domenica 24 febbraio 2019

AL CINEMA, DUE SGUARDI ITALIANI SULLA DEVASTAZIONE

Di Diego Del Pozzo
Qualche giorno fa, con un po' di ritardo sull'uscita in sala, ho finalmente visto La paranza dei bambini di Claudio Giovannesi e Il primo re di Matteo Rovere.
Li ho visti nello stesso pomeriggio, uno di seguito all'altro. E li ho trovati entrambi bellissimi e coraggiosissimi: due film a modo loro etici e profondamente politici, che riescono a scavare con straordinaria efficacia tra le pieghe di una contemporaneità sempre più sfrangiata e devastata (nella livida, tenera e disperata Napoli odierna, abbandonata da uno Stato assente; ma anche nel barbaro e ancestrale racconto epico del mito fondativo di Roma).
Sia Giovannesi che Rovere, però, sanno farlo rifacendosi a un'idea di messa in scena coerente, originale e, per fortuna, di notevoli qualità tutte cinematografiche, raccontando le loro storie innanzitutto con lo sguardo, attraverso sequenze di straordinaria visionarietà, nelle quali la parola si trasforma in atto e l'interazione tra i corpi attoriali a loro disposizione (tutti magnifici!) con gli ambienti circostanti produce autentici cortocircuiti sensoriali, resi ancora più estremi e coinvolgenti dal mirabile lavoro, in entrambi i film, del direttore della fotografia Daniele Ciprì.
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lunedì 18 febbraio 2019

CLINT EASTWOOD, L'AMERICA, IL TEMPO E LA MORTE: "IL CORRIERE"

Di Diego Del Pozzo 

Ma che grandissimo film che è Il corriere - The Mule di Clint Eastwood?
Ancora una volta (e lo fa fin da Honkytonk Man del 1982, realizzato quando aveva 52 anni), questo autore straordinario (uno tra i più grandi dell'intera storia del cinema) consegna al proprio pubblico un personaggio "fuori tempo massimo", oltre la propria scadenza naturale, quasi un replicante bladerunneriano (più umano dell'umano) in lotta costante con una morte che avrebbe dovuto portarlo via anni prima e che, pertanto, gli concede il lusso di poter vivere "senza filtri", con leggerezza persino fanciullesca e, al tempo stesso, con l'animo appesantito da rimpianti che, ormai, il tempo ha reso impossibili da trasformare in nuove possibilità.

Proprio come l'America profonda che Clint, a quasi 89 anni, continua a raccontare come nessun altro (forse, soltanto il miglior Bruce Springsteen), in modo tenero e dolente, affettuoso e amaro, disilluso ed empatico. E proprio come quei magnifici drop-out che continuano a giocare a scacchi con la morte, interpretati direttamente da lui o incarnati nei suoi tanti alter ego attoriali, dal già citato Honkytonk Man attraverso Bird, Gli spietati, Un mondo perfetto, I ponti di Madison County, Space Cowboys, Million Dollar Baby e, naturalmente, Gran Torino.
La speranza è che "El Tata" Earl Stone - e il suo corpo rinsecchito ma arzillo, esposto appunto "senza filtri" alla macchina da presa come un'autentica mappa geografica vivente del "God's Country" - non sia l'ultimo di questa magnifica galleria che ha saputo dirci tanto - e continua a farlo - sul tempo e sulla morte, sul cinema e sulla vita.
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