mercoledì 29 maggio 2019

UFFICIALE: "DEATH STRANDING" ARRIVA L'8 NOVEMBRE!

Di Diego Del Pozzo


L'opera dell'ingegno umano più politica del 2019 raggiungerà il suo pubblico l'8 novembre. Si tratta di un'opera multimediale interattiva, cioè di un videogioco: l'attesissimo Death Stranding di Hideo Kojima.
E il leggendario artista giapponese oggi ha lanciato il lungo (e stupefacente!) nuovo trailer del suo gioco, introducendolo col seguente messaggio: «Le persone hanno creato "muri" e si sono abituate a vivere isolate. Death Stranding è un tipo di gioco d'azione completamente nuovo, nel quale l'obiettivo del giocatore è ricollegare città isolate e una società frammentata. È stato creato in modo che tutti gli elementi, inclusa la narrazione e il gameplay, siano tenuti assieme dal concetto di "strand" (filo) o connessione. Come Sam Porter Bridges, tenterai di colmare le divisioni nella società e di creare nuovi legami o "strands" con altri giocatori in tutto il mondo. Attraverso la tua esperienza di gioco, spero che riuscirai a comprendere la vera importanza del creare connessioni con gli altri. Adesso, per favore, goditi il nuovo trailer di Death Stranding».

domenica 17 marzo 2019

LA MARVEL OMAGGIA L'INDIE U.S.A. ANNI '90 CON "CAPTAIN MARVEL"

Di Diego Del Pozzo

Captain Marvel è una origin story tutta al femminile godibile e divertente, che - ambientata nel 1995 - dice cose importanti sulla continuity del Marvel Cinematic Universe e impone all'attenzione un personaggio che, quasi certamente, sarà decisivo nell'evoluzione di questo universo narrativo, affidandolo peraltro a un'attrice brava e "in parte" come Brie Larson (molto meglio in abiti civili che col super-costume, però).
Ma, a mio avviso, il film diretto da Anna Boden e Ryan Fleck è anche (o soprattutto?) un'intelligente riflessione sul periodo - la prima metà degli anni Novanta - nel quale la scena indie americana cinematografica e musicale viene inglobata dall'industria dell'entertainment globale e trasformata nel nuovo mainstream del Terzo millennio. In tal senso, il profluvio di citazioni nineties è assolutamente pregnante e non fine a se stesso.
Poi, onestamente, la caratterizzazione rock del personaggio di Carol Danvers e la sua predilezione per i Guns n' Roses (certificata dalla scena nella quale la si vede in una foto, con tanto di maglietta ufficiale e bandana alla Axl Rose, risalente agli anni di Appetite for Destruction e Lies) sono davvero fantastiche, così come il più bel cameo (meta-testuale) di Stan Lee in un film Marvel, con lui colto in metropolitana, impegnato a ripetere le sue battute, mentre si reca sul set di Mallrats di Kevin Smith (in Italia Generazione X), film che negli Stati Uniti esce a ottobre 1995 e che s'inserisce alla perfezione nel ragionamento di cui sopra sul rapporto indie-mainstream.
Tra l'altro, volendo divertirsi un po' con la timeline del Marvel Cinematic Universe (ma questa è roba da nerd), proprio il cameo di Smilin' Stan permette di circoscrivere con precisione l'azione di Captain Marvel in un periodo di circa cinque settimane compreso tra il 6 marzo e il 12 aprile 1995, le date di inizio e fine riprese del film di Smith secondo IMDB.
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domenica 24 febbraio 2019

AL CINEMA, DUE SGUARDI ITALIANI SULLA DEVASTAZIONE

Di Diego Del Pozzo
Qualche giorno fa, con un po' di ritardo sull'uscita in sala, ho finalmente visto La paranza dei bambini di Claudio Giovannesi e Il primo re di Matteo Rovere.
Li ho visti nello stesso pomeriggio, uno di seguito all'altro. E li ho trovati entrambi bellissimi e coraggiosissimi: due film a modo loro etici e profondamente politici, che riescono a scavare con straordinaria efficacia tra le pieghe di una contemporaneità sempre più sfrangiata e devastata (nella livida, tenera e disperata Napoli odierna, abbandonata da uno Stato assente; ma anche nel barbaro e ancestrale racconto epico del mito fondativo di Roma).
Sia Giovannesi che Rovere, però, sanno farlo rifacendosi a un'idea di messa in scena coerente, originale e, per fortuna, di notevoli qualità tutte cinematografiche, raccontando le loro storie innanzitutto con lo sguardo, attraverso sequenze di straordinaria visionarietà, nelle quali la parola si trasforma in atto e l'interazione tra i corpi attoriali a loro disposizione (tutti magnifici!) con gli ambienti circostanti produce autentici cortocircuiti sensoriali, resi ancora più estremi e coinvolgenti dal mirabile lavoro, in entrambi i film, del direttore della fotografia Daniele Ciprì.
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lunedì 18 febbraio 2019

CLINT EASTWOOD, L'AMERICA, IL TEMPO E LA MORTE: "IL CORRIERE"

Di Diego Del Pozzo 

Ma che grandissimo film che è Il corriere - The Mule di Clint Eastwood?
Ancora una volta (e lo fa fin da Honkytonk Man del 1982, realizzato quando aveva 52 anni), questo autore straordinario (uno tra i più grandi dell'intera storia del cinema) consegna al proprio pubblico un personaggio "fuori tempo massimo", oltre la propria scadenza naturale, quasi un replicante bladerunneriano (più umano dell'umano) in lotta costante con una morte che avrebbe dovuto portarlo via anni prima e che, pertanto, gli concede il lusso di poter vivere "senza filtri", con leggerezza persino fanciullesca e, al tempo stesso, con l'animo appesantito da rimpianti che, ormai, il tempo ha reso impossibili da trasformare in nuove possibilità.

Proprio come l'America profonda che Clint, a quasi 89 anni, continua a raccontare come nessun altro (forse, soltanto il miglior Bruce Springsteen), in modo tenero e dolente, affettuoso e amaro, disilluso ed empatico. E proprio come quei magnifici drop-out che continuano a giocare a scacchi con la morte, interpretati direttamente da lui o incarnati nei suoi tanti alter ego attoriali, dal già citato Honkytonk Man attraverso Bird, Gli spietati, Un mondo perfetto, I ponti di Madison County, Space Cowboys, Million Dollar Baby e, naturalmente, Gran Torino.
La speranza è che "El Tata" Earl Stone - e il suo corpo rinsecchito ma arzillo, esposto appunto "senza filtri" alla macchina da presa come un'autentica mappa geografica vivente del "God's Country" - non sia l'ultimo di questa magnifica galleria che ha saputo dirci tanto - e continua a farlo - sul tempo e sulla morte, sul cinema e sulla vita.
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mercoledì 14 novembre 2018

STAN LEE, CREATORE DI UNIVERSI

Di Diego Del Pozzo

Dopo averne scritto ieri a caldo per il quotidiano Il Mattino, ritorno ancora una volta sulla morte di Stan Lee, uno tra i talenti creativi più influenti dell’intero Novecento, il creatore (assieme a Jack Kirby) dell’universo narrativo Marvel, gigantesca epica contemporanea senza eguali nella storia delle narrazioni seriali, in continua evoluzione da decenni al ritmo di centinaia di nuove pagine ogni mese e, da qualche anno, anche crossmediale e in quanto tale presente, in pratica, ovunque. Ritorno a parlarne perché ci tengo a spiegare bene alcune cose anche personali, giusto per capirci, nonostante in questi giorni io abbia già letto tanti testi molto simili a questo. Ma con quella Marvel lì la questione è anche generazionale…
Senza girarci troppo intorno, dunque: Stan Lee è stato il singolo essere umano che ha esercitato la maggiore influenza sulla mia formazione culturale (e sottolineo culturale), in un momento di crescita decisivo come quello della tarda infanzia e adolescenza. Io, infatti, sono uno di coloro che, nella seconda metà degli anni Settanta e inizio Ottanta, sono cresciuti leggendo i fumetti dei supereroi della Marvel delle origini, cioè le meravigliose storie che, dal numero d’esordio di Fantastic Four del 1961 in poi, costituiscono le fondamenta narrative e ideologiche di quello straordinario universo di fantasia. Sto parlando, naturalmente, delle edizioni italiane tradotte dalla casa editrice Corno di Luciano Secchi (il mitico Max Bunker), sulle quali buona parte della mia generazione ha formato il proprio gusto e, in definitiva, la propria visione del mondo.
Immaginate, infatti, lo shock di un ragazzino dell’epoca che, passando dall’ingenuo divertimento dei fumetti Disney a quelli Marvel, all’improvviso si trova di fronte a una famiglia disfunzionale composta da due fidanzati (in seguito marito e moglie) dotati del potere di allungare e deformare il proprio corpo (lui) e di rendersi invisibile e controllare potenti campi di forza (lei), con l’aggiunta del fratello minore della ragazza, capace di trasformarsi in una torcia umana, e del miglior amico di lui, mutato in un orrendo mostro di pietra dalla forza bruta ma dall’animo nobile come pochi altri. Tutti e quattro questi strani eroi – resi vivi e realistici ma anche epici dai testi di Stan Lee e dai disegni di Jack Kirby – acquisiscono i loro poteri in seguito a un incidente spaziale e, a differenza dei vari Superman e Batman della Distinta Concorrenza (la DC Comics), vivono tali poteri più come una maledizione che come un dono, non esitando nemmeno per un secondo, in ogni caso, a metterli al servizio del bene.
E immaginate quello stesso ragazzino confrontarsi per la prima volta con la storia di un timido liceale, intelligentissimo ma insicuro e introverso, deriso dai compagni più alla moda e imbranato con le ragazze (soprattutto con quelle che gli piacciono). Ecco, a un certo punto quello stesso liceale viene morso da un ragno radioattivo e acquisisce forza e agilità sovrumane, integrandole con lancia-ragnatele costruiti da lui grazie alle sue conoscenze scientifiche, in modo da poter sparare una tela di ragno sintetica creata artigianalmente nella sua cameretta-laboratorio. Però, come sarebbe accaduto a qualsiasi adolescente immaturo nel mondo reale (perché – attenzione! – sia le storie dei Fantastici Quattro che dell’Uomo Ragno si svolgono a New York, non in fantomatiche Metropolis o Gotham City), il primo impulso del neo-superessere è di utilizzare i propri poteri per divertirsi e racimolare qualche dollaro. Ed è qui che la geniale mente creativa di Stan Lee, assieme a quella di un altro gigante della nona arte come il disegnatore Steve Ditko, inserisce lo scarto decisivo che rende Spiderman e i supereroi Marvel speciali e unici: un rapinatore, che il giovane superessere non ha catturato per puro menefreghismo, pochi giorni dopo gli uccide l’adorato zio e padre putativo e lo cambia per sempre, insegnandogli dolorosamente sulla propria pelle che “da un grande potere derivano grandi responsabilità”. Sì, da un grande potere derivano grandi responsabilità. Chi detiene il potere, dunque, dovrebbe ricordarsi di utilizzarlo sempre responsabilmente, senza lasciarsene sedurre, ma mettendolo al servizio della collettività e, soprattutto, dei deboli e indifesi. Che cosa c’è, allora come soprattutto oggi, di più politico di questo semplice e fortissimo monito?
E che cosa c’è di più politico dell’invito ad andare oltre i propri limiti e le proprie debolezze, ma anche a guardare gli altri senza pregiudizi e senza lasciarsi ingannare dall’aspetto o dal colore della pelle o da ciò in cui credono? Così, in quei fumetti Marvel degli anni Sessanta e nelle migliaia di altri che seguiranno (e che io continuo a leggere ancora oggi), viene spiegato ai lettori che è possibile essere eroi anche se si è un adolescente di scarsissimo successo sociale (Peter Parker / Spiderman), o un orribile gigante di pietra marrone guardato da tutti con paura (Ben Grimm / La Cosa dei Fantastici Quattro), uno scienziato trasformato in rabbioso mostro verde (Bruce Banner / Hulk), un avvocato non vedente che sopperisce in parte alla sua cecità con gli altri sensi acuiti in modo superumano ma resta comunque incapace di vedere (Matt Murdock / Daredevil), un inventore alcolizzato che per restare in vita deve contare su supporti tecnologici (Tony Stark / Iron Man), un soldato strappato alla morte e riportato in vita in un mondo che da decenni non è più il suo (Steve Rogers / Capitan America), un motociclista che vende l’anima al diavolo per salvare chi gli è caro (Johnny Blaze / Ghost Rider), un chirurgo di fama che non può più operare a causa di un incidente alle mani ma dalla scienza passa alla magia (Stephen Strange / Dottor Strange). Per non parlare del gruppo-simbolo della lotta contro qualsiasi forma di razzismo e intolleranza, cioè i mutanti X-Men, nati con un cromosoma che li differenzia dai normali esseri umani, dona loro poteri pazzeschi ma li fa temere e odiare (proprio perché “diversi”) da quella stessa umanità che loro hanno, in ogni caso, giurato di proteggere! E, si badi, a guidare gli X-Men è un telepate paraplegico vicino alla mezza età, quanto di più lontano possa esserci dall’iconografia-tipo del supereroe.
La visione etico-politica del mondo e delle relazioni tra gli esseri umani che emerge dai fumetti Marvel, però, è soltanto uno tra gli elementi di enorme fascino che quelle opere hanno sempre esercitato su di me. Col senno di poi, infatti, ho capito che proprio a Stan Lee e agli altri grandi autori dell’epoca d’oro marvelliana devo il mio amore per la popular culture, per le narrazioni seriali complesse capaci di articolarsi in modo coerente attraverso gli anni (i decenni, nel caso della Marvel), per la contaminazione tra differenti generi narrativi, per la capacità dei prodotti culturali di intercettare le traiettorie di senso e gli immaginari delle società che li hanno prodotti: tutti amori che, in età adulta, si sono trasformati in oggetti di studio e poi in snodi-chiave della mia vita professionale.
L’importanza di Stan Lee e della sua opera nel panorama della cultura novecentesca, però, non va ovviamente ridotta al mero dato personale, perché mi pare evidente come ciò che è valso per me sia valso per almeno due-tre generazioni di donne e uomini formatisi, tra gli anni Sessanta e gli anni Ottanta, su quei raffinati prodotti culturali e poi magari, da adulti, diventati studiosi dei media e della cultura popolare anche (o soprattutto?) grazie a quelle decisive influenze. E il fatto che, nel frattempo, i personaggi Marvel e le loro storie siano diventati crossmediali e, quindi, in grado di incontrare i gusti e gli interessi mediali delle ragazze e dei ragazzi del terzo millennio (tra cinema, serie tv, videogames, web…) non fa altro che renderli ancora più “potenti” e capaci, con ogni probabilità, di produrre il medesimo effetto anche sulle generazioni presenti e future di fruitori, magari portandoli anche a riscoprire – chissà… – quei fumetti dai quali tutto ha avuto inizio.

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venerdì 26 maggio 2017

WELCOME, AGAIN, TO TWIN PEAKS!


Di Diego Del Pozzo

In occasione della messa in onda italiana ufficiale dell'attesissima nuova stagione-evento di Twin Peaks, stasera alle ore 21.15 su Sky Atlantic HD (canale 110 del pacchetto Sky), ripubblico qui il paragrafo dedicato alla serie originale del 1990-1991 nel mio libro (oggi fuori catalogo) Ai confini della realtà. Cinquant'anni di telefilm americani (Lindau, 2002). Buona lettura! (d.d.p.)
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L’arrivo degli anni ‘90 segna una piccola rivoluzione per quel che riguarda i serial di genere familiare, non necessariamente comici. La decade, infatti, è aperta da una «gemma oscura» che porta sotto l’obiettivo «l’altra faccia» della famiglia a stelle e strisce, il suo lato oscuro e terribile. Per effettuare questo tuffo nell’Incubo Americano, basta spostarsi da Columbus, Ohio, dove vive la famiglia Keaton, fino a una piccola e tranquilla cittadina (immaginaria) quasi al confine col Canada: Twin Peaks. Qui il regista David Lynch e il produttore Mark Frost ambientano un progetto televisivo per molti versi rivoluzionario rispetto alla tradizione della serialità catodica statunitense: «I segreti di Twin Peaks» («Twin Peaks»), in onda sulla ABC per due stagioni dall’aprile 1990 al giugno 1991 e considerato all’epoca come il primo grande esempio di televisione “d’autore”.
Il cartello di benvenuto nella placida cittadina recita un beneaugurante «Welcome to Twin Peaks», lungo una strada statale alberata che costeggia pescosi laghi di montagna. Siamo a poco più di cinque miglia dal confine canadese e la piccola Twin Peaks sembra un autentico paradiso, orgoglioso delle sue antiche tradizioni e di una prosperità economica nata e sviluppatasi sul commercio del legname; una realtà, insomma, fatta di concretezza del lavoro materiale quotidiano e di legami familiari decisamente solidi, di torte di mele e feste scolastiche al chiaro di luna. Sembra proprio di trovarsi lontano dalle nevrosi degli anni ‘90, catapultati come d’incanto – con lo stesso effetto straniante subìto dal Marty McFly protagonista di «Ritorno al futuro» («Back to the Future», 1985, di Robert Zemeckis) – in un classico contesto suburbano degli anni ‘50. Ma tutto ciò non è altro che una mera facciata.
Con «I segreti di Twin Peaks», infatti, David Lynch smaschera definitivamente – perché, si badi bene, lo fa in televisione – le ipocrisie del «Sogno americano», che ha prosperato per decenni proprio sull’immaginario derivante dalle sit-com televisive come «Lucy ed io». Lo fa manipolando e mixando sapientemente gli stilemi di generi che rimandano alla «Golden Age» della tv statunitense, come la soap e il poliziesco, rovesciando del tutto i concetti cardine delle sit-com tradizionali (il riso in pianto, la gioia in dolore…) e rifacendosi per diversi altri elementi a classici del grande schermo come «Passaggio a Nord-Ovest» («Northwest Passage», 1940, di King Vidor) e, soprattutto, «I peccatori di Peyton» («Peyton Place», 1957, di Mark Robson), richiamato fin dal titolo. «Un pesante marchio di Lynch è la predilezione per gli anni ‘50, a cui tutti i suoi film in qualche modo rimandano. Non a caso, è il periodo in cui il regista stesso usciva dall’infanzia. […] In “I segreti di Twin Peaks” la galleria dei personaggi comprende vari modelli – dal ribelle solitario a quelli riuniti in gang, dalla capricciosa figlia di papà agli amanti clandestini, dagli avidi uomini d’affari ai poliziotti integerrimi – fortemente radicati nell’immaginario collettivo degli anni ‘50. Il modo in cui Lynch rievoca questo periodo merita una riflessione: dando sfogo agli impulsi sotterranei, repressi, ipocritamente negati dell’America di allora, permette anche ai suoi valori autentici – il suo spirito d’avventura, il suo ingenuo pragmatismo, il non arrendersi – di risultare senza apparenza di inganno» (Alessandro Camon, «David Lynch e I segreti di Twin Peaks»; supplemento a «Ciak», n. 1, 1991, pag. 61). Ma qui, comunque, ciò che l’autore vuole mostrare sui teleschermi è soprattutto il lato oscuro della famiglia yankee, quello meno confessabile, con tutte le perversioni e violenze (fisiche e psicologiche) tenute sempre serrate sotto chiave nei prodotti seriali del passato. E dunque, a innervare il tessuto sociale di Twin Peaks – come si scopre con l’evolversi degli episodi – ci sono forti conflitti generazionali, persino incestuosi all’interno delle varie famiglie; ammirate reginette di bellezza del liceo locale che, in realtà, si rivelano ninfomani e cocainomani; storie d’amore infarcite di tradimenti, anche multipli; rispettabili uomini d’affari che nascondono trame inconfessabili; psicoanalisti drogati e insospettabili avvocati schizofrenici, con i nervi distrutti e persino posseduti da entità maligne.
La chiave di ingresso per entrare in questo mondo oscuro e dalla doppia morale è rappresentata dal ritrovamento del cadavere di Laura Palmer (Sheryl Lee), la bionda e apparentemente irreprensibile reginetta del liceo cittadino, il cui corpo nudo emerge all’improvviso dalle acque del lago. L’avvenimento luttuoso dà il via a una serie di vicende destinate a sgretolare, letteralmente, la «placida» Twin Peaks, passata al setaccio nel corso delle sue indagini – con fare quasi da entomologo – dal giovane agente FBI Dale Cooper (Kyle MacLachlan).
A uno sguardo superficiale, «I segreti di Twin Peaks» può apparire, dunque, come un serial poliziesco, anche se piuttosto anomalo. In realtà, ciò che interessa davvero a Lynch non è la risoluzione del mistero in cui ha calato l’attonito spettatore, bensì «l’annegamento» del suo pubblico in un clima, un’atmosfera di malsana inquietudine, da cui sembra non esserci via di scampo. «“Chi ha ucciso Laura Palmer?” – scrive ancora Alessandro Camon nel suo saggio (Ivi, pagg. 51-52) – non è tanto il quiz da risolvere, quanto la formula iniziatica che permette l’accesso a un mondo di mistero. Il “piacere”, il motivo di interesse, si sposta dall’attesa della soluzione alla moltiplicazione delle domande, dall’estinguersi dei segreti al loro allargarsi verso sempre più numerosi aspetti della vita dei personaggi. Saperne di più, insomma, significa rendersi conto che anche quanto appare normale cela il mistero». E il riferimento alle sit-com degli anni ‘50 – con la loro «realtà normale», edulcorata e semplificata – diventa, a questo punto, quasi obbligatorio e fortemente eversivo.
D’altra parte, il rovesciamento perseguito da Lynch diventa ancora più evidente se si pensa all’uso ossessivo che egli fa di alcuni elementi tipici del suo modo di narrare, come, per esempio, le lacrime: come, infatti, nelle sit-com classiche il sorriso – a volte anche un po’ forzato – è centrale e onnipresente; così, all’opposto, in «I segreti di Twin Peaks» si piange tanto e l’identità stessa dei vari personaggi è definita proprio attraverso il dolore. «Raramente, o forse mai, si sono viste versare tante lacrime (cinque scene con uomini che piangono nella prima mezz’ora sono una specie di record): una situazione melodrammatica – sottolinea ancora Camon (Ivi, pag. 53) – tipica della soap opera viene proposta qui con tanta intensità da risultare quasi insostenibile. Ancora una volta, siamo al limite di quella che potremmo chiamare “pornografia del dolore”». E ancora, mentre la morte è addirittura bandita dalle situation comedy (ed è mostrata rigorosamente fuori campo visivo nelle soap), qui funge da punto di partenza e «motore» stesso dell’intera vicenda (Laura Palmer è già stata uccisa, all’inizio), ne è l’antefatto, il presupposto che muove tutti i personaggi.
Anche i conflitti generazionali, sempre ben occultati nelle sit-com degli anni ‘50 (in modo persino stridente, rispetto a un contesto sociale attraversato dai fermenti – ben incarnati pure dalla prima ondata del rock ’n roll – destinati a concretizzarsi nella seconda metà degli anni ‘60), sono morbosamente portati in scena da Lynch, fino all’eccesso dell’incesto, come ben esemplificano perlomeno un paio di sequenze: nella prima, Leland Palmer (Ray Wise) si getta sulla bara della figlia Laura mentre sta per essere calata sottoterra, facendo spezzare il meccanismo della carrucola e costringendo la cassa a sussultare su e giù sotto il proprio peso, come durante un atto sessuale; nel secondo caso, poi, la sensuale Audrey Horne (Sherilyn Fenn) decide di andare a lavorare nel bordello di cui è cliente anche suo padre, il miliardario Benjamin (Richard Beymer), che nella seconda serie non potrà fare a meno d’incontrarla.
E anche dal punto di vista strutturale, «I segreti di Twin Peaks» propone non poche innovazioni rispetto al passato. La dimensione temporale della narrazione, innanzitutto, è essa stessa allucinogena e allucinata, poiché l’eterno presente della serialità catodica è costantemente sabotato con reiterati cortocircuiti tra passato e futuro che vi fanno irruzione, come flash quasi subliminali, mutandolo di segno (e di senso). La musica «eccentrica» di Angelo Badalamenti «agisce» spesso per contrasto rispetto alle immagini (si pensi all’importante sequenza dell’episodio pilota, ambientata nel Roadhouse, con Julee Cruise che canta un brano romantico e struggente mentre, sullo sfondo, è in atto una violenta scazzottata). L’ipnotica lentezza con cui Lynch gira, poi, contravviene qualunque regola del prime time televisivo (la fascia oraria in cui va in onda «Twin Peaks»), tutto improntato solitamente a ritmi concitati e serrati, per paura di annoiare e, quindi, far perdere potenziali clienti agli inserzionisti dei vari programmi. E proprio lo stacco per la pubblicità è spesso previsto – altra piccola, grande «rivoluzione» – su immagini programmaticamente prive di tensione drammatica e anzi fini a se stesse (il contrario, insomma, del cliffhanger).
Altro elemento peculiare di «I segreti di Twin Peaks» – e che si rivelerà seminale, per i serial televisivi degli anni successivi – è, poi, costituito dall’irruzione di «schegge» impazzite di fantastico nel tessuto realistico della quotidianità (basti pensare, tra i tanti possibili esempi, ai soli personaggi di Killer Bob e dell’Uomo-da-un-altro-spazio). Così, in un suo bel libro-intervista, Chris Rodley fa notare allo stesso David Lynch come «[…] da “Twin Peaks” in poi si è verificato un evidente incremento di programmi concentrati sul paranormale, gli UFO e altre stranezze: “Wild Palms”, “American Gothic”, “X-Files”. A quanto pare “Twin Peaks” ha inaugurato un filone. […] Determinati argomenti o determinate storie non figuravano regolarmente nella programmazione televisiva, né erano popolari come lo sono oggi. Col senno di poi, potremmo affermare che “Twin Peaks” ha contribuito a creare una certa bramosia per questo genere di materiale» (Chris Rodley, «Lynch secondo Lynch», Baldini & Castoldi, Milano 1998, pag. 256). In particolare, come visto nelle pagine dedicate a «X-Files», sembra abbastanza stretto il legame con quest’ultima serie, come dimostrano le atmosfere e l’ambientazione dell’episodio pilota del telefilm ideato da Chris Carter (che, tra l’altro, vede uno dei due protagonisti, David Duchovny, impegnato in una comparsata «en travesti» proprio all’interno di «I segreti di Twin Peaks»). Insomma, pescando nel vastissimo territorio dell’immaginario compreso tra Stephen King e «Peyton Place», David Lynch porta, per la prima volta all’interno dei tinelli domestici, «un incrocio multidirezionale tra testi diversissimi e generi disparati, usando come unico collante il fanta-horror. E usandolo, si badi bene, con una durezza di linguaggio così efficace che, pur non frequentando per ovvi motivi lo “splatter” (non ci si dimentichi mai della specifica natura del pubblico televisivo), più di un passaggio risulta particolarmente disturbante» (Danilo Arona, «Nuova guida al Fantacinema», PuntoZero, Bologna 1997, pag. 56).

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giovedì 25 maggio 2017

LA BONELLI LANCIA "MERCURIO LOI"!


Di Diego Del Pozzo

Dopo tanta attesa, è appena arrivata nelle edicole italiane la prima serie regolare mensile della Sergio Bonelli Editore interamente ambientata in Italia. Si tratta di “Mercurio Loi”, creata e scritta da uno sceneggiatore molto amato dagli appassionati come Alessandro Bilotta assieme al disegnatore Matteo Mosca. Proprio Bilotta la presenta oggi a Napoli, in mattinata durante un seminario alla Scuola Internazionale di Comics e nel pomeriggio presso la fumetteria Star Shop.
Un'immagine da "Mercurio Loi" n.° 1
Ambientata nella Roma del 1825-1826 governata dal Papa con la severità di un monarca, la serie ha come protagonista un professore di storia stravagante ed estroso, gentiluomo brillante e ironico, un po’ dandy e un po’ flâneur ante litteram, coinvolto mese dopo mese in vicende misteriose, macchinazioni diaboliche, società segrete e leggende che risalgono alla notte dei tempi. Circa un mese fa, durante Napoli Comicon, la Bonelli ha presentato un volume cartonato a colori di grande formato (128 pagine, 25 euro) con la ristampa della prima avventura di Mercurio Loi, già pubblicata due anni fa in bianco e nero all’interno della serie antologica “Le storie”. Da martedì (23 maggio), invece, è in edicola il primo numero della serie regolare, intitolato “Roma dei pazzi”. Tutte le copertine sono di Manuele Fior, autore di fama internazionale per la prima volta alle prese col mondo Bonelli.
Ho intervistato il creatore della serie, Alessandro Bilotta, proprio in occasione del Comicon, per un servizio pubblicato in quei giorni dal quotidiano “Il Mattino”. Questa qui di seguito, però, è la versione integrale della nostra conversazione.
Alessandro, come ti è venuta in mente una serie a fumetti ambientata nella Roma dello Stato Pontificio?
“Volevo collocare “Mercurio Loi” in un periodo storico non contemporaneo, ma che fosse misterioso e suggestivo. E, senza andare troppo indietro nei secoli, la Roma dei primi decenni dell’Ottocento m’è sembrata perfetta, col papa re quasi tiranno, ossessionato dai cospiratori, sempre pronto ad autorizzare tagli di teste, anche per crimini banali, come la prostituzione. A quei tempi, l’ordine era mantenuto attraverso il coprifuoco, segnalato con un colpo di cannone da Castel Sant’Angelo. Ma questo clima oscuro e un po’ inquietante si scontrava costantemente col carattere tipico dei romani, di sufficienza e assoluta diffidenza nei confronti di qualsiasi dittatore”.
Che tipo di ricerche hai fatto, per ricostruire il mondo di “Mercurio Loi”?
“Sono dovuto andare direttamente alle fonti storiche, consultando molti materiali in archivi e biblioteche, perché mi sono reso conto che nella cultura popolare quest’epoca è quasi del tutto assente. Ci sono “Il marchese del Grillo” di Monicelli o i film di Luigi Magni ambientati in quel periodo, ma soltanto “Nell’anno del signore” si svolge proprio nel 1825. Quest’assenza, però, è stata anche un po’ la mia fortuna, perché così ho potuto creare qualcosa di nuovo, con grande rigore storico anche nei dettagli degli abiti e dei luoghi”.
Alessandro Bilotta
Quali saranno, dunque, le atmosfere caratteristiche della serie?
“Di grande realismo storico, come detto, ma ovviamente avventurose e anche un po’ sopra le righe, con un pizzico di surreale e metaforico e qualche riflessione filosofica. La mia idea di partenza era addirittura quella di creare una serie quasi supereroica, con cattivi molto cattivi, misteri, cospirazioni, personaggi mascherati, sette segrete. I veri personaggi storici resteranno sullo sfondo, in modo da evitare di essere troppo didascalico”.
Ma chi è il tuo Mercurio Loi?
“Si tratta di un personaggio piuttosto originale per quelli che sono gli standard bonelliani, a partire dall’aspetto fisico, tutt’altro che perfetto. Mercurio, infatti, l’ho costruito proprio a partire dai suoi difetti fisici, dandogli un’aria furba e sinistramente ambigua, manifestazione della sua indole. Per lui, professore di storia all’università, conta molto tutto ciò che è sfida di intelligenza e cultura, da affrontare però sempre con un’ironia molto marcata, che spesso sa trasformare in arma per ottenere ciò che vuole. Accanto a lui agisce Ottone, un suo allievo in odore di carboneria, molto più che una semplice spalla, quanto piuttosto l’altra faccia di un’unica medaglia”.
Com’è composto lo staff della serie?
“Per il momento, ai testi ci sono soltanto io. Poi, in futuro, capirò se avrò la necessità di farmi affiancare da altri sceneggiatori. Matteo Mosca è il creatore grafico del personaggio e l’autore delle prime storie. Si tratta del disegnatore col quale ho lavorato di più nella mia vita e, dunque, m’è sembrato subito la scelta più logica. Oltre a lui, ho coinvolto altri ottimi disegnatori bonelliani come, per esempio, Sergio Gerasi o Andrea Borgioli. Il copertinista regolare della serie, invece, è Manuele Fior, un artista molto apprezzato in Italia e all’estero, il cui tratto surreale è perfetto per la capacità di abbinare concretezza di un disegno ben strutturato scenograficamente e suggestioni irreali”.
Al Comicon di quest’anno, eri anche candidato al tuo terzo Premio Micheluzzi per la sceneggiatura di “La macchina umana”, un numero recente di “Dylan Dog” amatissimo dai lettori…
“A quella storia tengo davvero molto, perché la considero il mio manifesto sul personaggio, il modo nel quale io lo vedo oggi. Per me, infatti, Dylan dovrebbe sempre mantenere vive le sue caratteristiche più esistenziali e quello sguardo verso l’angoscia e l’orrore più claustrofobico, magari legato alla contemporaneità. Di case infestate e serial killer abbiamo scritto abbastanza. A me, invece, interessa un approccio più filosofico al personaggio e al suo mondo, che poi fondamentalmente è il nostro”.
Un approccio che utilizzi anche nel tuo apprezzatissimo ciclo de “Il pianeta dei morti”...
“Sì, assolutamente. Anche nelle storie de “Il pianeta dei morti”, il franchise di Dylan che porto avanti da qualche anno sugli appositi speciali annuali, con ambientazione in un futuro post-apocalittico nel quale l’umanità è ridotta a zombie, m’interrogo in realtà sul nostro presente e sulle angosce dell’animo umano. Tra l’altro, il decadimento fisico del protagonista, i suoi sensi di colpa e la metafora zombie mi permettono di approfondire molto bene questi temi. E anche i lettori sembrano apprezzare questo approccio, dato che il grande successo del ciclo sta facendo ragionare la Bonelli sulla possibilità di cambiarne la periodicità, da annuale a semestrale”.
L’appuntamento annuale del Comicon serve anche per fare il punto della situazione sullo stato di salute del fumetto in Italia. Tu che ne pensi?
“Bisogna distinguere i piani. Dal punto di vista editoriale, la situazione mi sembra abbastanza chiara, con un’unica grande azienda, la Bonelli, che pubblica ogni mese migliaia di pagine di fumetto inedite e ha una sua struttura industriale di un certo livello. Non a caso, tutti gli autori italiani cercano di allacciare rapporti con questa casa editrice, dato che le altre realtà sono molto più piccole e meno strutturate anche economicamente. Per il resto, gli altri grossi editori italiani sono soprattutto traduttori di materiali esteri, principalmente dagli Stati Uniti e dal Giappone. Dal punto di vista creativo, invece, oggi c’è davvero tantissimo, con molti artisti di alto livello, come non se ne vedevano da anni. Forse, dal mio punto di vista, mi piacerebbe confrontarmi con più sceneggiatori dalle forti ambizioni narrative. Ne vedo troppo pochi e questo un po’ mi dispiace”. 

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giovedì 11 maggio 2017

UN MIO RICORDO DI MINO ARGENTIERI

Di Diego Del Pozzo
Chiunque abbia seguito i corsi universitari di Storia del cinema con Mino Argentieri all'Orientale di Napoli conosce molto bene le "mitiche" dispense che riproduco qui sotto. Oggi il Comune di Napoli, su iniziativa dell'assessore alla cultura Nino Daniele, ricorda Mino a poco meno di due mesi dalla sua scomparsa (avvenuta il 22 marzo), nel corso di un incontro aperto ai suoi ex studenti, amici, collaboratori. E ho pensato che poteva essere bello lasciare anche qui un mio ricordo personale dell'uomo che - come scrissi al momento della sua morte - ha cambiato per sempre il corso della mia vita.
All'epoca, infatti, al mio terzo anno di università all'Orientale, da studente presso la Facoltà di Scienze politiche, ero già impegnato nella mia tesi di laurea in Storia sociale con un altro professore per me molto importante come lo storico Paolo Frascani (un'avvincente tesi sul commercio ad Aversa durante l'Ottocento!!!) e la mia vita futura mi sembrava già piuttosto indirizzata verso la ricerca storica o, chissà, l'insegnamento di materie collegate. Poi, però, appena iniziai a seguire il corso di Mino (che ero riuscito a inserire, biennalizzandolo, nel piano di studi, sfidando la burocrazia universitaria, poiché era un esame di un'altra Facoltà), impazzii letteralmente, mollai tutto e capii che cosa avrei voluto fare davvero nella vita. Così, andai da Frascani (che, per fortuna, all'epoca era anche il preside di Scienze politiche e che poi mi sarei ritrovato, piacevolmente, come presidente in commissione di laurea) e mi scusai con lui, spiegandogli le mie ragioni. Fui anche fortunato, perché lui era il classico storico illuminato, tra l'altro figlio di un grande critico teatrale e cinematografico come Federico Frascani. Quindi, anche per la stima profonda nei confronti di Mino, non mi creò nessun problema e mi autorizzò a procedere subito in quel nuovo percorso di laurea, che poi rappresentò semplicemente l'inizio di ciò che mi avrebbe aspettato in futuro. Senza aver conosciuto Mino, dunque, quasi certamente la mia vita professionale oggi sarebbe completamente diversa.
Il ricordo che voglio condividere qui, però, è di tutt'altro genere e riguarda un uomo che, alla soglia dei 70 anni, scoprì il videoregistratore e iniziò a costruirsi la propria videoteca, con l'entusiasmo di un fanciullo. Per tutta la vita, infatti, Mino aveva sempre visto i film al cinema e quelli necessari alle sue ricerche recandosi alla Cineteca nazionale oppure presso qualche altra istituzione amica, quasi sempre comunque direttamente in pellicola. Nonostante ciò, per tutta la sua carriera universitaria a Napoli, durata più di 25 anni, aveva provveduto a far registrare ai tecnici dei nostri laboratori audiovisivi, con una precisione vicina alla pignoleria, qualsiasi film venisse trasmesso dai canali televisivi pubblici, privati, free e poi a pagamento, riuscendo così a creare da zero quello che, negli anni, era diventato il più grande archivio audiovisivo universitario italiano (credo che al suo picco abbia oltrepassato i 20mila titoli!!!), oggi purtroppo andato completamente perduto nel disinteresse generale. Si trattava di videocassette Beta e poi Vhs che noi studenti potevamo visionare, oltre che nelle aule durante i corsi regolari, anche nelle tante postazioni video presenti ai laboratori. E tanti di noi (compreso il sottoscritto) hanno costruito così la propria cultura cinematografica, trascorrendo intere giornate a divorare film in quella che, in pratica, era diventata la nostra seconda casa!
Il ricordo che voglio condividere qui, però, riguarda Mino e la sua videoteca e va situato intorno alla metà degli anni Novanta, all'epoca degli ultimi anni della sua frequentazione napoletana da pendolare in arrivo col treno da Roma due volte alla settimana, a cavallo tra la mia laurea e gli anni appena successivi nei quali collaboravo informalmente con la sua cattedra e, comunque, continuavo a gravitare lì intorno semplicemente per fare due chiacchiere con lui e, magari, costruire assieme qualche progetto culturale o qualche saggio per la sua storica rivista "Cinemasessanta".
Ebbene, accadde che Mino comprò finalmente un videoregistratore. E accadde che io e un altro paio di amici o ex amici, laureati come me presso la sua cattedra, gli spiegammo che a Napoli esisteva un mercatino nei pressi della stazione dove si potevano trovare autentiche chicche cinéphile a prezzi irrisori (ovviamente, parlo della Duchesca!). Lì dentro, infatti, arrivavano regolarmente tutte le collane vhs da edicola che in quegli anni proliferavano (chi ricorda le tante de "L'Unità" veltroniana?), ma anche migliaia di altri titoli acquistati dai bancarellai alle aste fallimentari e, dunque, venduti poi a prezzi bassissimi (spesso con tanto di scontrino). Non roba falsa, insomma, ma materiali provenienti da circuiti distributivi alternativi, seppur legali.
Ricordo come fosse oggi la prima volta di Mino in mezzo alla Duchesca. Fermo di fronte a quelle bancarelle stracolme di film di tutti i tipi si guardava intorno con l'eccitazione di un bambino, con gli occhi che sbirciavano ovunque, da un western classico americano a un raro Mizoguchi d'epoca, da una commedia italiana dei telefoni bianchi a Truffaut e Welles, dall'Hitchcock del periodo muto ad Antonioni e Germi. Ogni volta non credeva ai suoi occhi e, ben presto, fece diventare quell'appuntamento una tappa irrinunciabile di quello che divenne un percorso fisso dalla stazione all'università (rigorosamente a piedi, per poter chiacchierare più a lungo, senza fretta). La giornata iniziava con me che lo aspettavo alla stazione di Aversa (l'ultima prima di Napoli) e lui che, sul treno proveniente da Roma, s'affacciava al finestrino e mi salutava per indicarmi la carrozza nella quale era seduto. Proseguivamo assieme per quell'ultimo quarto d'ora di tragitto, fino alla stazione centrale di Napoli, dove ci attendevano gli altri nostri compagni di passeggiata. La prima tappa era presso una minuscola bancarella spuntata all'improvviso in piazza Garibaldi (lui definiva l'omone che la gestiva "il nostro amico") e misteriosamente sempre fornita di chicche rarissime (una volta, Mino mi fregò sul tempo un'ultima copia in vhs fuori commercio de "L'arpa birmana"!). Poi, sempre camminando lentissimi e fermandoci ogni due minuti per chiacchierare meglio, ci tuffavamo nell'affollato e chiassoso mercatino della Duchesca, da dove Mino fuoriusciva ogni volta con la sua borsa ben più pesante rispetto a poco prima. L'itinerario, quindi, proseguiva lungo l'intero Rettifilo (corso Umberto I, per i non napoletani) fino ai laboratori situati a piazza Borsa (dove ora si trova la fermata Università della metropolitana nuova). Qui, Mino provvedeva a fare lezione e ricevimento, mentre noi lo attendevamo per l'immancabile pizza e poi per riaccompagnarlo alla stazione, dove avrebbe preso il treno per ritornare a Roma, sempre a piedi e sempre immersi in nuove lunghe e avvincenti chiacchierate su qualsiasi argomento.
Ecco come Mino, a 70 anni suonati ma con l'entusiasmo di un giovane innamorato (del cinema), costruì la propria videoteca!
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