mercoledì 8 settembre 2010

WOODY ALLEN "TAGLIA" CARLA BRUNI DAL SUO NUOVO FILM?

Di Diego Del Pozzo

Continuano i misteri intorno al nuovo film di Woody Allen, il chiacchieratissimo Midnight in Paris, che è fin d'ora uno tra i titoli più attesi della prossima stagione cinematografica. Buona parte dell'attesa e dei misteri è certamente provocata dalla presenza nel cast della première dame francese Carla Bruni, già top model e chanteuse di successo, adesso all'esordio come attrice. Presenza, però, che potrebbe saltare all'ultimo momento, in fase di montaggio, contribuendo a far crescere ancora di più la curiosità dei fan per l'arrivo del film nelle sale. Dopo le burrascose riprese concluse il 20 agosto, infatti, voci di corridoio darebbero per cancellate al montaggio le scene interpretate da Carlà, con Allen che le avrebbe addirittura già rigirate avvalendosi di un'altra attrice, la giovane Lea Seydoux, lanciata da Quentin Tarantino in Bastardi senza gloria e premiata nel 2009 con un César, l'equivalente francese del Premio Oscar. Il regista avrebbe aspettato la conclusione ufficiale del piano di lavorazione e, una volta accertatosi della partenza per le vacanze in Costa Azzurra di Carla Bruni col marito Nicolas Sarkozy, avrebbe realizzato una nuova versione delle stesse sequenze, pronto a far scattare il "piano b" al momento del "final cut".
La clamorosa indiscrezione arriva dal sito specializzato Bakchich.info, che nel commentare le ultime novità riguardanti Midnight in Paris si chiede: "Quanto resterà di Carla Bruni nel prossimo film di Woody Allen?". Secondo il sito, dietro le dichiarazioni di facciata del regista newyorkese, che aveva rassicurato tutti sulla buona qualità dei contributi artistici di Carla Bruni, ci sarebbe una profonda insoddisfazione. Se da una parte, infatti, Allen ha dichiarato che la première dame - che nella pellicola interpreta una conservatrice del museo Rodin - "ha recitato così bene che tutto ciò che abbiamo girato sarà nel film e niente sarà tagliato"; dall'altra parte, tanti testimoni oculari delle riprese - perlopiù maestranze impegnate sul set - sottolineano, invece, le evidenti difficoltà della neo-attrice, che avrebbero notevolmente rallentato la lavorazione: un anonimo membro della troupe parla, addirittura, di "alcuni problemi" sorti con la Bruni sul set e racconta di come lei fissasse la telecamera e guardasse "i segni per terra durante i suoi spostamenti"; inoltre, c'è chi ricorda come tante scene siano state girate decine di volte, fino a un massimo di trentacinque ciak per una sequenza "banale come quella dell'uscita da un negozio con una baguette sotto il braccio".
Tra i motivi che potrebbero aver spinto Woody Allen alla clamorosa decisione, però, potrebbe esserci anche la "paparazzatissima" irruzione sul set fatta ad agosto dal presidente transalpino Nicolas Sarkozy, arrivato a sorpresa alle due di notte davanti al Pantheon, in piena Rive Gauche, dove la moglie stava girando una scena assieme al partner maschile Owen Wilson. I tanti fotografi presenti sul luogo avevano immortalato la rabbia di Sarkozy che, sudato e con gli abiti in disordine, aveva persino tentato di portare via la moglie dal set, tra l'imbarazzo dei presenti. E proprio questo episodio avrebbe irritato notevolmente il regista.
Nel riportare l’indiscrezione del "taglio" di Carla Bruni in fase di montaggio, Bakchich.info sottolinea come dalla produzione nessuno abbia né confermato né smentito la notizia, così come dall'Eliseo. Ciò che è certo è che attorno a Midnight in Paris si continuerà a discutere fino al momento dell'uscita. "Se tutto ciò fosse vero - attacca, per esempio, il sito del settimanale popolare francese Voici - la notizia sarebbe da considerarsi una vera e propria vergogna internazionale". Per ora, le uniche certezze arrivano dalla trama del film - una famiglia americana in viaggio d'affari a Parigi, la cui vita cambia sensibilmente dopo l'incontro con una giovane ed eccentrica coppia di fidanzati - e dal livello eccelso del resto del cast, composto da Adrien Brody, Kathy Bates, Michael Sheen, Owen Wilson, Marion Cotillard, Rachel McAdams, Elsa Patacky. Se con loro ci sarà anche Carlà, però, è ancora tutto da vedere.

martedì 7 settembre 2010

QUELL'AMORE BUIO TRA LE DUE NAPOLI DI CAPUANO

Di Diego Del Pozzo

Un film diseguale, persino squilibrato, ma con alcuni momenti di accesa visionarietà e lancinanti squarci di poesia ad attraversarlo trasversalmente: mi sto riferendo a L'amore buio, il nuovo lavoro del regista napoletano Antonio Capuano, ennesimo capitolo della sua utopica ricerca dell'incontro, storicamente mancato, tra la Napoli borghese e quella proletaria. L'amore buio è stato presentato in anteprima alla Mostra del cinema di Venezia, nella sezione delle Giornate degli autori. Capuano ne ha parlato ieri pomeriggio alla Feltrinelli Libri e Musica di Napoli, nel corso di un incontro moderato dal critico cinematografico Alberto Castellano e arricchito dall'intervento dello scrittore Silvio Perrella. Durante il dibattito, il regista s'è soffermato, naturalmente, sul tema centrale di questa e di molte altre sue pellicole, fin dall'esordio Vito e gli altri, datato 1991. "Da allora a oggi - ha spiegato con la consueta schiettezza - non è cambiato nulla nel rapporto tra le due Napoli: continuano a ignorarsi. Anzi, da una parte, i sottoproletari hanno acquisito nuova forza, anche brutale, e "invaso" i quartieri borghesi, per mostrare di esser vivi; dall'altra parte, la borghesia cittadina continua a vivere con arroganza e scarsa curiosità, sempre più rinchiusa nelle proprie case, da dove, invece di cercare il confronto con un'umanità tanto diversa, poi fugge via, abbandonando una città che, in questo modo, negli ultimi vent'anni è diventata sempre più povera".
Un'efficace metafora del rapporto conflittuale e irrisolto tra quelle che a volte sembrano due città distinte è, per Antonio Capuano, lo stupro col quale si apre il film e attorno al quale, poi, si sviluppa seguendo in parallelo le intimità della ragazzina alto-borghese violata nel corpo e nello spirito e dello scugnizzo sottoproletario adolescente (recluso nel carcere minorile di Nisida) che, con ingenuità quasi animalesca, scambia quell'atto brutale per amore. "Chi vive in zone come il Vomero o Posillipo - ha sottolineato il regista - non conosce praticamente nulla del "corpo" più vivo della città, del suo "ventre". Nel film, infatti, un primo momento di avvicinamento tra i personaggi di Irene e Ciro si ha proprio quando lei decide di attraversare la barriera tra la sua realtà un po' asettica e "l'altra" Napoli: quella dei Decumani, dei vicoli, del brulicare di umanità, dei tesori dell'arte e della storia. Da quel momento, Irene inizia a guardare a Ciro con altri occhi". Peccato che ieri pomeriggio non fossero presenti alla Feltrinelli i due giovani protagonisti, Irene De Angelis e Gabriele Agrio, ai quali il regista ha dedicato buona parte dell'incontro: "Ho impiegato quasi due anni - ha raccontato - per sceglierli, girando tra tante scuole del centro e della periferia. Alla fine, Irene l'ho scelta un mese prima dell'inizio delle riprese e Gabriele poco dopo, quando mi mancavano le ultime tre-quattro scuole. In particolare, il ragazzo mi ha conquistato con il suo sguardo bellissimo e infinitamente tenero, tanto che mi sono anche chiesto se non fosse troppo bello per interpretare un ruolo negativo come quello di un giovane stupratore". Inevitabilmente, tra i due giovani protagonisti si è sviluppato un rapporto di complicità: "Però, tutto è nato pochi giorni fa, mentre eravamo all'aeroporto dopo la proiezione a Venezia. A causa di un ritardo dell'aereo, siamo rimasti bloccati per alcune ore e, in quell'occasione, Irene e Gabriele hanno iniziato a conoscersi e a familiarizzare. Anche perché sul set hanno recitato quasi sempre separati. E' stato allora che ho provato la tenerezza più grande, per loro e per come i loro due universi stavano entrando davvero in comunicazione. Sarebbe bello se anche le Napoli alle quali appartengono potessero conoscersi con la stessa tenerezza e sincerità".
Oltre che dai due esordienti, L'amore buio è interpretato anche da attori professionisti come Corso Salani (al suo ultimo film prima della scomparsa prematura), Luisa Ranieri, Valeria Golino, Anna Ammirati e Fabrizio Gifuni.

sabato 4 settembre 2010

CINEDOC: IL "BOSS" A TORONTO PER "THE PROMISE"

Di Diego Del Pozzo

Giunto alla trentacinquesima edizione, in programma dal 9 al 19 settembre, il Toronto International Film Festival si conferma come la kermesse cinematografica in maggiore crescita nel sempre più affollato panorama festivaliero globale. Ormai, infatti, la rassegna canadese insidia seriamente la posizione della Mostra di Venezia alle spalle di Cannes, puntando soprattutto sulla predilezione sempre più evidente da parte degli Studios hollywoodiani, che considerano Toronto il trampolino di lancio ideale per i film da candidare agli Oscar. Anche l'edizione 2010 si presenta ricchissima, con oltre cinquanta titoli (esclusi i documentari) nelle selezioni ufficiali, dei quali più di metà in anteprima mondiale. Tra i tanti big attesi nell'Ontario, spiccano Clint Eastwood (col nuovo Hereafter), Robert Redford (The Conspirator), Danny Boyle (127 Hours), star come Nicole Kidman (protagonista di Rabbit Hole di John Cameron Mitchell) e Hilary Swank (in Conviction di Tony Goldwin). Folta e qualificata sarà anche la pattuglia italiana, forte di sette film. In anteprima mondiale, si vedrà Il richiamo di Stefano Pasetto, nella sezione Discovery dedicata ai giovani talenti. Direttamente dal Lido - perché Toronto si riserva la possibilità di "pescare" anche tra i migliori titoli di Venezia, Cannes e Sundance - ci saranno, poi, Malavoglia di Pasquale Scimeca, Gorbacióf - Il cassiere col vizio del gioco di Stefano Incerti, Passione di John Turturro e La solitudine dei numeri primi di Saverio Costanzo; mentre, da Cannes, Le quattro volte di Michelangelo Frammartino e, nella sezione Wavelengths dedicata al cinema sperimentale, Il finish delle figure dell’artista veneto Paolo Gioli.
Quest'anno, però, al Toronto International Film Festival hanno fatto le cose davvero in grande, anche per quel che riguarda i documentari. Tra i ventiquattro titoli in programma, infatti, spiccano le anteprime mondiali dei nuovi lavori di autori del calibro di Werner Herzog, Erroll Morris e Frederick Wiseman ma, soprattutto, l'apertura della sezione affidata all'inusuale presenza - per un festival del cinema - del "Boss" del rock 'n' roll in persona, ovvero mister Bruce Springsteen da Freehold, New Jersey.
Il più grande rocker vivente inaugurerà la rassegna canadese presentando il documentario di Thom Zimny The Promise: the Making of Darkness on the Edge of Town, un lavoro che farà tornare gli appassionati al periodo della creazione del capolavoro del 1978, che a dicembre sarà ridistribuito come strenna natalizia in una nuova versione de-luxe rimasterizzata, nel cui cofanetto verrà incluso anche il dvd del documentario diretto da Zimny. Lo stesso regista aveva già realizzato, nel 2005, un documentario dedicato alla lavorazione di un altro celebre album springsteeniano, Born to Run, a sua volta allegato alla versione del trentennale. L'anteprima mondiale a Toronto, però, assicura al nuovo making of dedicato a Darkness on the Edge of Town un respiro ben diverso rispetto all'analoga operazione di cinque anni fa.
In The Promise, dunque, lo specialista Thom Zimny - vincitore di Grammy ed Emmy per i suoi documentari musicali - ricostruisce l'atmosfera delle sessioni durante le quali Bruce Springsteen e la sua E-Street Band registrarono il loro quarto album. La collaborazione diretta con Springsteen e col suo manager Jon Landau ha permesso a Zimny di avere accesso a tanti materiali video e audio inediti, risalenti al biennio 1976-1978. In questo modo, dal documentario emergeranno alcune caratteristiche peculiari del processo creativo del Boss con la sua storica band, colti in un momento cruciale della loro parabola artistica. Darkness on the Edge of Town, infatti, è un album-chiave nella carriera springsteeniana, collocato tra Born to Run del 1975 e The River del 1980. Le dieci tracce in scaletta, non a caso, sono ancora oggi tra le più amate dello sterminato repertorio del Boss e hanno costituito l'ossatura dei suoi concerti per almeno dieci-quindici anni. I soli titoli dei brani (Badlands, Adam Raised a Cain, Something in the Night, Candy's Room, Racing in the Street, The Promised Land, Factory, Streets of Fire, Prove It All Night, Darkness on the Edge of Town) danno l'esatta idea dell'importanza storica dell'album e della conseguente attesa che circonda l'anteprima di Toronto e la successiva uscita natalizia del cofanetto de-luxe. A proposito del quale, mi piace rimandare alla sentita e dotta analisi - con sorpresa finale da brividi - di Vincenzo Esposito pubblicata sul suo blog Due Lune: per leggerla, basta cliccare qui.
Tra gli altri documentari che si vedranno al Toronto International Film Festival spicca, come accennato all'inizio, anche quello di Werner Herzog, Cave of Forgotten Dreams, girato in 3D e dedicato agli scavi di Chauvet, nel sud della Francia, dove sono situate le più antiche testimonianze pittoriche attribuite agli esseri umani. E, proprio con l'ausilio del 3D, Herzog porterà gli spettatori trentamila anni indietro nel tempo.

mercoledì 1 settembre 2010

INTERVISTA INTEGRALE AL REGISTA JOHN MADDEN

Di Diego Del Pozzo

Tra i protagonisti del Toronto International Film Festival, la cui trentacinquesima edizione si svolgerà dal 9 al 19 settembre, ci sarà anche il regista John Madden (qui sotto, nella foto), già vincitore, qualche anno fa, del Premio Oscar per Shakespeare in Love e tra gli ospiti, in luglio, dell'Ischia Global Film & Music Fest, dove l'ho incontrato e intervistato. Quella che segue è la versione integrale dell'intervista uscita qualche giorno fa sul quotidiano Il Mattino.
Alla prestigiosa rassegna canadese, il cineasta inglese presenterà in anteprima mondiale l'atteso thriller fanta-spionistico The Debt, remake dell'omonima pellicola israeliana diretta da Assaf Bernstein. "Si tratta di un film d'azione ma anche d'atmosfera - racconta Madden - che abbiamo girato tra Londra, Budapest e Tel Aviv. E' sceneggiato da Matthew Vaughn e Jane Goldman assieme agli autori dello script originale, Ido Rosenblum e lo stesso regista Bernstein. La storia mi è piaciuta subito e ho provato a interpretarla mettendoci anche qualcosa di personale".
Di che parla il film?
"La trama oscilla tra passato e presente. Nel 1965, tre giovani agenti israeliani del Mossad catturano e uccidono, nel corso di una missione segreta, un feroce criminale di guerra nazista, ricercato da diversi anni. Almeno questo è ciò che i tre fanno credere. Trent'anni dopo, infatti, un uomo che pretende di essere quel nazista riappare in Ucraina, costringendo gli ex agenti a insabbiare nuovamente il caso, mentre uno di loro, sotto copertura, proverà a far emergere la verità".
Lei è noto per aver lavorato spesso con grandi attori. Chi ha scelto stavolta per i ruoli principali?
"I tre agenti israeliani sono interpretati da Jessica Chastain, il Sam Worthington di Avatar e Marton Csokas, mentre le loro versioni più mature hanno i volti di tre attori che amo molto: Helen Mirren, Tom Wilkinson e Ciaràn Hinds. Nel cast ci sono anche Jesper Christensen e Romi Aboulafia. Credo che proprio il livello degli interpreti sarà uno tra i punti di forza della pellicola".
Dopo l'anteprima a Toronto, quando è prevista l’uscita del film?
"La Miramax lo distribuirà negli Stati Uniti il 29 dicembre, in tempo per poter concorrere ai prossimi Oscar. Poi, nei primi mesi del prossimo anno, uscirà nel resto del mondo, Italia compresa" (qui, nella foto, una scena del film).
Nel frattempo, però, lei non resterà certo con le mani in mano, no?
"Assolutamente no. Già dopo l'estate, infatti, inizierò a girare in India un nuovo film che s’intitolerà The Best Exotic Marigold Hotel. E, anche in questo caso, mi avvarrò di un cast di grandi interpreti, composto tra gli altri da Julie Christie, Judi Dench, ancora Tom Wilkinson, Maggie Smith e Dev Patel. La pellicola racconterà di un gruppo di anziani inglesi che andrà in un particolarissimo "buen retiro" indiano per trascorrere assieme gli ultimi momenti di vita. Nessuno di loro, però, si abbandonerà allo sconforto ma, anzi, tutti cercheranno di vivere alla grande il tempo che gli resta".
C'è qualche altro progetto cinematografico nel suo immediato futuro?
"Ce ne sono altri due, entrambi di un certo interesse. Il primo è un adattamento del romanzo di Sadie Jones The Outcast, che è stato vendutissimo bestseller in Gran Bretagna e racconta una storia ambientata nella provincia inglese del Dopoguerra. Il secondo, invece, è un originale lavoro imperniato su un personaggio letteralmente ossessionato da Sylvia Plath e da altri celebri poeti morti suicidi. Inizierò a lavorare ai due film subito dopo il progetto in India".
Nonostante le sue origini inglesi, lei è considerato, ormai, a tutti gli effetti un regista hollywoodiano. Com'è il suo rapporto con l'industria cinematografica a stelle e strisce?
"Naturalmente, tutto è iniziato col clamoroso successo di Shakespeare in Love. E, in tutta onestà, non avrei mai immaginato che quel film mi avrebbe catapultato nel caos hollywoodiano in modo così improvviso. Comunque, anche con tutti i suoi eccessi, Hollywood continua a divertirmi molto".
Il suo sguardo nei confronti della Gran Bretagna, però, è sempre molto attento. Come giudica i mutamenti politici degli ultimi mesi?
"Mi sembra che, da questo punto di vista, in Inghilterra si stiano seguendo le orme dell'Italia, sia per quanto riguarda gli scandali politici sempre più frequenti, sia per il generale spostamento della scena politica nazionale verso il centro, col superamento dei tradizionali partiti inglesi. E proprio questo passaggio mi fa pensare a una vera e propria rivoluzione politica alle porte".

lunedì 30 agosto 2010

DUE MIEI ARTICOLI SUL TORONTO FILM FESTIVAL


























(Per leggere i due articoli basta cliccarci sopra)

venerdì 27 agosto 2010

UN GUSTOSO INCONTRO CINEMATOGRAFICO

(Per leggere l'articolo basta cliccarci sopra)

mercoledì 25 agosto 2010

L'ESTATE STA FINENDO, MA IL SURF E' ANCORA QUI...

Di Diego Del Pozzo

Un paio di mesi fa, ho scritto di un interessante fumetto sul surf, realizzato da una coppia di giovani autori italiani: Zai Point 3492, sceneggiato da Giuseppe Grispello e disegnato da Mauro Balloni, per il neonato marchio editoriale Ostro Media (64 pagine, 10 euro).
Adesso, quando le vacanze estive si avviano verso la conclusione, voglio soffermarmi brevemente sui molteplici link esistenti tra surf e linguaggi artistici. Sono già diversi anni, infatti, che l'onda lunga partita dalle spiagge californiane degli anni Sessanta e Settanta ha rotto tutti gli argini, trascinando il surf al museo e in passerella, al cinema e nelle pubblicità, nei videoclip e nelle canzoni. E, ovviamente, anche nei fumetti.
Ma, prima di entrare in argomento, vorrei spendere qualche riga su quello che è il senso ultimo di uno sport che ha saputo trasformarsi, ben presto, in vero e proprio stile di vita, le cui ramificazioni sociali e culturali non sembrano conoscere confini. A tale proposito, appaiono illuminanti le parole di Sam George, direttore della rivista specializzata Surfer Magazine: "La tavola da surf - spiega - è un oggetto ideale, perché non esiste simbolo americano che meglio rappresenti il senso di libertà, avventura e sentimento. E, oggi, in questo sport così legato ai temi dell'immagine, ci si può trovare davvero di tutto".
Non a caso, allora, qualche anno fa il Laguna Art Museum di Laguna Beach (a sud di Los Angeles) ha riscosso un clamoroso successo con una mostra a tema, intitolata Surf Culture. The Art History of Surfing, la prima nel suo genere: uno straordinario mosaico adrenalinico e coloratissimo di oggetti, fotografie, stampe, poster, quadri, sculture, video, installazioni e parole scritte che seguono l'evoluzione di questo sport dalle origini - con la ricostruzione delle sue prime tracce, risalenti addirittura a tremila anni fa, in Perù - fino ai giorni nostri. Anche il cinema s'è ripetutamente interessato al surf, con numerose pellicole documentaristiche o di finzione: tra queste ultime, spiccano senz'altro i due "cult movies Un mercoledì da leoni di John Milius (1978) e Point Break di Kathryn Bigelow (1991).
Di fronte alla crescente popolarità del surf, però, il fumetto non poteva certo restare immobile. Così, alcuni sportivi-creativi cominciarono a produrre autentici "surf comics". Per esempio, Rick Griffin, cartoonist di Surfer Magazine, creò Tales from the Tube, in assoluto il primo fumetto sulla cultura del surf. Col passare degli anni il suo personaggio protagonista, Murphy, che all'inizio è il tipico biondo californiano, si trasforma in "dude" psichedelico, finendo per apparire anche nei fumetti underground della Zap Comics. E, a proposito di psichedelia e comics, cosa c'è di più lisergico delle tavole che il grande John Buscema disegnò in pieni Sixties per la mitica testata Marvel dedicata all'altrettanto mitico Silver Surfer?
(In alto, la spettacolare copertina del primo numero italiano della storica serie)

martedì 24 agosto 2010

LA RIVOLUZIONE VERTICALE DEL FUMETTO ITALIANO

Di Diego Del Pozzo

La rivoluzione verticale del fumetto italiano parte dal sito www.verticalismi.it. E' a questo indirizzo, infatti, che gli appassionati possono imbattersi in alcuni tra i fumetti più stimolanti e intelligenti attualmente reperibili nel "mare magnum" della Grande Rete: fumetti caratterizzati, tutti, dalla verticalità dell'impaginazione e perfettamente coerenti con la filosofia "open source" che sta alla base dell'ambizioso progetto.
Verticalismi è un e-comic contest - conclusosi a fine giugno - che offre uno spazio e un premio a coloro che intendano creare un fumetto concepito per l'esclusiva fruizione on line, senza click e pop-up, con lo scroll del mouse che permette di "sfogliare" le opere in concorso per agevolarne la lettura. Tra l'altro, Verticalismi è anche "mobile" e consultabile, quindi, da palmari e dispositivi portatili. Il progetto non si limita unicamente al concorso, ma vuole proporsi come "vetrina" aperta a tutti i fumettisti desiderosi di misurarsi con inedite modalità espressive, in maniera totalmente libera e innovativa.
"Il risultato che ci siamo proposti di raggiungere - spiega Roberto Palaia di Fumettopoli, cioè la "mente" del progetto - è quello di un vero e proprio crossover di culture e sensibilità, caratterizzato dalla sperimentazione spinta verso la ricerca di una narrazione nuova dovuta a un supporto profondamente diverso dall'ordinaria carta e per certi versi anche più vantaggioso ed "ecologico". Gli appassionati, dunque, sono invitati a leggere le tante opere presenti sul sito http://www.verticalismi.it/ e, ovviamente, anche a partecipare attivamente a questo nostro esperimento creativo collettivo. Per ora, la critica di settore ha salutato in maniera molto benevola questa sfida artistica, apprezzando la ventata di aria fresca che Verticalismi ha portato nel panorama fumettistico digitale e anche le profonde innovazioni introdotte nel rapporto tra web e singolo utente".
Insomma, non mi resta che affiancare all'invito di Roberto anche quello mio personale: chi ama il buon fumetto e le nuove forme di comunicazione on line non perda gli e-comics di Verticalismi! Buona lettura a tutti!