la maggiore libertà creativa. Lei che ne pensa?
“In effetti, nelle serie tv che si producono alla Hbo c’è più libertà e voglia di sperimentare rispetto ai prodotti industriali medi hollywoodiani. Il centro della questione, però, non è dire liberamente le parolacce in tv, oppure mostrare sesso esplicito. Noi non abbiamo fatto battaglie da giovani per ottenere questo, ma per far sì che il cinema e la televisione riuscissero a raccontare i problemi della vita reale. E, purtroppo, oggi questo non accade nemmeno nelle serie televisive”.
Sembra che non le piaccia molto la piega che il mondo ha preso in questi anni.
“Viviamo in un’epoca di incertezze, nella quale non riusciamo più a ragionare sul medio-lungo periodo. Veniamo dopo Freud, Einstein, Marx e Darwin, che hanno sgretolato le certezze millenarie dell’uomo. E, oggi più che mai, il due per cento di ricchi continua a dominare il mondo a discapito dell’altro novantotto per cento. Negli Stati Uniti se ne sta accorgendo anche un centrista come Obama, nonostante abbia la maggior parte del Paese dalla sua parte: a ostacolarne l’azione, infatti, è proprio quel due per cento”.
La sua vita è stata ricca di alti e bassi, come poche altre a Hollywood. Che cosa prova quando la ripercorre con la mente?
“A me è sempre piaciuto più diventare una star del cinema piuttosto che esserlo davvero. Posso definirmi un cacciatore, perché ho sempre inseguito le cose che mi interessavano, prima perdendole e poi riconquistandole, vincendo, poi perdendo, poi vincendo di nuovo. E se fossi stato diverso mi sarei annoiato terribilmente”.
Che cosa c’è nel suo immediato futuro?
“Non dirigerò mai un film. Invece, ho finito di recitare da poco in “Cas & Dylan”, il debutto alla regia di Jason Priestley. Ma, soprattutto, ho appena terminato il mio primo romanzo, “Appomattox”, come il luogo dell’ultima battaglia della Guerra civile americana. Non svelo la trama, ma ci sarà un lieto fine, perché oggi c’è bisogno più che mai di veri happy end”.
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L’embrione di “Caserta Palace Dream”, il nuovo cortometraggio d’autore prodotto da Pasta Garofalo nell’ambito del progetto pluriennale “Garofalo firma il cinema”, si celava nella mente e nel cuore di James McTeigue fin da quando, nel 2000, lavorò come primo assistente di George Lucas sul set campano di “Star Wars episodio 2 – L’attacco dei cloni” e s’innamorò della Reggia di Caserta, che ospitò le riprese com’era già successo tre anni prima per il precedente episodio della celeberrima saga fantascientifica.
Così, già dopo i primi contatti col vulcanico direttore commerciale della Garofalo, Emidio Mansi (la mente dietro i progetti cinematografici della storica azienda di Gragnano), e con Benedetto Condreas dell’agenzia di comunicazione PesceRosso (che per il pastificio gragnanese cura l’ormai consolidato format cinéphile), l’idea di ambientare la sesta produzione firmata Garofalo per la prima volta fuori Napoli, ma all’interno di un sito storico-monumentale tra i più conosciuti al mondo, ha avuto la meglio su tutte le altre. “Quando mi hanno chiesto di dirigere questo corto in Campania – racconta McTeigue in una pausa delle riprese che si sono concluse ieri sera nel parco della Reggia – sono immediatamente andato indietro con la memoria a quando, anni fa, ero stato qui per lavorare con Lucas. Da allora, infatti, avevo il desiderio di fare un film che sapesse mostrare questo luogo incredibile, progettato da un architetto straordinario come Vanvitelli, la cui musa ispiratrice era la moglie del re Carlo III, cioè Maria. E da questo mio desiderio è nata l’idea di raccontare la Reggia attraverso una storia d’amore senza tempo, che potesse attraversare epoche storiche differenti e giungere fino a oggi. Su questo spunto, poi, abbiamo deciso di utilizzare Maria come una sorta di presenza fantasmatica capace di pervadere ancora oggi quegli stessi spazi”.
Ad attrarre il regista di “V. per Vendetta” e “The Raven”, però, è stato anche un altro elemento, lo stesso che a suo tempo convinse un maestro del cinema come Terry Gilliam, che per Garofalo ha girato il corto “The Wholly Family”, poi premiato addirittura con il prestigioso European Film Award. “Mi è stata offerta – conclude McTeigue – un’opportunità unica, che per l’industria di Hollywood è sempre più una rarità: la possibilità, cioè, di scrivere, realizzare e dirigere un film con la più completa libertà artistica, grazie a un’azienda davvero visionaria come Pasta Garofalo”. “Caserta Palace Dream” – interpretato da Richard Dreyfuss, Kasia Smutniak, Valerio Mastandrea, Ennio Fantastichini, Nicola Nocella e Malika Ayane – sarà pronto entro la fine dell’anno, ma Garofalo lo lancerà nel corso del 2014 e, dopo l’Efa conquistato con Gilliam, stavolta punterà direttamente all’Oscar 2015.

LA STORIA DI "TAXI DRIVER" RIPERCORSA IN UN LIBRO

Di Diego Del Pozzo

C'è una frase dello sceneggiatore Paul Schrader che, più e meglio di tante altre, restituisce il senso di un progetto filmico epocale come "Taxi Driver", all'epoca osteggiato dai vertici di quasi tutti gli Studios hollywoodiani e di lì a poco – era il 1976 – destinato a entrare nel mito, oltre che nella storia del cinema: "Eravamo abbastanza giovani – sottolinea Schrader – da voler fare qualcosa che durasse. De Niro mi disse, mentre discutevamo se il film avrebbe fatto soldi o no, che secondo lui era un film che la gente avrebbe continuato a vedere fra cinquant'anni, e il fatto che l'anno dopo qualcuno lo vedesse o no non aveva nessuna importanza. E' questo l'atteggiamento che abbiamo adottato, ed ecco perché non siamo scesi a compromessi su nulla".
Si può leggere questa frase all'interno del bel libro "Taxi Driver. Storia di un capolavoro", scritto da Geoffrey Macnab e pubblicato due anni fa da minimum fax (184 pagine, 14 euro).
"Taxi Driver", il capolavoro di Martin Scorsese, è uno tra i film che hanno rivoluzionato la storia del cinema. Il personaggio di Travis Bickle (Robert De Niro, nel ruolo che lanciò la sua carriera), il veterano del Vietnam che diventa tassista newyorkese, riassume in sé il malessere di un'America ancora traumatizzata dalla guerra e dal Watergate: schiavo della pornografia e del junk food, ossessionato dalle armi, Bickle è l'opposto dell'eroe hollywoodiano tradizionale, ma all'epoca colpì al cuore il pubblico di tutto il mondo ed ebbe una eco senza precedenti nella cronaca e nella cultura.
Questo libro ricostruisce il complesso background sociale e culturale del film; ne racconta da dietro le quinte la realizzazione (dando voce direttamente al regista, allo sceneggiatore, agli attori e alla troupe); ne illustra la fortuna nei decenni successivi all'uscita (fino alla recente produzione di un videogame ispirato al film e alle voci di un imminente remake a opera di Lars von Trier) e cerca di spiegare come mai, a distanza di oltre 35 anni, "Taxi Driver" non abbia perso nulla del suo fascino e della sua potenza.
Consigliatissimo!

martedì 13 agosto 2013

BOLLYWOOD COMPIE 100 ANNI...

Di Diego Del Pozzo
(Il Mattino - 13 agosto 2013)

Canzoni e tanta musica, danze scatenate su coreografie elaboratissime, colori accesi proprio come le passioni che travolgono gli animi dei personaggi, un irresistibile mix di generi differenti (dalla commedia al melodramma, dal poliziesco al musical), universi di fantasia costruiti a tavolino per far sognare gli spettatori, dive e divi idolatrati e capaci di scatenare fenomeni di autentica isteria collettiva, l’immancabile lieto fine, una durata dei film molto spesso ben oltre le tre ore, una poetica dell’eccesso visivo e narrativo che ben si sposa con una spettacolarità pari solo a quella dei kolossal hollywoodiani: sono queste le caratteristiche peculiari del cinema di Bollywood, il nomignolo – crasi di Bombay e Hollywood – col quale la potentissima industria cinematografica indiana è conosciuta, ormai, in tutto il mondo.
Aishwariya Rai in "Devdas" (2002)
Il cinema in India nasce esattamente 100 anni fa, nel 1913, quando il regista e produttore Dadasaheb Phalke (al quale, dal 1966, è dedicato il corrispondente indiano del premio Oscar) realizza il film mitologico “Raja Harishchandra”. Da allora, negli Studios di Bombay, oggi Mumbai, s’è sviluppata una produzione sempre più diversificata e sofisticata, realizzata prevalentemente in lingua hindi, ma capace di proporsi come fattore decisivo di unificazione culturale, in una nazione-mondo nella quale si parlano una ventina di lingue differenti e si professano altrettante religioni, ma dove vedere un film al cinema rappresenta il clou di ogni attività sociale. E così, oggi, quella indiana è l’unica cinematografia al mondo in grado di resistere allo strapotere culturale ed economico dei film hollywoodiani. Se si tiene conto, infatti, del miliardo circa di abitanti – e, dunque, di potenziali spettatori – di quello che si configura come autentico continente a sé (il Subcontinente indiano), allora non può stupire il dato che vede Bollywood battere Hollywood per quanto riguarda i biglietti venduti ogni anno nei cinema di tutto il mondo, addirittura 3,6 miliardi contro 2,6, grazie soprattutto al clamoroso dato del mercato interno, dove i film indiani conquistano una percentuale pari al 95 per cento e quelli americani poco meno del 5 per cento.
Per festeggiare il centenario del cinema indiano, Feltrinelli Real Cinema ha appena pubblicato l’imperdibile cofanetto “Bollywood – La più grande storia d’amore” (16.90 euro), contenente l’omonimo documentario musicale diretto da Rakeysh Omprakash Mehra e Jeff Zimbalist, ma in realtà più che semplicemente prodotto da Shekhar Kapur, abbinato al libro “Made in India” a cura di Emilia Bandel. Il film, presentato quest’anno a Cannes come evento speciale, è un trascinante caleidoscopio di sequenze tratte da oltre 100 film bollywoodiani scandite dal ritmo frenetico di numeri musicali straordinari per inventiva delle coreografie e splendore scenografico. Nel volume allegato, invece, una serie di interessanti saggi approfondisce le coordinate di un fenomeno che, pur non esaurendosi certamente con Bollywood (poiché l’India può vantare una tradizione di cinema “d’autore” storica e continuamente rinverdita, da maestri come Satyajit Ray ad autrici recenti come Deepa Metha e Mira Nair), ha il proprio “cuore” industriale e artistico a Mumbai, tra la spiaggia meridionale di Juhu e Film City, gli Studios bollywoodiani situati appena a nord della gigantesca metropoli.
In quest’area ad altissima concentrazione di produttori, agenti, distributori, registi e attori, compositori e coreografi (due categorie fondamentali per il cinema di Bollywood) sono nate le leggende di divi come Amitabh Bachchan o Shah Rukh Khan (una sorta di Tom Cruise indiano) e di attrici bellissime come Madhuri Dixit, Rani Mukherjee e Aishwarya Rai, ormai una sorta di ambasciatrice dell’India nel mondo. Ed è sempre da qui che un ambizioso e ricchissimo tycoon come Amit Khanna (che in molti considerano l’inventore del nome Bollywood) lancia la propria sfida ai colleghi di Hollywood, dove la sua multinazionale Reliance Entertainment controlla già più di 240 sale cinematografiche, ha acquistato quote della DreamWorks di Steven Spielberg per oltre 600 milioni di dollari e ha messo in circolo altri 600 milioni di dollari per coprodurre otto film ad alto budget con divi del calibro di Brad Pitt, Jim Carrey, Nicolas Cage, Tom Hanks e George Clooney. “Gli Studios americani – sottolinea proprio Amit Khanna – sono invecchiati, hanno bisogno di nuova linfa. Noi abbiamo questa nuova linfa e siamo in grado di fornire una nuova sensibilità investendo direttamente sugli uomini e sui talenti per creare grandi film. I nostri punti di forza sono i numeri della nostra popolazione, i nostri giovani, la nostra tradizione cinematografica e i nostri modi di narrare storie”.
Insomma, proprio mentre celebra il suo primo secolo di vita, il cinema di Bollywood si lancia con sempre maggiore decisione alla conquista dell’immaginario globale.

sabato 13 luglio 2013

UN RICORDO DELLA "LEGGENDA" RICHARD MATHESON

Di Diego Del Pozzo
(Mega n.° 193 - Luglio 2013)

Mentre mi accingevo a scrivere, con enorme ritardo sulla scadenza, l’articolo mensile per questa mia rubrica (e mi sarei dedicato al nuovo film su Superman, L’uomo d’acciaio, che a me è piaciuto davvero tanto), sono stato colpito da una brutta notizia appresa appena collegatomi a Internet: a 87 anni, il grande scrittore e sceneggiatore americano Richard Matheson ha deciso di lasciare questo mondo per recarsi definitivamente in uno tra i mille altri universi di fantasia da lui creati nel corso di una carriera inimitabile. Insomma, l’autore di romanzi “mitici” come Io sono leggenda, Tre millimetri al giorno, Io sono Helen Driscoll, per citarne solo alcuni, è morto.
Naturalmente, viene facile anche a me – come hanno fatto, del resto, tutti i media mondiali, appena appresa la triste notizia – parafrasare il titolo del suo libro più famoso e affermare che, sì, adesso Richard Matheson è davvero “leggenda”, proprio come il personaggio di Robert Neville che lui rese protagonista dell’indimenticabile romanzo post-apocalittico del 1954, trasposto negli anni in ben tre film. Ma, come nel caso dell’unico essere umano sopravvissuto in un mondo ormai totalmente popolato da vampiri, anche nel caso di Matheson l’aggettivo “leggendario” non è esagerato, poiché ben descrive uno tra i più importanti narratori americani del Novecento, un autore seminale che ha profondamente influenzato gli sviluppi successivi del macrogenere fantastico e che, con la sua arte schiettamente popolare ma personalissima, ha fatto in qualche modo da maestro persino per il “re dell’horror” Stephen King. “Quando la gente pensa al genere horror – raccontò anni fa proprio King – cita subito il mio nome, ma senza Richard Matheson io non sarei nemmeno qui. Posso considerarlo mio padre come Elvis Presley potrebbe fare con Bessie Smith”.
Per un gigante della fantascienza come Ray Bradbury, l’autore nato ad Allendale (New Jersey) nel 1926 è stato semplicemente “uno tra gli scrittori più importanti del Ventesimo secolo”. Con le sue invenzioni narrative, ha forgiato il gusto e le caratteristiche del Fantastico contemporaneo, dunque, incidendo in profondità anche su altri linguaggi come il cinema, la televisione, i fumetti e i videogames. I suoi meriti sono stati riconosciuti dai milioni di lettori che ha saputo conquistare, ma anche dai numerosi premi attribuitigli, tra i quali un “Edgar Allan Poe Award” e un “Bram Stoker Award” alla carriera. In Italia, per fortuna, è molto facile reperire le sue opere, attualmente pubblicate in ottime edizioni da Fanucci, sia per quel che concerne i racconti (con la prima edizione mondiale che li raccoglie integralmente in ordine cronologico, in quattro magnifici volumi, a partire dall’esordio del 1950, il memorabile Nato d’uomo e di donna), sia per i romanzi, in entrambi i casi spesso ispiratori di film di successo.
Trasferitosi in California dopo la laurea, Matheson ha dedicato davvero tutta la vita alla scrittura, esplorandone senza sosta le mille possibili declinazioni: romanzi, racconti, soggetti e sceneggiature per il cinema e per la televisione. Fili conduttori tematici della sua sterminata produzione sono lo sguardo attento all’emarginazione sociale e l’inserimento della paura e del terrore all’interno della quotidianità. E proprio il rapporto originale tra fantastico e reale, con i germi destabilizzanti del primo pronti a insinuarsi in maniera inattesa in scenari contemporanei concreti e assolutamente realistici, lega il “maestro” Matheson a uno straordinario “allievo” come King: basti pensare, tra le pagine dell’uno e dell’altro, alle centinaia di tipiche cittadine di provincia americane, ordinarie fin quasi allo stereotipo, improvvisamente trasfigurate in luoghi da incubo attraverso l’irruzione di elementi fantastici e sovrannaturali.
Come detto, la sua pratica di scrittura s’è misurata costantemente col cinema e con la televisione. Per il piccolo schermo, dove ha scritto anche per Star Trek e per la serie antologica di Alfred Hitchcock, basti la citazione della storica serie fantastica di Rod Serling The Twilight Zone (Ai confini della realtà, 1959-1964), della quale è stato certamente uno tra gli autori di punta e che ha contribuito a caratterizzare fortemente con la sua inesauribile fantasia e la capacità di utilizzare racconti “di genere” come metafore perfette degli Stati Uniti del periodo e, in particolare, dei suoi lati oscuri.
Per il cinema, invece, ha scritto o ispirato davvero tanti film. Sue sono, per esempio, le sceneggiature del celebre “Ciclo di Poe” diretto da Roger Corman per la American International Pictures, oppure quelle di titoli come Il padrone del mondo (1961) e Lo squalo 3 (1983). Mentre Hitchcock rifiutò l’interessante script che gli aveva commissionato per Gli uccelli, perché non condivideva l’idea di Matheson di non mostrare mai i volatili, facendone soltanto percepire la minaccia. La sua sceneggiatura più famosa, però, resta quella di Duel (1971), l’adrenalinico esordio alla regia di Steven Spielberg tratto da un suo racconto omonimo: prodotto per la tv, ma distribuito anche al cinema, è l’indimenticabile thriller su una folle e ossessiva sfida stradale tra l’auto guidata da un placido commesso viaggiatore e l’autocisterna di un misterioso camionista con gli stivali. Ma già nel 1957, il regista Jack Arnold aveva portato sul grande schermo il romanzo omonimo di Matheson dell’anno precedente, trasformandolo in uno tra i titoli più celebri dell’intera storia della fantascienza cinematografica: The Incredible Shrinking Man, in italiano Tre millimetri al giorno il libro e Radiazioni BX: distruzione uomo il film. In anni più recenti, quindi, sono usciti Echi mortali (1999) di David Koepp, tratto da Io sono Helen Driscoll del 1958; The Box (2009) di Richard Kelly, dal racconto Button, Button del 1970; Real Steel (2011) di Shawn Levy, prodotto da Steven Spielberg e Robert Zemeckis, ispirato al racconto Acciaio (Steel) già adattato per un episodio televisivo di Ai confini della realtà. La chiusura non può essere che per Io sono leggenda (I Am Legend), romanzo-capolavoro del 1954 che ha prodotto ben tre versioni filmiche ufficiali e ispirato una miriade di altre pellicole e serie televisive. Le prime, quelle ufficiali, sono l’italiano L’ultimo uomo della Terra (1964) di Ubaldo Ragona con Vincent Price (il migliore), 1975: Occhi bianchi sul pianeta Terra (1971) di Boris Sagal e Io sono leggenda (2007) di Francis Lawrence. Tra coloro che hanno tratto ben più di un’ispirazione da questo romanzo, invece, non posso fare a meno di citare il George Romero de La notte dei morti viventi (1968) e, poiché questa è una rivista sui fumetti, il Robert Kirkman di The Walking Dead, serie post-apocalittica per antonomasia, su carta e in tv, che probabilmente non sarebbe esistita senza la fantasia di Richard Matheson.

LIBRI PER L'ESTATE: "NON MI AVRETE MAI" (DI VAIO & LOMBARDI)

Di Diego Del Pozzo

Salvatore Capone è uno scugnizzo “di mezzo alla strada”, un ragazzo cresciuto nel degrado fisico e morale della periferia nord di Napoli, tra Scampia e Piscinola, uno che inizia a rubare perché povero e che, man mano, diventa una sorta di piccola leggenda nel suo rione, “Stelletella” (questo il suo nomignolo), sesto di dieci figli, ladruncolo di pneumatici e autoradio già a nove anni, poi scippatore e rapinatore a mano armata, quindi responsabile di una piazza di spaccio da tremila dosi al giorno, in una corsa senza sosta che, dopo l’ulteriore accelerazione provocata dall’incontro terribile con la droga (cocaina e poi eroina), termina inevitabilmente nell’inferno di Poggioreale, l’Alcatraz napoletano, dove però la sua esistenza cambia per sempre. Proprio tra quelle mura senza speranza, infatti, Salvatore capisce come incanalare in maniera costruttiva l’irredimibile grido di ribellione che risuona nella sua testa fin da bambino, quel “Non mi avrete mai” che lo porta a opporsi istintivamente a qualunque autorità costituita e, negli anni, a fuggire dai luoghi di reclusione – siano essi scuole, collegi, riformatori, carceri minorili, centri d’igiene mentale, comunità di recupero – nei quali di volta in volta si trova costretto.
E proprio Non mi avrete mai (340 pagine, 17.50 euro, Einaudi Stile Libero) è il titolo del libro scritto da Gaetano Di Vaio e Guido Lombardi che raccoglie le avventure di volta in volta tragicomiche, drammatiche, pietose, surreali, cupissime, ridicole, disperate, a tratti epiche, spesso romantiche, persino divertenti di Salvatore Capone. Rispetto a tanti altri “romanzi criminali” in chiave vesuviana nati sulla scia di Gomorra, però, questa storia ha decisamente una marcia in più: la senti vera, non artefatta né costruita, vita reale trasformata in magmatica materia narrativa. Questo perché Salvatore Capone non è un’invenzione di fantasia ma esiste davvero, come esplicitamente segnalato in apertura di volume, a scanso di equivoci: “La storia che il protagonista narra non è frutto di fantasia, ma è alimentata dai ricordi e dalle esperienze personali realmente vissute da Gaetano Di Vaio, uno degli autori, pur rappresentate con linguaggio letterario”.
L’approccio scelto da Di Vaio e Lombardi – il primo, oggi, è un produttore cinematografico indipendente di successo con la factory Figli del Bronx; il secondo, è il regista di Là-bas, migliore opera prima due anni fa a Venezia, già pronto col suo secondo film Take Five – funziona a meraviglia perché abbina l’intenso coinvolgimento “in prima persona” dell’uno con la perizia tecnica e la fluidità narrativa dell’altro. E i continui andirivieni nel tempo, i ricordi del passato criminale, i lampi accecanti di un futuro di redenzione appena suggerito (ma oggi pienamente compiuto), la polifonia derivante dalle voci dei tanti personaggi di contorno perfettamente delineati anche in poche righe (dal boss Carminiello all’amico Mimmo, dai violenti secondini Cu-cù e Schwarzenegger al compagno di cella e maestro di letture detto ‘o Poppo), la tenerezza di un amore più forte di tutto l’orrore circostante (quello di Salvatore per la giovane moglie Lucia) acquistano così consistenza quasi materica e, soprattutto, catturano il lettore con la stessa forza visionaria di un fiammeggiante kolossal cinematografico che, se fosse ancora vivo Sergio Leone, non potrebbe che intitolarsi C’era una volta a Napoli. Kolossal che, vista anche la dimestichezza dei due autori col mondo del cinema, in futuro qualcuno senz’altro realizzerà.

domenica 2 giugno 2013

ARRIVA AL CINEMA "UN CONSIGLIO A DIO", "COMBAT FILM SUL DRAMMA MIGRANTI"

Di Diego Del Pozzo
(Il Mattino - 2 giugno 2013)

Bel successo di pubblico per le prime due uscite in sala di “Un consiglio a Dio”, il nuovo film del regista napoletano Sandro Dionisio interpretato da Vinicio Marchioni, l’anno scorso unico titolo italiano in concorso al Pesaro Film Festival. La pellicola, prodotta da Axelotil di Gianluca Arcopinto (che lo distribuisce con la sua Pablo), Cetra dello stesso Dionisio e Scuola di cinema Pigrecoemme, è stata proiettata in anteprima a Roma, al cinema Sacher di Nanni Moretti, e poi a Napoli, al Filangieri, dove giovedì sera è stata introdotta in sala dal regista assieme a Valerio Caprara ed Enrica Amaturo. E il percorso distributivo del film nei cinema italiani prosegue ancora a Roma, al Kino, fino a mercoledì; e quindi a Perugia, Rimini, Pesaro, Genova, Firenze, Ancona, Fermo, Torino, Milano, Bologna, Orbetello e Siena.
Visibilmente emozionato, durante l’anteprima napoletana del Filangieri, Dionisio descrive il suo lavoro come “una sorta di combat film, realizzato nonostante gli scarsi mezzi produttivi: un progetto piccolo e persino un po’ folle, concretizzatosi grazie al supporto di Arcopinto e degli amici di Pigrecoemme”. E proprio dalla scuola di cinema partenopea proviene il bravo montatore del film, Giacomo Fabbrocino, uno dei tre soci della struttura assieme a Corrado Morra e Rosario Gallone. “Sono felice per l’uscita in sala – prosegue Sandro Dionisio – perché in Italia c’è sempre meno spazio per lavori sperimentali come questo, a metà tra fiction, documentario, reportage e poesia filmata”.
“Un consiglio a Dio” segna il ritorno alla regia di Dionisio – già assistente, tra gli altri, di Mario Martone negli anni Novanta – un decennio dopo l’esordio “La volpe a tre zampe”, mai distribuito in sala nonostante i riscontri positivi da parte della critica. “Con questo film – racconta l’autore – ho voluto affrontare il tema scottante dell’immigrazione dall’Africa verso le coste italiane, attraverso la figura surreale e dolente di un “trovacadaveri”, cioè un uomo che, su una spiaggia senza nome, in mezzo a escrementi e rifiuti della società dei consumi, recupera i corpi senza vita dei migranti morti nel disperato tentativo di approdare in Italia. La trama è tratta dal monologo teatrale “Il trovacadaveri” di Davide Morganti, sulla cui base, però, ho innestato la mia drammaturgia cinematografica originale, per esempio alternando interviste con autentici migranti che raccontano le loro esperienze spesso drammatiche, immagini di repertorio ottenute tramite la Guardia di Finanza di alcuni veri sbarchi sulle coste italiane, persino alcune sequenze d’animazione. Insomma, ho provato a realizzare un crossover filmico piuttosto sperimentale, giovandomi in questo anche delle suggestioni provenienti dalla magnifica colonna sonora jazz scritta ed eseguita da un giovane talento napoletano come Vincenzo Danise”.
Le sequenze recitate da Vinicio Marchioni sono state filmate di notte sulle spiagge del litorale domizio, rese livide e minacciose dai toni cupi della fotografia. “Ho cercato di esaltare la visionarietà di quelle scene, anche se al centro di tutto – conclude Dionisio – ho voluto mantenere intatta l’urgenza quasi pasoliniana del testo di riferimento, esaltata dalla notevole performance attoriale di Vinicio. L’incontro con lui è nato e si è sviluppato in maniera assolutamente naturale, cementandosi poi in un’intesa artistica rafforzata dalla sua voglia di misurarsi con qualcosa di molto diverso dai suoi precedenti lavori cinematografici e televisivi”.