(Carmilla - 6 dicembre 2010)
Certo, in Vampiri amanti Carmilla non è l'adolescente di Le Fanu ma una giovane donna dall'aggressiva sessualità, in grado di sedurre e distruggere chiunque possa scoprire la sua vera natura. Eppure, al di là di questa e altre licenze, la versione bakeriana riesce a conservare la radicale ambiguità originaria delle figure e della vicenda, offrendone una lettura rispettosa e avvincente, dove anche la sensualità (non volgare né scontata, anche se sostanziata in nudità e atti erotici che il testo non conosce) non tradisce lo spirito originario. [...] E se la Hammer ha all'epoca motivi spregiudicatamente pragmatici e non certo libertari per cavalcare i temi della devianza sessuale e di una vivace dialettica erotica, dell'oppressione sessista e di una violenza (moderatamente) splatter, nei fatti, e grazie anche alle mezzetinte interpretative di Ingrid Pitt e Peter Cushing, Vampiri amanti mantiene ancora a una visione odierna un'affascinante carica provocatoria. Se la pellicola costituirà, anzi, il protofilm di un'intera saga Hammer dedicata ai Karnstein e Ingrid non parteciperà ad altre puntate, al contempo però rifiuterà varie offerte per film di vampiri banalmente e
L'anno successivo, comunque, Ingrid Pitt colpisce ancora. Sempre per la Hammer la ritroviamo infatti in Countess Dracula (La morte va a braccetto con le vergini, 1971), l'opera che più direttamente consegna all'immaginario del cinema popolare la storia della Contessa Báthory, tra le innumerevoli sul tema che in quegli anni pare ossessionare i registi. Non a caso, il titolo un po' fuorviante, che sembra alludere a una nuova puntata del ciclo sul Conte transilvano, costituisce oggi il soprannome col quale la Contessa Sanguinaria è meglio conosciuta nei paesi anglofoni. Girato dal regista Peter Sasdy e prodotto da Alexander Paal - entrambi ungheresi espatriati - su sceneggiatura di Jeremy Paul dalla fantasiosa biografia di Valentine Penrose (1962, tradotta in inglese nel 1970), La morte va a braccetto con le vergini romanza melodrammaticamente la vita della nobildonna sulla falsariga delle vecchie voci in materia di cosmesi col sangue. Il clima claustrofobico è costruito non tanto sul tema dei crimini della protagonista - lo sguardo resta quello disinvolto di lei, per cui la morte delle serventi costituisce un dettaglio irrilevante - quanto sulle improvvise impennate di una vecchiaia sempre più rapida e disfatta: l'attrice alterna, dunque, sequenze in cui appare vizza e ingrigita con altre di splendore, nel fulgore di una bellezza cui il termine "sexy" (speso ancora largamente nelle commemorazioni di questi giorni) non offre giustizia. Certo, Ingrid Pitt è stata una delle attrici più sexy della sua stagione, ma in realtà molto di più: la sua bellezza è supportata da un carattere, uno spessore e un'intensità memorabilmente prestati ai ruoli.
[...] Ormai Ingrid è LA vampira. Tanto più che, in quello stesso 1971, viene arruolata in una produzione della casa rivale della Hammer, quella Amicus che ha portato in Inghilterra uno stile all'americana molto più fumettistico e si è specializzata in film a episodi. Come, appunto, The House That Dripped Blood (La casa che grondava sangue) di Peter Duffell, costruito collegando quattro storie di Robert Bloch: Ingrid compare nell'ultimo episodio, il grottesco The Cloak, impegnata nella caricatura di se stessa, sia come diva di una-casa-di-produzione-di-pellicole-horror (la Hammer, ovvio) sia come succhiasangue. Troviamo, dunque, la sua sofisticata, elegante e seducente Carla Lynde concedersi una rivincita a suon di canini sul collega specializzato in film vampireschi, interpretato, per il rifiuto di Christopher Lee, dal più modesto ma godibile Jon Pertwee. In altri episodi compaiono, però, Lee e Cushing e il film è l'unico, curiosamente non-Hammer, a riunire in scampagnata i tre attori-simbolo della Hammer stessa.
Se poi consideriamo che Ingrid tornerà un paio d'anni dopo, con un ruolo di contorno ma significativo, in quel capolavoro assoluto dell'horror che è The Wicker Man (1973) di Robin Hardy - con Lee come mattatore, e ci manca poco che entri anche Cushing, che deve però rifiutare la parte per altri impegni - è agevole comprendere come l'attrice possa a quel punto vantare una statura di simbolo nell'immaginario horror. Ma non solo nell'horror, a scorrere la lista delle interpretazioni in film fantastici, thriller e commedie, produzioni televisive e anche teatrali di svariato genere; e il diradare, nel decennio successivo, delle sue apparizioni su schermi e palchi, apre una vivace stagione di scrittrice, commentatrice (anche politica) e imprenditrice della propria immagine. Il suo sito, Pitt of Horror, diviene il portale di un dialogo costante con i fans, pragmaticamente aperto al merchandising. L'ultima apparizione su schermo, l'intrigante Sea of Dust (2008), sarà però ancora un tributo agli horror degli anni Sessanta e Settanta; e, qualche mese prima di morire, riuscirà a chiudere la narrazione di Ingrid Pitt: Beyond the Forest, un cortometraggio animato sulla sua esperienza con i nazisti, di uscita prevista nel 2011.
[...] Ha chiuso gli occhi, ho scritto all'inizio, ma ci aspettiamo quasi che li riapra, come la bellissima vampira dal suo sonno. E al di là delle convinzioni personali di ciascuno su cosa possa seguire questa vita, una forma di sopravvivenza è certa: perché Ingrid Pitt, Contessa Karnstein, non la dimenticheremo mai.
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