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sabato 28 settembre 2019

"FRIENDS" COMPIE 25 ANNI (DAL MIO LIBRO DEL 2002)

Qui sotto riporto il paragrafo che nel 2002 dedicai a Friends nel mio libro Ai confini della realtà. Cinquant'anni di telefilm americani, edito da Lindau. Con la riproposizione di questo testo, celebro anch'io i venticinque anni dalla prima messa in onda della serie che, lo ricordo a chi legge, all'epoca dell'uscita del libro era ancora in programmazione. Buona lettura!
(d.d.p.)

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La definitiva dissoluzione della famiglia: Friends
Di Diego Del Pozzo
(tratto da Ai confini della realtà. Cinquant'anni di telefilm americani, Lindau, 2002 - Pagg. 177-180)
Stati Uniti, anni ’90: la famiglia tradizionale, in pratica, non esiste più. Il tessuto sociale sempre più disgregato ha la sua prima «vittima» proprio nel nucleo che – nella percezione comune – ne rappresenterebbe il punto di partenza e il fine ultimo: quello familiare costituito da padre, madre, figli, magari simpatici animaletti. Record di divorzi, figli sempre prima fuori dalle mura domestiche per studiare oppure (provare a) lavorare, intere vite da single coerenti con la scelta di privilegiare le carriere rispetto agli affetti, unioni omosessuali e «famiglie di fatto» provocano una mutazione completa nella percezione stessa dell’istituzione che, dai tempi dei padri fondatori al secondo dopoguerra, si credeva inattaccabile.
Anticipato, per certi versi, dall’ottima serie di Marshall Herskovitz e Edward Zwick Thirty Something (id., 1987), il programma televisivo che meglio fotografa tale situazione è, naturalmente, una sit-com, genere «casalingo» per eccellenza: si tratta di Friends (id., 1994), creato da David Crane e Marta Kauffman, prodotto dalla Warner Bros. per la NBC, che lo trasmette a partire dal 22 settembre 1994. È fin dall’inizio un grande successo di critica e, soprattutto, di pubblico, a dimostrazione di quanto lo show sia ben inserito nel proprio tempo. Attualmente, addirittura, l’audience media per ogni episodio si aggira sui 25 milioni di spettatori e fa entrare Friends regolarmente nella «Top Five» dei programmi più visti degli Stati Uniti.
Al centro del telefilm c’è, appunto, una famiglia allargata in perfetto stile anni ’90. La compongono i sei giovani protagonisti: la cameriera bionda Rachel Karen Green (interpretata da Jennifer Aniston), il nevrotico paleontologo divorziato Ross Geller (David Schwimmer), la sua maniacale sorella cuoca (nonché coinquilina di Rachel) Monica Velula Geller (Courteney Cox), la svampita e bizzarra cantautrice «new age» Phoebe Buffay (Lisa Kudrow), il simpatico Chandler Bing (Matthew Perry) con problemi nei confronti dell’altro sesso e il suo belloccio coinquilino aspirante attore Joey Tribbiani (Matt LeBlanc). I ragazzi, trentenni, vivono a New York, nella zona del Village, dove si trovano, l’uno di fronte all’altro, l’appartamento di Rachel e Monica e quello di Joey e Chandler, ma anche il ritrovo abituale del gruppo: il Central Perk, il locale dove si esibisce Phoebe e il cui stesso nome è fonte di divertenti giochi di parole.
Friends ridà nuova linfa al genere sit-com e ne detta le regole per l’immediato futuro, nell’unico modo ormai possibile: giocando col pluridecennale passato della commedia televisiva, con i suoi cliché e «tipi» ormai entrati nella quotidianità degli spettatori. «Amori, amicizie, lavoro, rapporti con i genitori, omosessualità vengono presentati a un pubblico smaliziato con la tecnica del sottotesto esplicito, cioè mettendo in evidenza i meccanismi e giocando con i generi frequentati» (Andrea Bordoni, Matteo Marino, Tutto quello che avreste voluto sapere su… Friends, Lindau, Torino 2000, p. 9.). È così che le tematiche classiche della sit-com, quella della famiglia in primis, vengono rielaborate all’insegna della contemporaneità. Quindi, diventa normale lo spostamento di fuoco, evidentissimo fin da un titolo che «testimonia l’affermarsi della tendenza di mettere in primo piano le famiglie clan, gruppi di amici solidali che si sostengono e si consigliano nei momenti di bisogno, dividendo gioie e problemi» (Ivi).
D’altra parte, il processo è chiarissimo: la famiglia-tipo americana degli anni ’50 – i Nelson, più che i Ricardo – inizia a scricchiolare sinistramente vent’anni dopo, quando Happy Days la descrive con la sensibilità settantesca e, per esempio, fa entrare nel salotto buono il classico teppista con tanto di giubbotto di pelle nera (anche se Fonzie è un bullo dal cuore d’oro); nel decennio ’90, infine, il gruppo di amici – che già nella serie di Garry Marshall diventava, spesso, la causa scatenante di piccole frizioni tra i Cunningham – si sostituisce completamente al nucleo familiare tradizionale: la ribelle Joanie – più che suo fratello Richie – è cresciuta, ha abbandonato il giovane marito Chachi e lasciato Milwaukee per New York, dove cerca di arrangiarsi come può, sia in campo lavorativo che in quello affettivo; la famiglia è lontana e, in caso di bisogno, può contare soltanto sui propri fedeli amici. Il carattere di sequel generazionale di Happy Days, d’altra parte, Friends lo dichiara fin dal primo episodio, «Matrimonio mancato» («The One Where Monica Gets a New Roommate»), dove Rachel – poco dopo essere fuggita dall’altare (ancora in abito bianco) ed essersi rifugiata in casa di Monica – s’immalinconisce guardando l’ultima puntata del telefilm di vent’anni prima, cioè proprio quella in cui Joanie e Chachi si sposano. I tempi sono cambiati, dunque: mentre prima si convolava a nozze felici, adesso è il momento di ridefinire amore e amicizia su basi completamente differenti.
La post-modernità di Friends, in ogni caso, si evince anche da altri particolari: dai titoli di ciascun episodio, per esempio, che iniziano sempre con «The One Where…» («Quello dove…») oppure «The One With…» («Quello con…»), proprio per giocare con la situazione-tipo del fan che, quando ricorda un episodio della sua serie preferita, non lo fa mai attraverso il titolo ma dall’avvenimento contenuto in quel segmento (nel caso di Happy Days, un buon esempio potrebbe essere «Quello con la sfida tra Mork e Fonzie»); oppure, dalle tante comparsate di notissimi attori hollywoodiani, spesso nei panni di se stessi (tra i tanti, basti citare Julia Roberts, Robin Williams, Isabella Rossellini). Ma anche la celeberrima sigla I’ll Be There for You cantata dai Rembrandts, oltre che come classica canzone d’amore può essere letta pure come invito rivolto ai telespettatori più o meno fedeli, per chieder loro di sintonizzarsi sullo show anche la settimana successiva. I versi, infatti, tradotti in italiano, recitano: «Sarò là per te, come lo sono stato prima; sarò là per te, perché anche tu sei là per me»; quasi un aforisma teorico sul senso ultimo della serialità.
Insomma, per quanto riguarda i telefilm d’ambientazione e argomento familiare – dal punto di vista linguistico e del reciproco gioco di specchi con la società statunitense – Friends chiude il cerchio e suggerisce nuove direzioni.
© RIPRODUZIONE RISERVATA

venerdì 21 ottobre 2011

RICORDIAMO IL CICLO DEL "PIANETA DELLE SCIMMIE"

Di Diego Del Pozzo

L’arrivo nei cinema italiani de L’alba del pianeta delle scimmie, l’attesissimo prequel di una tra le saghe di fantascienza più celebri e amate di sempre (nella foto, una scena del nuovo film), offre l’occasione per rispolverare le filiazioni extracinematografiche del ciclo inaugurato dal film del 1968 Il pianeta delle scimmie, diretto da Franklin J. Schaffner e nobilitato dalla presenza di Charlton Heston nel ruolo principale. Le cinque pellicole originali, infatti, hanno prodotto, nel corso degli anni, due serie tv (una “live action” e l’altra a cartoni animati), una collana a fumetti e un’infinità di gadget e materiali per collezionisti (oltre, naturalmente, al remake per il grande schermo diretto da Tim Burton). Tutto aveva avuto inizio, comunque, qualche anno prima (nel 1963), col romanzo dello scrittore francese Pierre Boulle, che - grazie all’inversione dei ruoli tra gli umani ridotti in schiavitù e le scimmie assurte al dominio del mondo - aveva voluto sbeffeggiare in maniera satirica e grottesca la società contemporanea.
Ma torniamo ai cinque film responsabili della creazione del mito. Dopo Il pianeta delle scimmie (1968) arrivano L’altra faccia del pianeta delle scimmie (1969), Fuga dal pianeta delle scimmie (1971), 1999: conquista della Terra (1972) e il conclusivo Anno 2670 - Ultimo atto (1973). Tutto ha inizio con lo schianto di un’astronave su un misterioso pianeta. Il superstite dell’improvvisato atterraggio, il comandante Taylor (Charlton Heston) viene catturato dalla razza di scimmie intelligenti che domina sul bizzarro mondo. Dopo numerose peripezie e dopo aver stretto amicizia con gli scienziati-scimmia Zira (Kim Hunter) e Cornelius (Roddy McDowall), nel finale Taylor ha un’amara sorpresa, in quello che è il momento più inquietante del film: il pianeta sul quale si trova non è altro che la Terra di un lontano futuro, ridotta così dopo una catastrofe nucleare. Apologo pacifista, antidogmatico e antinucleare, il “Ciclo del pianeta delle scimmie” rilegge il nostro presente attraverso la visualizzazione di un futuro apocalittico, abbinando suggestivi assunti fanta-sociologici a una convincente satira dell’orgoglio umano.
Come detto all’inizio, però, sono tante le filiazioni derivanti dai cinque film originali, capaci, negli anni, di invadere letteralmente anche altri media con i temi e le suggestioni delle pellicole originariamente prodotte per il grande schermo. Innanzitutto, va segnalata la serie di telefilm con Roddy McDowall come protagonista. Il progetto televisivo viene comunemente inserito nella cronologia ufficiale del “Ciclo”, che arricchisce con dettagli e personaggi inediti. I quattordici episodi (ciascuno dalla durata di quarantotto minuti) andati in onda, ogni settimana, negli Stati Uniti tra il 13 settembre e il 6 dicembre 1974 (e rimontati anche in cinque tv movies) presentano nel loro cast anche Ron Harper (Virdon), James McNaughton (Burke), Booth Colman (Zaius) e Mark Lenard (Urko). La serie è apparsa, a più riprese, anche in Italia. Particolarmente importante, poi, è anche la serie animata Return to the Planet of the Apes. Andati in onda sulla Nbc, tra il 6 settembre 1975 e il 4 settembre dell’anno successivo, i cartoni animati del “Ciclo delle scimmie” vantano la produzione di veterani del settore come Fritz Freleng e David DePatie. Ma, nonostante ciò, il progetto va avanti soltanto per tredici episodi, ciascuno dalla durata di venticinque minuti.
Anche l’universo dei comics, a metà anni Settanta, si interessa all’autentico fenomeno mediatico creato dalle celebri scimmie cinematografiche. Così, la Marvel Comics pubblica tra l’ottobre 1975 e il dicembre 1976 una serie, durata undici numeri, intitolata Adventures on the Planet of the Apes. Parte di questo materiale - realizzato dal collaudato team creativo composto da Doug Moench per i testi, George Tuska alle matite e Mike Esposito alle chine - vede la luce anche in Italia grazie all’Editoriale Corno, che ne pubblica i primi sei numeri in uno dei volumi trimestrali in bianco e nero della storica collana Superfumetti (il numero tre, per l’esattezza). Questi i titoli degli episodi editi nel nostro Paese: Il pianeta delle scimmie; Il mondo degli uomini in gabbia; Caccia all’uomo; Il processo; Nella zona proibita; Il segreto.
Sono sicuro, per concludere, che il successo del nuovo film interpretato da un sempre più bravo James Franco farà riaccendere la fiammella dell’attenzione su quelle che restano, comunque, le scimmie più celebri dell’immaginario fantastico planetario (magari assieme a King Kong).

martedì 2 agosto 2011

PARLA KENNY ORTEGA: "IL MIO AMICO MICHAEL JACKSON"

Di Diego Del Pozzo
(Il Mattino - 1 agosto 2011)


Alla fine del mese, per la precisione il 29 agosto, Michael Jackson avrebbe compiuto 53 anni. Purtroppo per i milioni di fans che ancora lo idolatrano, però, il 25 giugno di due anni fa il destino ha fatto scelte differenti. Tra i tanti amici inconsolabili che il geniale pop artist di Thriller e Bad ha lasciato dietro di sé occupa certamente un posto di rilievo Kenny Ortega, il sessantunenne vulcanico regista e coreografo - ospite d’onore, in luglio, dell’Ischia Global Film & Music Fest - autore di fenomeni mediatici per teenagers come i cicli di tv movies di Cheetah Girls e, soprattutto, High School Musical.
Ortega, infatti, è stato per anni fedele collaboratore, nonché amico sincero, di Jackson e, come tale, possiede i giusti requisiti per ricordarlo fuor di retorica (qui, nella foto, i due insieme sul set di This Is It). “Michael è stata la persona più generosa che io abbia mai conosciuto”, esordisce mostrando una sincera commozione. “Per lui, infatti, i rapporti umani erano fondamentali - prosegue Ortega - anche mentre si lavorava. Nel suo corpo sempre più fragile ha albergato fino all’ultimo una straordinaria umanità. E il suo essere così buono, timido e persino indifeso lo ha portato a quella simbiosi assoluta col suo pubblico, senza alcuna barriera di tipo emotivo”.
Ortega, lei ha diretto This Is It, sorta di testamento cinemusicale di Michael Jackson. E, dunque, lo ha frequentato fino all’ultimo. Cosa ricorda del momento della sua scomparsa?
“Eravamo allo Staples Center di Los Angeles, dove stavamo proseguendo nell’organizzazione delle prove per la tournée. Stavamo aspettando tutti che Michael tornasse per riprendere il lavoro che avevamo terminato assieme la sera prima. Poi, all’improvviso, giunse quella maledetta telefonata, nella quale ci avvertivano che c’era stato un incidente. Così, uno dei produttori raggiunse di corsa l’ospedale, mentre noi rimanemmo lì, tutti assieme come una vera famiglia, in attesa di notizie. Purtroppo, dopo un po’, arrivò la seconda telefonata, con la conferma della morte”.
Come sono state le ultime settimane di vita di un così grande artista?
“Ricordo soprattutto che Michael era davvero felice di tornare sul palco, dopo un periodo buio della sua carriera e della sua vita. Ci voleva tornare con tutte le sue forze, anzitutto per i figli, che erano diventati più grandi e avrebbero potuto apprezzarne il lavoro. Insomma, voleva fargli vedere ciò di cui era capace il loro papà. Durante i mesi di prove che ho filmato in This Is It, Michael stava muovendo i primi passi e, fondamentalmente, stava provando a recuperare, prima di ogni altra cosa, la forza fisica e quella vocale. Naturalmente, eravamo tutti consapevoli delle difficoltà di quella nuova tournée, ma principalmente perché non sapevamo se saremmo stati in grado di tramutare in realtà ciò che Michael aveva nella mente”.
Era davvero tanto geniale?
“Assolutamente sì. E, secondo me, aveva ancora tanto da dare ai fans. Michael era realmente un genio, una sorta di miracolo della musica e della danza incarnato in un essere umano. Rispetto a tanti altri grandi artisti, aveva una comprensione della performance talmente profonda e sofisticata da porsi a un livello superiore, impossibile da raggiungere per chiunque altro. Devo dire, tra l’altro, che aver potuto assistere a tutto ciò di persona, come suo collaboratore creativo, è stato incredibile e impagabile”.
Da quanto tempo vi conoscevate?
“Dall’inizio degli anni Novanta, dai tempi di Dangerous. Fu allora che iniziammo a lavorare insieme e, da quel momento, ogni volta che mi chiamava mollavo gli altri progetti ai quali stavo lavorando e correvo da lui”.
Fece la stessa cosa anche per la nuova tournée?
“Sì. Lo raggiunsi a casa e lo trovai con gli occhi scintillanti dall’emozione, anche se col fisico gracile e piuttosto provato. Comunque, da visionario autentico qual è sempre stato, iniziò immediatamente a raccontarmi ciò che avrebbe voluto realizzare col nuovo tour. E ricordo una cosa soprattutto: ci teneva al fatto che lo spettacolo avrebbe dovuto portare gioia”.
Michael Jackson è il re del pop, mentre un altro grandissimo come Elvis Presley è passato alla storia come il re del rock ‘n’ roll. Per lei, è possibile fare un paragone tra questi due straordinari artisti senza tempo?
“Senza Elvis la nostra epoca sarebbe sicuramente stata diversa, perché durante gli anni Cinquanta il suo avvento fu un segnale dirompente di libertà per milioni di giovani statunitensi. Senza Michael, però, non sarebbe esistita la musica senza barriere e senza colore, grazie alla sua capacità innata di superare qualsiasi limite e confine”.

mercoledì 9 giugno 2010

SABRINA & SAMANTHA IN DIRETTA DAGLI ANNI '80

Di Diego Del Pozzo

Gli anni Ottanta sono duri a morire. L'ennesima dimostrazione arriva dal nuovo video della coppia "tettoruta" per eccellenza di quel decennio, cioè Sabrina Salerno e Samantha Fox, riunite da qualche genio della comunicazione per reinterpretare il classico di Blondie Call Me, che, per inciso, è uno dei brani-simbolo degli Eighties. Per fortuna, la canzone resiste anche al trattamento subìto dalle ineffabili Sabrina e Samantha, che nel video sembrano due autentici cyborg, creature sintetiche e - perché no? - immortali grazie ai miracoli di Photoshop, degli Sfx e della chirurgia estetica.


Invece, chi avesse piacere a rivedere la versione originale di Blondie, inclusa anche nella soundtrack di American Gigolo, a sua volta film-simbolo degli anni Ottanta, clicchi pure qui.

lunedì 23 novembre 2009

ANNI '80: C'ERANO UNA VOLTA I LITFIBA...

Di Diego Del Pozzo

Oggi ho visto in libreria un interessante volume che ricostruisce "dall'interno" l'irripetibile esperienza artistica della scena pop-rock alternativa fiorentina dei primi anni Ottanta.
Il libro, intitolato In viaggio con i Litfiba (Zona editrice), è scritto da Bruno Casini, che fu anche manager della storica band che, proprio partendo da Firenze, rivoluzionò totalmente il rock italiano, aprendolo a un'estetica assolutamente inedita e a sonorità mitteleuropee, sintetiche, "contaminate" e post-moderne.
Per rievocare meglio quei tempi, ecco un paio di chicche dal passato della gloriosa "macchina da rock" all'epoca capitanata da Piero Pelù e Ghigo Renzulli.
Si tratta di una storica prova-video de La preda risalente al 1984 e del video di Eroi nel vento, i due brani di apertura - in ordine inverso - dell'album d'esordio della band, Desaparecido (1984).



mercoledì 11 novembre 2009

C'ERA UNA VOLTA LA TRABANT...

Di Diego Del Pozzo

Avrei voluto concludere le mie personali celebrazioni del ventennale della caduta del Muro di Berlino inserendo qui su [OFF-TOPIC] il video di One degli U2 diretto da Anton Corbijn. Sì, proprio quell'evocativo videoclip con le Trabant, le automobili della DDR andate fuori produzione poco dopo la caduta del Muro. Poiché, però, su YouTube il video di One - come tutti quelli della Universal - è protetto da eventuali condivisioni democratiche, ho pensato di andare addirittura oltre e di offrire agli utenti una vera e propria "chicca".
Qui di seguito, infatti, potrete trovare il lungo video - più di otto minuti di durata - intitolato Trabantland: si tratta di un bell'omaggio che gli U2 resero alle "mitiche" auto tedesco-orientali ai tempi della registrazione del loro epocale album Achtung Baby, che - lo ricordo ancora una volta - fu inciso in Germania proprio all'epoca dei "venti di cambiamento".
E allora, buona visione a tutti!

venerdì 6 novembre 2009

OSCAR DI MAIO, COMICO NAPOLETANO

Di Diego Del Pozzo

(Il Mattino - 6 novembre 2009)

Per festeggiare degnamente i cinquant'anni che compie oggi, Oscar Di Maio (nella foto) si è regalato il ritorno televisivo del "Cafone" - il suo personaggio più popolare - e la partecipazione a Lacreme napulitane, la sceneggiata che Nino D'Angelo sta preparando per dicembre al teatro Trianon.
"Abbiamo iniziato a provare - racconta Di Maio - e ancora non ho capito bene quale direzione vuole dare Nino alla sua versione di Lacreme napulitane: per esempio, io sono stato chiamato per fare il comico, ma per ora mi sembra quasi di essere il cattivo. Comunque, ci stiamo divertendo un mondo". Lo spettacolo diretto da Nino D'Angelo - che ne è anche protagonista con Maria Nazionale e Peppe Lanzetta - debutterà il 4 dicembre e resterà in cartellone fino al 10 gennaio. "L'anno prossimo - anticipa Di Maio - Nino porterà la sceneggiata in tour, ma io non potrò esserci, poiché mi dedicherò a un progetto al quale tengo molto: rivitalizzare la macchietta".
I cinquant'anni di Oscar Di Maio sono segnati, intanto, dal ritorno del "Cafone": "Abbiamo appena finito di registrare un ciclo di fiction comiche, intitolate Cafo night. Grazie a uno sponsor, abbiamo girato 45 puntate da 30 minuti ciascuna e ora dobbiamo decidere dove andare in onda". Accanto a Di Maio recitano la figlia Marzia, Alessandra Borrelli, Emanuela Giordano, Aldo Leonardi (anche autore dei testi), Peppe Migliaccio, Enzo Paudice e la "new entry" nigeriana Sandria Emovon. "Le musiche - conclude Di Maio - sono come sempre di Francesco Guetta, con il quale ho realizzato anche un nuovo cd che contiene il brano 'O ballo d'o' Cafone, la sigla, un perfetto tormentone".

sabato 31 ottobre 2009

OGGI SI PARLA UN PO' DI CALCIO

Di Diego Del Pozzo

Quando il Napoli vinse per l'ultima volta sul campo della Juventus io avevo diciassette anni e frequentavo ancora il liceo. Era il 1988. Il mondo era molto diverso: Berlino era divisa dal Muro e sullo skyline di Manhattan dominavano le Twin Towers.
Gli azzurri ebbero la meglio addirittura per 5-3, con tripletta di Careca. Da allora - mentre io mi affacciavo alla vita adulta, all'università e poi al mondo del lavoro - il Napoli iniziò a inanellare soltanto delusioni calcistiche in serie nei confronti della "Vecchia Signora", tra rabbia, impotenza e qualche occasione persa. Tutto ciò fino a poco più di mezz'ora fa. Ebbene sì, il nuovo Napoli guidato da Walter Mazzarri ha appena espugnato l'Olimpico di Torino per 3-2, rimontando addirittura da un apparentemente disperato 0-2. Ancora una volta, proprio come nelle ultime tre gare, gli Uomini - sì, stavolta ci vuole proprio la maiuscola - in maglietta azzurra hanno avuto la meglio credendo unicamente nella forza del gioco, senza scomporsi per nulla nemmeno dopo il doppio svantaggio, peraltro frutto di due errori difensivi clamorosi che avrebbero potuto spezzare le gambe e il morale a una squadra che, fino a quel momento, se la stava giocando "alla grande".
Un gruppo meno saldo e meno sicuro delle sue potenzialità avrebbe ceduto di schianto. Il Napoli, invece, non ha fatto una piega: ha abbassato la testa e continuato semplicemente a giocare. Mazzarri, da parte sua, ha rovesciato tatticamente la partita grazie all'azzeccatissimo ingresso di Datolo (stavolta decisivo, al pari di un immenso Hamsik - nella foto sopra, esultante dopo il suo secondo gol - e di un Lavezzi generoso come sempre: qui sotto, assieme a Datolo), facendo un sol boccone del sopravvalutato neo-allenatore juventino Ciro Ferrara. Al fischio finale, quindi, i giocatori del Napoli hanno potuto esultare per una vittoria strameritata e voluta davvero con tutte le forze. E si tratta della quarta rimonta in quattro partite disputate con Mazzarri in panchina. Non un caso, non un indizio, più di una prova.
Bene: direi che il campionato del Napoli, adesso, può finalmente cominciare...


lunedì 14 settembre 2009

SERIE TV: SPIDERMAN & HULK

Di Diego Del Pozzo


Il rapporto tra fumetto supereroistico e serie televisive non ha mai prodotto capolavori capaci di segnare un’epoca: non lo è stato, infatti, il serial anni Cinquanta di Superman, né quello di Batman del decennio successivo. E certamente non lo sono stati i due progetti catodici dedicati a personaggi di punta della Marvel Comics come l’Uomo Ragno - che, dal film di Sam Raimi in poi, si chiama Spiderman anche in Italia (potere del marketing globalizzato…) - e Hulk. Anzi, va detto subito che, rispetto a quelle classiche dedicate ai due “mostri sacri” della DC Comics, le serie televisive su questi due personaggi marvelliani appaiono ancora meno convincenti, da tutti i punti di vista. In particolare, quella dell’Uomo Ragno può essere considerata come un piccolo campione di trash televisivo. Prodotto dalla Columbia Pictures e andato in onda sul network CBS dal 19 aprile 1977 al 6 luglio 1979, per soli 13 episodi più il pilot di lunghezza doppia, l’agghiacciante telefilm The Amazing Spiderman è, per fortuna, inedito nel nostro Paese, tranne il succitato pilot e due film realizzati montando assieme due episodi alla volta, distribuiti anche nei cinema italiani. L’Uomo Ragno è una tra le più fortunate e durature creature fumettistiche di Stan Lee, che utilizzò proprio questo personaggio come emblema stesso della “poetica” marvelliana - sintetizzata nell’ormai mitica definizione “Supereroi con superproblemi” - che rivoluzionò letteralmente il fumetto supereroistico statunitense all’inizio degli anni Sessanta, dando il via alla cosiddetta “Silver Age of Comics”, basata sulla modernizzazione dei vari personaggi, resi più vulnerabili e, quindi, più interessanti (si pensi, a tale proposito, ad altri famosissimi esempi “Made in Marvel”, come Devil, Hulk e/o supergruppi come i Fantastici Quattro e gli X-Men).
Tornando alla serie ragnesca del 1977, va ricordato che ne è protagonista l’attore Nicholas Hammond, nei panni di Peter Parker, studente e fotoreporter che, dopo essere stato morso da un ragno radioattivo, ne acquisisce i poteri, grazie ai quali riesce ad arrampicarsi su qualunque superficie, ha forza e agilità sovrumane, è dotato di un “senso di ragno” che gli permette di sentire in anticipo i pericoli; a tutto ciò aggiunge la speciale ragnatela sintetica che crea grazie alle proprie conoscenze scientifiche. Anche sul piccolo schermo, Peter/Spiderman decide di utilizzare questi suoi poteri nella lotta contro il crimine. Nella serie, la “mitica” Zia May è interpretata da Irene Tedrow, mentre lo scorbutico direttore del quotidiano Daily Bugle (al quale Peter collabora) è Robert F. Simon. La versione televisiva delle avventure dell’Arrampicamuri, però, è davvero deludente, come detto, tanto da far dissociare subito il creatore del personaggio, Stan Lee, che la definì “troppo adolescenziale e priva di cattivi interessanti”. Alle critiche di Lee, vanno aggiunte anche quelle, non trascurabili, riferite all’assenza del ritmo tipico del fumetto di riferimento, al totale fraintendimento della sua ironia, alla “limatura” degli aspetti più problematici della personalità del protagonista e, dulcis in fundo, alla presenza di elementi davvero indifendibili come l’epocale corda (quasi da marinaio) utilizzata per simulare visivamente la ragnatela e la ridicola tutina rosso-blu del protagonista. Un altro personaggio marvelliano che arriva in televisione quasi contemporaneamente, con esiti senz’altro meno disastrosi rispetto a quelli del telefilm sull’Uomo Ragno, è il gigantesco mostro verde Hulk, protagonista della serie L’incredibile Hulk (The Incredible Hulk), in onda ancora sulla CBS dal 4 novembre 1977 al 12 maggio 1982 per 85 episodi. Hulk nacque nel 1962 sempre dalla fervida fantasia di Stan Lee, che assieme al grande disegnatore Jack Kirby realizzò una variazione sul tema di Jekyll e Hyde, “riletto” alla luce delle nuove inquietudini dell’era atomica: il gigante di giada, infatti, altri non è che lo scienziato Bruce Banner, accidentalmente investito dall’esplosione della bomba gamma (inventata proprio da lui), che lo trasforma in un mostro fortissimo ma poco intelligente; ogni volta che il pacifico dottore perde la pazienza si trasforma in Hulk che, quindi, ne incarna il lato selvaggio e irrazionale. Nel telefilm, Bill Bixby ha il ruolo di David Bruce Banner, mentre il culturista sordomuto Lou Ferrigno (di origini italiane) è Hulk. Rispetto al fumetto spariscono tutti i personaggi di contorno della serie e la trama si articola in tanti episodi slegati tra loro e ambientati in punti sempre diversi degli Stati Uniti, con Banner/Hulk in perenne fuga dopo l’ennesimo disastro provocato dai suoi scatti di rabbia. Anche in questo caso, pur con l’indiscutibile fascino tipico di un “road movie”, il telefilm si mantiene ben lontano dal livello del fumetto Marvel di riferimento, soprattutto dalla versione più matura che ne darà lo sceneggiatore Peter David durante gli anni Ottanta e Novanta, quando estremizzerà i presupposti di base dello storico personaggio. Anche se rispetto alla serie sull’Uomo Ragno quella su Hulk è quasi un capolavoro, dunque, in realtà pure questo telefilm deluse le attese, facendosi ricordare unicamente per l’effetto speciale della trasformazione Banner/Hulk e per l’affascinante malinconia di fondo. A differenza della serie ragnesca, comunque, quella dedicata a Hulk ha goduto di grande successo anche in Italia, dove la si ricorda come uno dei prodotti televisivi più caratteristici degli anni Ottanta e dove, in tempi più recenti, ha potuto godere di versioni in dvd facilmente reperibili dagli appassionati.

martedì 1 settembre 2009

LA "NAPOLI CHE CANTA" DI ROBERTO ROBERTI

Di Diego Del Pozzo

(Il Mattino - 1 settembre 2009)

La Napoli d’inizio Novecento, con i suoi volti e le sue canzoni, rivivrà domani sera (alle 20.30) sullo schermo del cinema Vittoria di Casagiove, nell’ambito del festival casertano Settembre al Borgo. Ciò sarà possibile grazie alla prima proiezione in Campania dello storico film Napoli che canta, girato dal regista Roberto Roberti nel 1926 e andato perduto per decenni, anche a causa della censura del regime fascista.
Roberti, nome d’arte del campano Vincenzo Leone (originario di Torella dei Lombardi, nell’avellinese), è stato un importante esponente del cinema muto italiano e va ricordato anche per essere il padre del re dello "spaghetti western" Sergio Leone (figlio d’arte anche per parte di madre, l’attrice Edvige Valcarenghi, vero nome della diva del muto Bice Walerian). Quando realizzò Napoli che canta nel 1926, Roberto Roberti era uno tra i cineasti italiani più affermati, tanto da essere chiamato in Germania come possibile sostituto di Ernst Lubitsch alla regia di una commedia romantica (rinunciò all’ultimo momento per motivi familiari). Nel film mise tutta la nostalgia per la sua terra - lui ormai viveva a Roma - e raccontò una storia di sentimenti forti ed emigrazione verso il sogno americano, mostrando senza filtri anche le condizioni precarie della povera gente.
Andato perduto per più di settant’anni, il film fu ritrovato nel 2000, quando una parente americana del regista, Elinor Leone, ne donò la sua copia personale alla prestigiosa cineteca George Eastman House di New York, diretta dall’italiano Paolo Cherchi Usai, tra i maggiori esperti mondiali di cinema delle origini. Lo studioso fece restaurare la pellicola e scelse la compianta Giuni Russo per musicarla, facendole eseguire i tanti classici della canzone napoletana presenti nella colonna sonora durante una memorabile serata tenutasi nel 2003 alle Giornate del cinema muto di Pordenone. Proprio quella, purtroppo, fu l'ultima esibizione pubblica della cantante siciliana, che l'anno dopo scomparve a soli 53 anni.
La proiezione di domani sera sarà preceduta dagli interventi dello scrittore Silvio Perrella e del critico cinematografico Luigi Paini.

giovedì 18 giugno 2009

IL BIZZARRO PAPA' DI QUENTIN TARANTINO

Di Diego Del Pozzo

(Il Mattino - 18 giugno 2009)

Potrebbe essere il personaggio ideale di un film diretto da suo figlio Quentin. Sì, perché la vita di Tony Tarantino, per uno strano cortocircuito temporale, sembra davvero uscita di peso da una pellicola del regista di “Pulp Fiction” e del nuovo “Bastardi senza gloria”.
Nato a New York nel 1940 da nonni napoletani e cresciuto a Los Angeles, Tony è stato pilota di aerei e cintura nera di karate e kung-fu, arciere e ballerino provetto, cantante folk nei localini della Bay Area e attore di teatro e cinema, produttore, regista e sceneggiatore, ma anche esperto addestratore di cavalli. Insomma, un personaggio quantomeno originale, capace di godere intensamente ogni singolo istante di quella che – citando la prima sceneggiatura professionale di Quentin, portata sul grande schermo da Tony Scott – può essere senz’altro definita “Una vita al massimo”.
Tony Tarantino è per la prima volta in Italia, in questi giorni, per un workshop sull’industria cinematografica statunitense presso l’Accademia del cinema e della televisione di Cinecittà. Nel fine settimana, sarà a Napoli, alla ricerca delle sue origini, ospite del musicista Tony Sorrentino e della moglie, la sceneggiatrice Antonia Tosini, assieme alla quale Tarantino senior sta ultimando lo script di un nuovo film, “Between the Olive Trees”, che sarà interpretato, tra gli altri, anche da Daniela Fiorentino, cantante e attrice già vista nel musical “C’era una volta… Scugnizzi” e nelle fiction “La squadra” e “Un posto al sole”. Durante il soggiorno partenopeo, Tarantino sarà ricevuto al Comune di Napoli, dove l’assessore Valeria Valente, lunedì prossimo alle 17, gli consegnerà una medaglia commemorativa.
Ma cosa si aspetta Tony Tarantino dalla prima volta nella sua città d’origine?
Una valanga di energia che mi avvolge e mi urla: “Bentornato a casa!”. Non vedo l’ora di scoprire i luoghi dai quali, all’inizio del Novecento, i miei nonni partirono per l’America: mia nonna era di Napoli, mentre il nonno era originario di Castellammare di Stabia, dove faceva il pescatore. Appena hanno potuto, si sono imbarcati alla volta di New York, dove poi è nato mio padre Dominic”.
Il primo Tarantino a lavorare nel mondo del cinema.
Sì, papà ha fatto l’attore in tanti western girati negli anni Trenta presso gli studi di Burbank in California. E in quei film ha avuto modo di lavorare fianco a fianco con specialisti del genere come Buck Jones, Tim McCoy, Tom Mix, Hoot Gibson e Fred Thompson”.
Quindi, lei ha ereditato direttamente da suo padre la passione per il cinema.
Senz’altro, anche se da bambino non l’ho mai visto sul set, perché non ero ancora nato. Dopo il matrimonio, infatti, i miei genitori si trasferirono a New York e papà trovò un lavoro “serio” per mantenere la famiglia. Poi, si arruolò e fece la Seconda guerra mondiale, così io l’ho conosciuto soltanto quando avevo già cinque anni. Il cinema, però, ha accompagnato tutta la mia infanzia e adolescenza, grazie ai suoi racconti, pieni di nostalgia e rimpianto per quella vita che lui amava tanto e che dovette mettere da parte”.
Il Tarantino più famoso nel mondo del cinema, però, è indubbiamente suo figlio Quentin.
Del quale sono tremendamente orgoglioso, perché lo adoro. Anzi, posso dire che gioisco molto più per i suoi successi che per i miei. Mi dispiace che tra di noi vi sia più che altro una frequentazione a distanza, dovuta anche ai ritmi frenetici delle rispettive vite professionali”.
In realtà, l’allora ventunenne Tony Tarantino e la sedicenne Connie McHugh si separarono già nel 1962, mentre la ragazza era incinta. A crescere Quentin, dunque, è stato il musicista Curt Zastoupil, col quale la madre si sposò quando il bambino aveva appena due anni.
La travolgente passione per il cinema, però, è certamente il “filo rosso” che lega tra loro tre generazioni di Tarantino.

lunedì 23 marzo 2009

IL SUBBUTEO ARRIVA IN EDICOLA!!!

Di Diego Del Pozzo

Che bella sorpresa! E' ciò che ho pensato stamattina quando, appena entrato nella mia edicola di fiducia, ho visto in bella mostra i cartoni verdi con la prima uscita di una nuova, imperdibile iniziativa editoriale, che farà scendere qualche lacrimone nostalgico a chi è stato bambino a cavallo tra anni Settanta e Ottanta.
La Fabbri, infatti, in collaborazione con i settimanali mondadoriani "Tv Sorrisi e Canzoni" e "Panorama", ha avviato una bellissima collana dedicata al... Subbuteo. Sì, proprio il calcio da tavolo col quale tanti di noi sono cresciuti e attraverso il quale hanno imparato ad amare ancora di più anche il calcio vero.
Quella della Fabbri, dal titolo "Subbuteo - La leggenda", è una collana che si preannuncia davvero imperdibile per i veri appassionati (e non soltanto): quaranta uscite settimanali al prezzo di 9.99 euro cadauna, col primo numero venduto all'eccezionale cifra di 4.99. In ciascuna uscita c'è, ovviamente, una squadra, perfettamente riprodotta e assolutamente fedele alle originali che si vendevano una volta, sia per colorazione che per materiali, accompagnata da un fascicoletto e, a partire dalla prossima settimana, dagli altri accessori necessari per giocare: regolamento, porte, bandierine, palloni, con la possibilità di raccogliere trenta punti - uno in ciascuna delle prime trenta uscite - che danno la possibilità di ricevere gratuitamente un bellissimo campo da gioco professionale (quello, per intenderci, gommato e srotolabile: wow!), accessorio che potrà essere anche acquistato in edicola a 24.99 euro (prezzo incredibile, se si tiene conto che nei negozi lo stesso panno da gioco costa tra i 55 e i 70 euro, a seconda dell'onestà del gestore).
Un'altra intelligente caratteristica dell'iniziativa, a giustificare anche il sottotitolo "La leggenda", è quella di essere dedicata, almeno nelle sue prime uscite, alle squadre nazionali che hanno fatto la storia del calcio mondiale: dal Brasile 1970 del primo numero all'Italia 2006 della settimana prossima, da Germania e Olanda 1974 all'Uruguay 1950, dalle due nazionali italiane bicampioni mondiali nel 1934 e 1938 a quella trionfatrice a Spagna 1982 e a quella campione europea nel 1968, fino all'Argentina 1986 di Maradona e - chicca per veri intenditori - all'Unione Sovietica 1966. Ciascuna squadra sarà sempre accompagnata da un fascicoletto che ne narra le gesta reali e ne presenta schemi e formazione, oltre che arricchita da - udite, udite! - due serie di numeri adesivi originali (una bianca e una nera) da poter attaccare sulle schiene dei giocatori in miniatura.
Pur non essendo ancora stato annunciato il seguito, poi, è plausibile che nella seconda parte delle quaranta uscite ci sarà spazio, dopo le nazionali, anche per le squadre di club "leggendarie".
La mia speranza è che una iniziativa tanto intelligente e così ben curata possa incontrare anche il favore di nuove generazioni di subbuteisti, conquistandoli così alla causa del gioco di simulazione sportiva più bello e appassionante di tutti i tempi.
In un periodo storico oscuro come quello che stiamo vivendo, questa sì che può essere definita un'autentica operazione di "divulgazione culturale"!