giovedì 30 settembre 2010
TONY CURTIS 1925-2010: L'UOMO OLTRE L'ATTORE
Di Antonio Tricomi
Molti lo ricorderanno per la sua bravura d'attore e il suo fascino di seduttore: meriti non trascurabili. Ma per molta gente Tony Curtis è un eroe anche per altri motivi. Figlio di una famiglia ebraica fuggita da Budapest a causa delle persecuzioni di cui gli ebrei erano vittime già molto prima del nazismo, diventato ricco e famoso Curtis si è impegnato nella ricostruzione del quartiere ebraico della sua città d'origine.
Con l'invasione nazista dell'Ungheria, molte strade e piazze, e lo stesso lungofiume del Danubio, furono teatro di stragi. Le case vennero evacuate, i luoghi di culto distrutti. Con il passaggio di regime, dal nazismo al comunismo, la popolazione ebraica di Budapest non venne risarcita, né la sua memoria onorata. Ma la star di Hollywood Tony Curtis ha investito per anni in quella causa i suoi soldi e la sua popolarità. Ogni volta che visitava Budapest, veniva accolto come un eroe, anche da gente che non aveva visto A qualcuno piace caldo. Se poi lo aveva visto, tanto meglio.
UNA COMMEDIA INTELLIGENTE E DIVERTENTE
Di Diego Del Pozzo
(Il Mattino - 30 settembre 2010)
(Il Mattino - 30 settembre 2010)
Una commedia molto divertente, ma garbata e intelligente, sull'umanità che accomuna Nord e Sud al di là delle differenze di superficie troppo spesso enfatizzate e strumentalizzate: Benvenuti al Sud si propone così agli spettatori che, da domani, potranno andare a vederla in ben 570 cinema di tutta Italia. E proprio l'elevatissimo numero di copie che Medusa ha deciso di distribuire fin dal primo giorno di uscita fa capire bene quale fiducia e attesa vi sia intorno alla commedia diretta da Luca Miniero e interpretata da un ottimo cast composto dai protagonisti Claudio Bisio e Alessandro Siani e poi da Angela Finocchiaro, Valentina Lodovini, Nando Paone, Giacomo Rizzo, Nunzia Schiano, Riccardo Zinna.
Proprio Siani, assieme al regista, agli altri interpreti campani e al produttore esecutivo Giorgio Magliulo, ha introdotto la proiezione in anteprima di ieri sera a Castellabate, la località del Cilento che l'anno scorso ha fatto da suggestiva ambientazione per le riprese, grazie all'indispensabile supporto della Film Commission Regione Campania (proiezione dedicata al sindaco della vicina Pollica, Angelo Vassallo, assassinato all'inizio di settembre). "Abbiamo lavorato moltissimo per questo film - spiega il direttore della Film Commission campana, Maurizio Gemma - fin da quando venimmo a sapere che Medusa e Cattleya avevano acquistato i diritti per fare un remake del campione d'incassi francese Giù al Nord. Il grande successo di quel film, infatti, ha prodotto un incremento del venti per cento nelle regioni settentrionali al confine col Belgio e fin da subito capimmo che una versione italiana ben fatta e magari premiata dal pubblico avrebbe potuto produrre risultati analoghi anche sul territorio campano".
In effetti, Castellabate e il Cilento sono quasi co-protagonisti di Benvenuti al Sud, più che semplici scenari, poiché proprio la lussureggiante bellezza dei luoghi, assieme al calore di coloro che li abitano, riesce a far breccia nelle diffidenze e nei pregiudizi dei due ottusi pseudo-leghisti interpretati da Claudio Bisio e Angela Finocchiaro. "Abbiamo tentato di dissacrare - racconta il protagonista meridionale, Alessandro Siani - tutti i luoghi comuni sul Sud che troppo spesso dominano in televisione. Con la scelta di Castellabate, infatti, abbiamo voluto proporre un Meridione normale, anche se è un po' triste che proprio la normalità mostrata nel film possa apparire straordinaria, perché invece le cose dovrebbero andare sempre così ovunque". Nonostante il regista Luca Miniero e lo sceneggiatore Massimo Gaudioso (lo stesso di Gomorra) abbiano evitato volutamente troppi riferimenti all'attualità, è indubbio, però, che un film sulla contrapposizione tra Nord e Sud sia destinato, in questo momento storico, a suscitare polemiche. "Ma noi non volevamo rispondere ai politici - aggiunge Siani - anche perché sarebbe impossibile. Un giorno parla Brunetta, un altro Bossi e ci vorrebbero tutti i film del mondo. Noi abbiamo semplicemente provato ad andare contro i cliché, raccontando quello che vediamo intorno a noi".
Nel film, Siani interpreta Mattia, un timido postino di Castellabate innamorato da sempre della bella collega Maria (Lodovini), alla quale però non riesce a dichiararsi. Sarà proprio l'incontro col nuovo direttore dell'ufficio postale locale, il "nordista" Alberto (Bisio), trasferito al Sud per punizione, a sbloccarlo da quel punto di vista, mentre a sua volta lui riuscirà a far ricredere il "forestiero", con la collaborazione degli altri abitanti del luogo, su un'immagine del Meridione vittima dei peggiori pregiudizi. "Assieme agli attori - conclude il regista Luca Miniero - abbiamo lavorato innanzitutto sull'umanità dei personaggi, per mettere in scena conflitti che fossero, comunque, lontani dalla cattiveria ideologica imperante al giorno d'oggi e che, invece, si potessero superare semplicemente attraverso l'apertura e la fiducia verso l'altro".
In effetti, Castellabate e il Cilento sono quasi co-protagonisti di Benvenuti al Sud, più che semplici scenari, poiché proprio la lussureggiante bellezza dei luoghi, assieme al calore di coloro che li abitano, riesce a far breccia nelle diffidenze e nei pregiudizi dei due ottusi pseudo-leghisti interpretati da Claudio Bisio e Angela Finocchiaro. "Abbiamo tentato di dissacrare - racconta il protagonista meridionale, Alessandro Siani - tutti i luoghi comuni sul Sud che troppo spesso dominano in televisione. Con la scelta di Castellabate, infatti, abbiamo voluto proporre un Meridione normale, anche se è un po' triste che proprio la normalità mostrata nel film possa apparire straordinaria, perché invece le cose dovrebbero andare sempre così ovunque". Nonostante il regista Luca Miniero e lo sceneggiatore Massimo Gaudioso (lo stesso di Gomorra) abbiano evitato volutamente troppi riferimenti all'attualità, è indubbio, però, che un film sulla contrapposizione tra Nord e Sud sia destinato, in questo momento storico, a suscitare polemiche. "Ma noi non volevamo rispondere ai politici - aggiunge Siani - anche perché sarebbe impossibile. Un giorno parla Brunetta, un altro Bossi e ci vorrebbero tutti i film del mondo. Noi abbiamo semplicemente provato ad andare contro i cliché, raccontando quello che vediamo intorno a noi".
mercoledì 29 settembre 2010
TROISI E BENIGNI IN BLU RAY CON SCENE INEDITE
Di Diego Del Pozzo
(Il Mattino - 29 settembre 2010)
Sarà presentata l'11 ottobre a Viareggio, nell'ambito di un omaggio del festival Europacinema a Massimo Troisi, la nuova edizione home video di un "cult movie" della commedia italiana come Non ci resta che piangere, che dal 19 ottobre sarà distribuito per la prima volta in Blu Ray da Cecchi Gori.
La nuova edizione del film che unì nel 1984 Troisi e Roberto Benigni conterrà un'intervista inedita al comico toscano e una lunga sequenza (41 minuti) mai montata nella versione uscita al cinema, ma soltanto in quella televisiva trasmessa ormai diversi anni fa. La sequenza, comunque reperibile già nell'attuale edizione in Dvd, è ambientata come il resto del film nel 1492 e mostra il triangolo sentimentale che nasce dopo che una guerriera spagnola (Iris Peynado) rapisce il bidello Mario (Troisi) e il maestro elementare Saverio (Benigni) per impedir loro di fermare le caravelle di Cristoforo Colombo. Per Benigni, Non ci resta che piangere nacque "da quel sentimento così uguale e così distante dall'amore che è l'amicizia: un'armatura fragilissima, trasparente che però ci rendeva invincibili. Sul set eravamo allegri e ognuno si appoggiava sull'altro, anche per quelle improvvisazioni che, però, nascono da un lungo lavoro". L'attore-regista rivela anche un aneddoto legato al nome del film: "Deriva da una poesia di Petrarca; appena iniziai a leggerla, Massimo mi fermò e mi disse che avevamo trovato il titolo".
(Il Mattino - 29 settembre 2010)
Sarà presentata l'11 ottobre a Viareggio, nell'ambito di un omaggio del festival Europacinema a Massimo Troisi, la nuova edizione home video di un "cult movie" della commedia italiana come Non ci resta che piangere, che dal 19 ottobre sarà distribuito per la prima volta in Blu Ray da Cecchi Gori.La nuova edizione del film che unì nel 1984 Troisi e Roberto Benigni conterrà un'intervista inedita al comico toscano e una lunga sequenza (41 minuti) mai montata nella versione uscita al cinema, ma soltanto in quella televisiva trasmessa ormai diversi anni fa. La sequenza, comunque reperibile già nell'attuale edizione in Dvd, è ambientata come il resto del film nel 1492 e mostra il triangolo sentimentale che nasce dopo che una guerriera spagnola (Iris Peynado) rapisce il bidello Mario (Troisi) e il maestro elementare Saverio (Benigni) per impedir loro di fermare le caravelle di Cristoforo Colombo. Per Benigni, Non ci resta che piangere nacque "da quel sentimento così uguale e così distante dall'amore che è l'amicizia: un'armatura fragilissima, trasparente che però ci rendeva invincibili. Sul set eravamo allegri e ognuno si appoggiava sull'altro, anche per quelle improvvisazioni che, però, nascono da un lungo lavoro". L'attore-regista rivela anche un aneddoto legato al nome del film: "Deriva da una poesia di Petrarca; appena iniziai a leggerla, Massimo mi fermò e mi disse che avevamo trovato il titolo".
martedì 28 settembre 2010
IL RITORNO DI EDWIGE FENECH
Di Diego Del Pozzo
Colei che è stata per anni la regina della commedia sexy all'italiana non poteva scegliere altro ruolo che quello di una vera sovrana, Caterina II di Russia, per tornare a recitare dopo diversi anni dedicati unicamente alla produzione per il cinema e la televisione (mostrando, tra l'altro, un fiuto notevole, in particolare nelle produzioni catodiche: una tra tutte, Commesse). Edwige Fenech, infatti, tornerà a fare l'attrice interpretando proprio la Zarina nella fiction La figlia del capitano, diretta da Giacomo Campiotti e prodotta da lei con la sua società Immagine e Cinema. Il lavoro, tratto dal romanzo omonimo di Aleksandr Puskin e articolato come miniserie, andrà in onda l'anno prossimo su Raiuno, con Vanessa Hessler e Primo Reggiani nei due ruoli principali. Ad anticipare la notizia dell'atteso ritorno davanti alla macchina da presa è la stessa Fenech in una lunga intervista esclusiva a Tv Sorrisi e Canzoni, che le dedica anche la copertina del numero in edicola oggi. Le riprese della fiction si sono concluse in Bulgaria da pochi giorni, come mostrano le esclusive foto di scena con le quali Sorrisi correda l'intervista.
A vincere le resistenze dell'attrice, lontana da veri e propri ruoli da una quindicina di anni, è stato principalmente il regista Giacomo Campiotti. "Ha insistito moltissimo - racconta Edwige - così come i delegati Rai. D'altra parte, io non avevo mai recitato in un film settecentesco e questo ruolo era talmente bello e importante da farmi cadere in tentazione. Caterina "la grande", infatti, è stata un'imperatrice di notevoli forza e temperamento: e anche nel romanzo di Puskin è un personaggio breve ma incisivo. Così, alla fine ho accettato. E sono certa che in televisione questa versione de La figlia del capit
ano sarà una vera sorpresa".
Il ritorno in scena di Edwige Fenech farà la gioia dei tantissimi suoi fans di diverse generazioni, che la seguono fin da quando, poco più che diciannovenne, esordì nel 1968 in Samoa, regina della giungla di Guido Malatesta. Da allora, l'attrice di origini franco-algerine ha inanellato decine di successi commerciali, principalmente nei generi del giallo erotico e della commedia cosiddetta "scollacciata" che ha dominato i botteghini italiani degli anni Settanta. Al primo filone appartengono titoli ormai "mitici" come 5 bambole per la luna d'agosto (1970) di Mario Bava e la trilogia composta da Lo strano vizio della signora Wardh (1971), Tutti i colori del buio (1972) e Il tuo vizio è una stanza chiusa e solo io ne ho la chiave (1972) di Sergio Martino, fratello del produttore Luciano, per oltre dieci anni compagno dell'attrice (che, in seguito, vivrà una lunga relazione, circa sedici anni, con Luca Cordero di Montezemolo). Proprio questi film, tra l'altro, hanno fatto entrare la Fenech tra i miti di celluloide di Quentin Taran
tino, che non a caso, dopo averla conosciuta qualche anno fa, la convince ad accettare un cameo nell'horror-splatter Hostel II da lui prodotto e diretto dall'amico Eli Roth. Tornando agli anni Settanta, però, la definitiva consacrazione di Edwige Fenech come icona erotica, oltre che come attrice di punta dell'industria cinematografica italiana del periodo, avviene con le tante commedie sexy che interpreta nel corso di quell'intenso decennio: da titoli "cult" come Quel gran pezzo dell'Ubalda tutta nuda e tutta calda (1972) o Giovannona Coscialunga disonorata con onore (1973) fino all'infinita serie di poliziotte, commissarie, insegnanti, dottoresse, pretore (nel 1976, proprio in La pretora di Lucio Fulci mostra il suo primo nudo integrale: qui, nelle foto, tre scene del film) che spiritosamente caratterizzano quella produzione bollata come di "Serie B" ma capace, invece, di segnare un'epoca e di dare notevole linfa all'industria cinematografica nazionale. In tutti questi film, comunque, Edwige Fenech riesce a mostrare, accanto all'indubbia avvenenza e al notevole sex appeal, anche buone qualità recitative, innato senso dell'umorismo e naturale capacità di padroneggiare i tempi comici
.
Dopo le commedie meno scollacciate interpretate nella prima metà degli anni Ottanta (accanto ai vari Pozzetto, Montesano, Sordi, Celentano, Banfi), l'ultimo ruolo vero di Edwige Fenech al cinema risale al 1984, accanto a Jerry Calà e Christian De Sica in Vacanze in America dei fratelli Vanzina. In seguito, recita, ricevendo notevoli consensi anche di critica, nelle due miniserie catodiche Il coraggio di Anna e Delitti privati, da lei stessa prodotte all'inizio degli anni Novanta. "In quell'occasione, scrissero - ricorda l'attrice-produttrice - che avevo dovuto produrmi da sola per dimostrare di essere una brava interprete. Così, ho detto grazie e da quel momento non ho più recitato". Adesso, però, la tentazione di interpretare Caterina II di Russia era troppo grande. E, chissà, anche se lei dice che "è troppo presto per parlarne", questo potrebbe essere soltanto il primo ruolo di una seconda carriera da attrice, dopo i fasti degli anni Settanta-Ottanta e i successi di quella da produttrice.
A vincere le resistenze dell'attrice, lontana da veri e propri ruoli da una quindicina di anni, è stato principalmente il regista Giacomo Campiotti. "Ha insistito moltissimo - racconta Edwige - così come i delegati Rai. D'altra parte, io non avevo mai recitato in un film settecentesco e questo ruolo era talmente bello e importante da farmi cadere in tentazione. Caterina "la grande", infatti, è stata un'imperatrice di notevoli forza e temperamento: e anche nel romanzo di Puskin è un personaggio breve ma incisivo. Così, alla fine ho accettato. E sono certa che in televisione questa versione de La figlia del capit
ano sarà una vera sorpresa".Il ritorno in scena di Edwige Fenech farà la gioia dei tantissimi suoi fans di diverse generazioni, che la seguono fin da quando, poco più che diciannovenne, esordì nel 1968 in Samoa, regina della giungla di Guido Malatesta. Da allora, l'attrice di origini franco-algerine ha inanellato decine di successi commerciali, principalmente nei generi del giallo erotico e della commedia cosiddetta "scollacciata" che ha dominato i botteghini italiani degli anni Settanta. Al primo filone appartengono titoli ormai "mitici" come 5 bambole per la luna d'agosto (1970) di Mario Bava e la trilogia composta da Lo strano vizio della signora Wardh (1971), Tutti i colori del buio (1972) e Il tuo vizio è una stanza chiusa e solo io ne ho la chiave (1972) di Sergio Martino, fratello del produttore Luciano, per oltre dieci anni compagno dell'attrice (che, in seguito, vivrà una lunga relazione, circa sedici anni, con Luca Cordero di Montezemolo). Proprio questi film, tra l'altro, hanno fatto entrare la Fenech tra i miti di celluloide di Quentin Taran
tino, che non a caso, dopo averla conosciuta qualche anno fa, la convince ad accettare un cameo nell'horror-splatter Hostel II da lui prodotto e diretto dall'amico Eli Roth. Tornando agli anni Settanta, però, la definitiva consacrazione di Edwige Fenech come icona erotica, oltre che come attrice di punta dell'industria cinematografica italiana del periodo, avviene con le tante commedie sexy che interpreta nel corso di quell'intenso decennio: da titoli "cult" come Quel gran pezzo dell'Ubalda tutta nuda e tutta calda (1972) o Giovannona Coscialunga disonorata con onore (1973) fino all'infinita serie di poliziotte, commissarie, insegnanti, dottoresse, pretore (nel 1976, proprio in La pretora di Lucio Fulci mostra il suo primo nudo integrale: qui, nelle foto, tre scene del film) che spiritosamente caratterizzano quella produzione bollata come di "Serie B" ma capace, invece, di segnare un'epoca e di dare notevole linfa all'industria cinematografica nazionale. In tutti questi film, comunque, Edwige Fenech riesce a mostrare, accanto all'indubbia avvenenza e al notevole sex appeal, anche buone qualità recitative, innato senso dell'umorismo e naturale capacità di padroneggiare i tempi comici
.Dopo le commedie meno scollacciate interpretate nella prima metà degli anni Ottanta (accanto ai vari Pozzetto, Montesano, Sordi, Celentano, Banfi), l'ultimo ruolo vero di Edwige Fenech al cinema risale al 1984, accanto a Jerry Calà e Christian De Sica in Vacanze in America dei fratelli Vanzina. In seguito, recita, ricevendo notevoli consensi anche di critica, nelle due miniserie catodiche Il coraggio di Anna e Delitti privati, da lei stessa prodotte all'inizio degli anni Novanta. "In quell'occasione, scrissero - ricorda l'attrice-produttrice - che avevo dovuto produrmi da sola per dimostrare di essere una brava interprete. Così, ho detto grazie e da quel momento non ho più recitato". Adesso, però, la tentazione di interpretare Caterina II di Russia era troppo grande. E, chissà, anche se lei dice che "è troppo presto per parlarne", questo potrebbe essere soltanto il primo ruolo di una seconda carriera da attrice, dopo i fasti degli anni Settanta-Ottanta e i successi di quella da produttrice.
lunedì 27 settembre 2010
EDWIGE FENECH RITORNA A RECITARE!
Edwige Fenech ritorna a recitare. Interpreterà la zarina Caterina II di Russia nella fiction La figlia del capitano, che andrà in onda l'anno prossimo su Raiuno. Sul quotidiano Il Mattino di domani ci sarà un mio articolo su questo atteso ritorno. Per ora, voglio ricordare cosa è stata Edwige negli anni Settanta con questo suggestivo video di montaggio che propone alcune sequenze dal "cult movie" di Sergio Martino Tutti i colori del buio (1972). Le musiche, bellissime, sono di Bruno Nicolai. Buona visione! (d.d.p.)
sabato 25 settembre 2010
COMICS: UN RITRATTO DEL GRANDE HARVEY PEKAR
Di Raffaele De Fazio
(Welcome to Geeksville)
(Welcome to Geeksville)
Il 12 luglio si è spento nel sonno nella natìa Cleveland, all'età di 70 anni, il creatore di American Splendor, Harvey Pekar (qui nella
foto).
A metà anni Sessanta, guidati dal comune interesse per il jazz degli albori e la ricerca sfrenata di 78 giri degli anni Venti e Trenta, s'incontrano proprio a Cleveland Robert Crumb e Pekar. Il primo è sul punto di esplodere come genio del fumetto underground (Zap Comix verrà pubblicato due anni dopo), ma in quel momento sopravvive grazie a un lavoro come illustratore di cartoline di auguri; mentre il secondo si arrabatta tra alti e bassi col suo lavoro di archivista all'Ospedale dei Veterani di Guerra. Durante le serate a base di jazz e di trattative spietate per il possesso di dischi d'epoca, Crumb mostra a Pekar i suoi disegni e le sue storie, all'epoca inedite, sul mondo che li circonda e su quell'America in piena epoca della contestazione: queste folgorano Pekar, che intravede nel lavoro di Crumb il tassello mancante all'altra sua enorme passione, ovvero le decine e decine di storie autobiografiche che scrive su tutto ciò che gli accade nella vita quotidiana. Dopo aver mostrato a Crumb i suoi scritti, talvolta corredati da disegni stilizzati che ne rappresentano i momenti salienti, questi decide di illustrarne alcuni, ricavandone successivamente una maggior propensione a inserire elementi autobiografici nelle sue future storie.
Da questa collaborazione nasce American Splendor, l'autobiografia di un americano della "low middle class" americana. Se le storie autobiografiche di Crumb saranno principalmente incentrate sulle sue manie, idiosincrasie e con uno sguardo talvolta feroce sulla società americana, quelle di Pekar saranno sempre incentrate sulla vita di ogni giorno, sulle avventure di un semplice archivista nell'America di oggi. La testata non ha mai avuto una vita facile, passando dall'autoproduzione fino ad approdare al "mainstream" con Dark Horse prima e DC/Vertigo poi, ma questo solo in epoca recente: dopo tutto, a quante persone credete possa interessare la vita di un impiegato dell'Ohio? Insomma, se il fumetto underground è considerato un genere di nicchia, immaginate che in quella nicchia ce ne sia una ancora più piccola con dentro American Splendor. Questo, però, non gli ha impedito col tempo di trasformarsi in un caso editoriale. In fondo Harvey aveva praticamente inventato il genere autobiografico nei fumetti, trasformandosi in quello che gli americani definiscono "Average Joe", il Pinco Pallino qualunque che però ci rappresenta tutti, nella sua fiera battag
lia contro le insidie del quotidiano.
Il segreto di Harvey Pekar era la sua onestà, prima con se stesso e poi con i suoi lettori; la sua vita non era filtrata dalla barriera del pubblicabile; American Splendor era realmente la vita di Harvey così com'era, compresa di critiche, bestemmie, odii viscerali e amore verso la sua famiglia, che accettava di apparire nelle storie con la consapevolezza che sarebbero stati ritratti come erano nella vita vera nei loro rapporti con Harvey, compresi liti, urla, incomprensioni e slanci di umanità. Per Harvey sono stati scomodati paragoni eccellenti, come quelli con Cechov o Bukowski, ma la realtà è che Harvey ha soltanto sfiorato la fama, senza mai beneficiarne pienamente: non s'è arricchito mai, nemmeno quando il suo essere Pinco Pallino l'ha portato a diventare ospite semi-fisso del David Letterman Show, per poi essere defenestrato per le troppe critiche alla General Electrics, proprietaria della NBC. Ma Harvey Pekar era così, senza filtri.
Nel frattempo, in American Splendor abbiamo continuato ad assistere alla sua vita. Come non citare, per esempio, Our Cancer Year (vincitore di un Harvey Award), nel quale ha raccontato della scoperta di avere un cancro e della lotta contro la malattia e un sistema sanitario ottuso, fino alla guarigione che lo ha lasciato comunque con una voce flebile e roca, dimostrando che grandi battaglie accadono anche nella vita quotidiana di ognuno di noi. American Splendor è finito per diventare, col tempo, sia una palestra per i nuovi autori dell'Underground americano che il passatempo anche di quelli definibili come "giganti del genere"; e mi riferisco, oltre a Crumb, a gente come Joe Sacco, Spain Rodriguez, Chester Brown e tanti altri, tutti impegnati a disegnare la vita comune di un archivista di Cleveland. Nel 2002, anche Hollywood si accorge di Harvey Pekar, ovviamente non una major ma due documentaristi, Shari Berman e Robert Pulcini, che decidono di portare sullo schermo American Splendor affidando la parte di Harvey a uno splendido Paul Giamatti. Il film ottiene una nomination agli Oscar per la migliore sceneggiatura e vi consiglio di recuperarlo perché ne vale davvero la pena. Oppure, potete recuperare Our Movie Year, la splendida raccolta di American Splendor che racconta proprio di quella esperienza, con tanto di invito alla notte degli Oscar e di vip che salutano un Harvey convinto di essere stato scambiato per qualcuno più famoso: dopotutto lui è solo un archivista di Cleveland.
Dopo il film, Pekar approda alla Vertigo con le due miniserie Another Day e Another Dollar, nelle quali a illustrare la sua vita arriva gente come Richard Corben, Eddie Campbell, i fratelli Hernandez e tanti altri, perché adesso tutti vogliono partecipare ad American Splendor, tutti vogliono illustrare un pezzo della sua vita, anche se si tratta solo di una storia su Harvey che va a comprare il giornale o che va al mercatino a cercare vecchi dischi di jazz. Perché Harvey era unico ma era anche tutti noi, un perdente forse, ma mai un vinto, un Pinco Pallino che tira a campare cercando di non farsi schiacciare dalle avversità della vita reale, una vita nella quale non c'è la kriptonite o il "super villain" ma soltanto le bollette a fine mese e la rata del mutuo.
Con Harvey Pekar se ne va un pioniere del Fumetto. Senza di lui, infatti, forse non sarebbero mai esistite opere come Palestina e gli altri esempi di "graphic journalism" autobiografico di Joe Sacco, o alcuni lavori di Adrian Tomine, Seth, Chester Brown e tanti altri che, proprio dall'esempio di Harvey hanno capito come il fumetto non debba essere semplice intrattenimento, ma possa proporsi come medium in grado di raccontare qualsiasi cosa facendoci emozionare anche soltanto con la battaglia quotidiana di un archivista di Cleveland. Tra le tante dimostrazioni di cordoglio, mi piace segnalare quella di Neil Gaiman, che condivido in pieno: "Quando ero ragazzo, dopo essere cresciuto leggendo centinaia di storie di supereroi, mentre ero alla ricerca di letture diverse e forse più adulte fu automatico approcciare le storie di Robert Crumb. Ne divenni un grande fan, poi all'inizio degli anni Novanta recuperai le sue storie di American Splendor. Con American Splendor funzionava così: ci entravi alla ricerca di Crumb ma restavi lì, coinvolto dalle vicissitudini di Harvey Pekar, perché ti sembrava naturale leggere le storie di questo tipo, sicuramente una persona dal carattere non facile, che tutto sommato ti sembrava familiare finché non realizzavi che era così perché Harvey Pekar era il barbiere dietro l'angolo, oppure il macellaio in fondo alla strada o quel lontano cugino di tuo padre. Ha fatto capire a tutti noi che con il Fumetto potevamo fare qualunque cosa".
foto).A metà anni Sessanta, guidati dal comune interesse per il jazz degli albori e la ricerca sfrenata di 78 giri degli anni Venti e Trenta, s'incontrano proprio a Cleveland Robert Crumb e Pekar. Il primo è sul punto di esplodere come genio del fumetto underground (Zap Comix verrà pubblicato due anni dopo), ma in quel momento sopravvive grazie a un lavoro come illustratore di cartoline di auguri; mentre il secondo si arrabatta tra alti e bassi col suo lavoro di archivista all'Ospedale dei Veterani di Guerra. Durante le serate a base di jazz e di trattative spietate per il possesso di dischi d'epoca, Crumb mostra a Pekar i suoi disegni e le sue storie, all'epoca inedite, sul mondo che li circonda e su quell'America in piena epoca della contestazione: queste folgorano Pekar, che intravede nel lavoro di Crumb il tassello mancante all'altra sua enorme passione, ovvero le decine e decine di storie autobiografiche che scrive su tutto ciò che gli accade nella vita quotidiana. Dopo aver mostrato a Crumb i suoi scritti, talvolta corredati da disegni stilizzati che ne rappresentano i momenti salienti, questi decide di illustrarne alcuni, ricavandone successivamente una maggior propensione a inserire elementi autobiografici nelle sue future storie.
Da questa collaborazione nasce American Splendor, l'autobiografia di un americano della "low middle class" americana. Se le storie autobiografiche di Crumb saranno principalmente incentrate sulle sue manie, idiosincrasie e con uno sguardo talvolta feroce sulla società americana, quelle di Pekar saranno sempre incentrate sulla vita di ogni giorno, sulle avventure di un semplice archivista nell'America di oggi. La testata non ha mai avuto una vita facile, passando dall'autoproduzione fino ad approdare al "mainstream" con Dark Horse prima e DC/Vertigo poi, ma questo solo in epoca recente: dopo tutto, a quante persone credete possa interessare la vita di un impiegato dell'Ohio? Insomma, se il fumetto underground è considerato un genere di nicchia, immaginate che in quella nicchia ce ne sia una ancora più piccola con dentro American Splendor. Questo, però, non gli ha impedito col tempo di trasformarsi in un caso editoriale. In fondo Harvey aveva praticamente inventato il genere autobiografico nei fumetti, trasformandosi in quello che gli americani definiscono "Average Joe", il Pinco Pallino qualunque che però ci rappresenta tutti, nella sua fiera battag
lia contro le insidie del quotidiano.Il segreto di Harvey Pekar era la sua onestà, prima con se stesso e poi con i suoi lettori; la sua vita non era filtrata dalla barriera del pubblicabile; American Splendor era realmente la vita di Harvey così com'era, compresa di critiche, bestemmie, odii viscerali e amore verso la sua famiglia, che accettava di apparire nelle storie con la consapevolezza che sarebbero stati ritratti come erano nella vita vera nei loro rapporti con Harvey, compresi liti, urla, incomprensioni e slanci di umanità. Per Harvey sono stati scomodati paragoni eccellenti, come quelli con Cechov o Bukowski, ma la realtà è che Harvey ha soltanto sfiorato la fama, senza mai beneficiarne pienamente: non s'è arricchito mai, nemmeno quando il suo essere Pinco Pallino l'ha portato a diventare ospite semi-fisso del David Letterman Show, per poi essere defenestrato per le troppe critiche alla General Electrics, proprietaria della NBC. Ma Harvey Pekar era così, senza filtri.
Nel frattempo, in American Splendor abbiamo continuato ad assistere alla sua vita. Come non citare, per esempio, Our Cancer Year (vincitore di un Harvey Award), nel quale ha raccontato della scoperta di avere un cancro e della lotta contro la malattia e un sistema sanitario ottuso, fino alla guarigione che lo ha lasciato comunque con una voce flebile e roca, dimostrando che grandi battaglie accadono anche nella vita quotidiana di ognuno di noi. American Splendor è finito per diventare, col tempo, sia una palestra per i nuovi autori dell'Underground americano che il passatempo anche di quelli definibili come "giganti del genere"; e mi riferisco, oltre a Crumb, a gente come Joe Sacco, Spain Rodriguez, Chester Brown e tanti altri, tutti impegnati a disegnare la vita comune di un archivista di Cleveland. Nel 2002, anche Hollywood si accorge di Harvey Pekar, ovviamente non una major ma due documentaristi, Shari Berman e Robert Pulcini, che decidono di portare sullo schermo American Splendor affidando la parte di Harvey a uno splendido Paul Giamatti. Il film ottiene una nomination agli Oscar per la migliore sceneggiatura e vi consiglio di recuperarlo perché ne vale davvero la pena. Oppure, potete recuperare Our Movie Year, la splendida raccolta di American Splendor che racconta proprio di quella esperienza, con tanto di invito alla notte degli Oscar e di vip che salutano un Harvey convinto di essere stato scambiato per qualcuno più famoso: dopotutto lui è solo un archivista di Cleveland.
Dopo il film, Pekar approda alla Vertigo con le due miniserie Another Day e Another Dollar, nelle quali a illustrare la sua vita arriva gente come Richard Corben, Eddie Campbell, i fratelli Hernandez e tanti altri, perché adesso tutti vogliono partecipare ad American Splendor, tutti vogliono illustrare un pezzo della sua vita, anche se si tratta solo di una storia su Harvey che va a comprare il giornale o che va al mercatino a cercare vecchi dischi di jazz. Perché Harvey era unico ma era anche tutti noi, un perdente forse, ma mai un vinto, un Pinco Pallino che tira a campare cercando di non farsi schiacciare dalle avversità della vita reale, una vita nella quale non c'è la kriptonite o il "super villain" ma soltanto le bollette a fine mese e la rata del mutuo.
Con Harvey Pekar se ne va un pioniere del Fumetto. Senza di lui, infatti, forse non sarebbero mai esistite opere come Palestina e gli altri esempi di "graphic journalism" autobiografico di Joe Sacco, o alcuni lavori di Adrian Tomine, Seth, Chester Brown e tanti altri che, proprio dall'esempio di Harvey hanno capito come il fumetto non debba essere semplice intrattenimento, ma possa proporsi come medium in grado di raccontare qualsiasi cosa facendoci emozionare anche soltanto con la battaglia quotidiana di un archivista di Cleveland. Tra le tante dimostrazioni di cordoglio, mi piace segnalare quella di Neil Gaiman, che condivido in pieno: "Quando ero ragazzo, dopo essere cresciuto leggendo centinaia di storie di supereroi, mentre ero alla ricerca di letture diverse e forse più adulte fu automatico approcciare le storie di Robert Crumb. Ne divenni un grande fan, poi all'inizio degli anni Novanta recuperai le sue storie di American Splendor. Con American Splendor funzionava così: ci entravi alla ricerca di Crumb ma restavi lì, coinvolto dalle vicissitudini di Harvey Pekar, perché ti sembrava naturale leggere le storie di questo tipo, sicuramente una persona dal carattere non facile, che tutto sommato ti sembrava familiare finché non realizzavi che era così perché Harvey Pekar era il barbiere dietro l'angolo, oppure il macellaio in fondo alla strada o quel lontano cugino di tuo padre. Ha fatto capire a tutti noi che con il Fumetto potevamo fare qualunque cosa".
martedì 21 settembre 2010
INTERVISTA AD ANDREA RENZI, TRA CINEMA E TEATRO
Di Diego Del Pozzo
Non potrà essere presente stasera ad Acciaroli per la proiezione speciale di Noi credevamo, perché nelle stesse ore Andrea Renzi sarà in Canada, impegnato nella tournée del fortunato allestimento diretto da Toni Servillo della Trilogia della villeggiatura di Goldoni. La vicinanza a Mario Martone e al suo film, però, è assoluta, in particolar modo dopo l'omicidio del sindaco di Pollica Angelo Vassallo, al quale è dedicata la serata odierna. "Sono molto dispiaciuto - spiega Andrea Renzi - perché avrei tanto voluto esserci alla proiezione di Acciaroli, ancor di più per il significato che assum
e dopo l'omicidio del sindaco Vassallo, che tanto aveva fatto per il film".
Ma cosa porterà con sé di un'esperienza così particolare come quella del film di Martone, nel quale lei interpreta il duca patriota Sigismondo di Castromediano?
"Si tratta di un progetto unico nel panorama cinematografico italiano: un film di tre ore e mezza sulla riscoperta del Risorgimento e di alcuni suoi episodi e personaggi meno conosciuti è qualcosa che resta a lungo dentro di te. Soprattutto, poi, se a realizzarlo è un autore sensibile e attento come Mario, che ha messo tutto se stesso in quest'opera. Una cosa estremamente positiva di Noi credevamo, capitata a noi attori prima che agli spettatori, è come ti fa venir voglia di conoscere meglio le nostre origini".
Come giudica la polemica esplosa tra Martone e il giurato Salvatores subito dopo la chiusura della Mostra di Venezia?
"Ho lavorato sia con Mario che con Gabriele e li stimo entrambi. A Venezia, però, credo che la giuria sia stata un po' schiacciata dalla personalità di un presidente come Quentin Tarantino, arrivato persino a cambiare le regole sull'attribuzione dei premi. Comunque, credo che sia da apprezzare il modo schietto e diretto col quale Martone si è esposto in prima persona, per difendere quasi sette anni di vita e di lavoro".
Lei continua a dividersi con grande profitto tra cinema e teatro. Cosa la aspetta nell'immediato futuro?
"Dopo il ritorno dal Canada, dove andremo in scena da domani a domenica al Théâtre Maisonneuve di Montreal, sarò ancora in tournée, stavolta in Italia, con Toni Servillo e il resto della compagnia per la Trilogia della villeggiatura: tra le altre date, saremo pure al Piccolo di Milano dal 16 novembre al 12 dicembre. Sempre a teatro, poi, sarò impegnato all'inizio del prossimo anno in due mie regie: dal 3 al 13 febbraio al Mercadante di Napoli, Diario di un pazzo con Roberto De Francesco; dall'8 al 13 febbraio al teatro Gobetti di Torino, Tradimenti di Harold Pinter, con Nicoletta Braschi, Tony Laudadio, Enrico Ianniello".
E al cinema?
"A parte gli impegni legati alla promozione di Noi credevamo, ai quali comunque mi dedicherò nelle prossime settimane, ho appena terminato le riprese di Mozzarella Stories una commedia agrodolce surreale e visionaria diretta dall'esordiente Edoardo De Angelis".
Tornando al teatro, invece, qualche sera fa lei è stato protagonista di un originale esperimento drammaturgico. Di che si tratta?
"Domenica sera, al Castello Ducale di Sessa Aurunca, nell'ambito di una bella rassegna intitolata I luoghi della memoria, ho messo in scena lo spettacolo Fuochi a mare per Vladimir Majakovskij, da me ideato, diretto e interpretato. Si tratta di una produzione di Teatri Uniti, con la quale ho proposto al pubblico una sorta di flusso di coscienza a partire dai versi del grande poeta russo, in particolare da quelli del poemetto La nuvola in calzoni, per approdare a un autentico corpo a corpo con i temi universali dell'amore, della religione, della rivoluzione".
La rassegna I luoghi della memoria, promossa da Teatro Aurunkatelier - Gruppo Ricerca '75, andrà avanti fino a sabato 2 ottobre. I prossimi appuntamenti in cartellone sono quelli di venerdì e domenica, rispettivamente con Francesco Sframeli e Spiro Scimone in Bar diretto da Valerio Rinasco e con la Compagnia Sutta Scupa di Palermo che presenterà Rintra 'u Cuòri, originale trasposizione scenica della tragedia di Sacco e Vanzetti.
e dopo l'omicidio del sindaco Vassallo, che tanto aveva fatto per il film".Ma cosa porterà con sé di un'esperienza così particolare come quella del film di Martone, nel quale lei interpreta il duca patriota Sigismondo di Castromediano?
"Si tratta di un progetto unico nel panorama cinematografico italiano: un film di tre ore e mezza sulla riscoperta del Risorgimento e di alcuni suoi episodi e personaggi meno conosciuti è qualcosa che resta a lungo dentro di te. Soprattutto, poi, se a realizzarlo è un autore sensibile e attento come Mario, che ha messo tutto se stesso in quest'opera. Una cosa estremamente positiva di Noi credevamo, capitata a noi attori prima che agli spettatori, è come ti fa venir voglia di conoscere meglio le nostre origini".
Come giudica la polemica esplosa tra Martone e il giurato Salvatores subito dopo la chiusura della Mostra di Venezia?
"Ho lavorato sia con Mario che con Gabriele e li stimo entrambi. A Venezia, però, credo che la giuria sia stata un po' schiacciata dalla personalità di un presidente come Quentin Tarantino, arrivato persino a cambiare le regole sull'attribuzione dei premi. Comunque, credo che sia da apprezzare il modo schietto e diretto col quale Martone si è esposto in prima persona, per difendere quasi sette anni di vita e di lavoro".
Lei continua a dividersi con grande profitto tra cinema e teatro. Cosa la aspetta nell'immediato futuro?
"Dopo il ritorno dal Canada, dove andremo in scena da domani a domenica al Théâtre Maisonneuve di Montreal, sarò ancora in tournée, stavolta in Italia, con Toni Servillo e il resto della compagnia per la Trilogia della villeggiatura: tra le altre date, saremo pure al Piccolo di Milano dal 16 novembre al 12 dicembre. Sempre a teatro, poi, sarò impegnato all'inizio del prossimo anno in due mie regie: dal 3 al 13 febbraio al Mercadante di Napoli, Diario di un pazzo con Roberto De Francesco; dall'8 al 13 febbraio al teatro Gobetti di Torino, Tradimenti di Harold Pinter, con Nicoletta Braschi, Tony Laudadio, Enrico Ianniello".
E al cinema?
"A parte gli impegni legati alla promozione di Noi credevamo, ai quali comunque mi dedicherò nelle prossime settimane, ho appena terminato le riprese di Mozzarella Stories una commedia agrodolce surreale e visionaria diretta dall'esordiente Edoardo De Angelis".
Tornando al teatro, invece, qualche sera fa lei è stato protagonista di un originale esperimento drammaturgico. Di che si tratta?
"Domenica sera, al Castello Ducale di Sessa Aurunca, nell'ambito di una bella rassegna intitolata I luoghi della memoria, ho messo in scena lo spettacolo Fuochi a mare per Vladimir Majakovskij, da me ideato, diretto e interpretato. Si tratta di una produzione di Teatri Uniti, con la quale ho proposto al pubblico una sorta di flusso di coscienza a partire dai versi del grande poeta russo, in particolare da quelli del poemetto La nuvola in calzoni, per approdare a un autentico corpo a corpo con i temi universali dell'amore, della religione, della rivoluzione".
La rassegna I luoghi della memoria, promossa da Teatro Aurunkatelier - Gruppo Ricerca '75, andrà avanti fino a sabato 2 ottobre. I prossimi appuntamenti in cartellone sono quelli di venerdì e domenica, rispettivamente con Francesco Sframeli e Spiro Scimone in Bar diretto da Valerio Rinasco e con la Compagnia Sutta Scupa di Palermo che presenterà Rintra 'u Cuòri, originale trasposizione scenica della tragedia di Sacco e Vanzetti.
domenica 19 settembre 2010
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