martedì 2 agosto 2011

PARLA KENNY ORTEGA: "IL MIO AMICO MICHAEL JACKSON"

Di Diego Del Pozzo
(Il Mattino - 1 agosto 2011)


Alla fine del mese, per la precisione il 29 agosto, Michael Jackson avrebbe compiuto 53 anni. Purtroppo per i milioni di fans che ancora lo idolatrano, però, il 25 giugno di due anni fa il destino ha fatto scelte differenti. Tra i tanti amici inconsolabili che il geniale pop artist di Thriller e Bad ha lasciato dietro di sé occupa certamente un posto di rilievo Kenny Ortega, il sessantunenne vulcanico regista e coreografo - ospite d’onore, in luglio, dell’Ischia Global Film & Music Fest - autore di fenomeni mediatici per teenagers come i cicli di tv movies di Cheetah Girls e, soprattutto, High School Musical.
Ortega, infatti, è stato per anni fedele collaboratore, nonché amico sincero, di Jackson e, come tale, possiede i giusti requisiti per ricordarlo fuor di retorica (qui, nella foto, i due insieme sul set di This Is It). “Michael è stata la persona più generosa che io abbia mai conosciuto”, esordisce mostrando una sincera commozione. “Per lui, infatti, i rapporti umani erano fondamentali - prosegue Ortega - anche mentre si lavorava. Nel suo corpo sempre più fragile ha albergato fino all’ultimo una straordinaria umanità. E il suo essere così buono, timido e persino indifeso lo ha portato a quella simbiosi assoluta col suo pubblico, senza alcuna barriera di tipo emotivo”.
Ortega, lei ha diretto This Is It, sorta di testamento cinemusicale di Michael Jackson. E, dunque, lo ha frequentato fino all’ultimo. Cosa ricorda del momento della sua scomparsa?
“Eravamo allo Staples Center di Los Angeles, dove stavamo proseguendo nell’organizzazione delle prove per la tournée. Stavamo aspettando tutti che Michael tornasse per riprendere il lavoro che avevamo terminato assieme la sera prima. Poi, all’improvviso, giunse quella maledetta telefonata, nella quale ci avvertivano che c’era stato un incidente. Così, uno dei produttori raggiunse di corsa l’ospedale, mentre noi rimanemmo lì, tutti assieme come una vera famiglia, in attesa di notizie. Purtroppo, dopo un po’, arrivò la seconda telefonata, con la conferma della morte”.
Come sono state le ultime settimane di vita di un così grande artista?
“Ricordo soprattutto che Michael era davvero felice di tornare sul palco, dopo un periodo buio della sua carriera e della sua vita. Ci voleva tornare con tutte le sue forze, anzitutto per i figli, che erano diventati più grandi e avrebbero potuto apprezzarne il lavoro. Insomma, voleva fargli vedere ciò di cui era capace il loro papà. Durante i mesi di prove che ho filmato in This Is It, Michael stava muovendo i primi passi e, fondamentalmente, stava provando a recuperare, prima di ogni altra cosa, la forza fisica e quella vocale. Naturalmente, eravamo tutti consapevoli delle difficoltà di quella nuova tournée, ma principalmente perché non sapevamo se saremmo stati in grado di tramutare in realtà ciò che Michael aveva nella mente”.
Era davvero tanto geniale?
“Assolutamente sì. E, secondo me, aveva ancora tanto da dare ai fans. Michael era realmente un genio, una sorta di miracolo della musica e della danza incarnato in un essere umano. Rispetto a tanti altri grandi artisti, aveva una comprensione della performance talmente profonda e sofisticata da porsi a un livello superiore, impossibile da raggiungere per chiunque altro. Devo dire, tra l’altro, che aver potuto assistere a tutto ciò di persona, come suo collaboratore creativo, è stato incredibile e impagabile”.
Da quanto tempo vi conoscevate?
“Dall’inizio degli anni Novanta, dai tempi di Dangerous. Fu allora che iniziammo a lavorare insieme e, da quel momento, ogni volta che mi chiamava mollavo gli altri progetti ai quali stavo lavorando e correvo da lui”.
Fece la stessa cosa anche per la nuova tournée?
“Sì. Lo raggiunsi a casa e lo trovai con gli occhi scintillanti dall’emozione, anche se col fisico gracile e piuttosto provato. Comunque, da visionario autentico qual è sempre stato, iniziò immediatamente a raccontarmi ciò che avrebbe voluto realizzare col nuovo tour. E ricordo una cosa soprattutto: ci teneva al fatto che lo spettacolo avrebbe dovuto portare gioia”.
Michael Jackson è il re del pop, mentre un altro grandissimo come Elvis Presley è passato alla storia come il re del rock ‘n’ roll. Per lei, è possibile fare un paragone tra questi due straordinari artisti senza tempo?
“Senza Elvis la nostra epoca sarebbe sicuramente stata diversa, perché durante gli anni Cinquanta il suo avvento fu un segnale dirompente di libertà per milioni di giovani statunitensi. Senza Michael, però, non sarebbe esistita la musica senza barriere e senza colore, grazie alla sua capacità innata di superare qualsiasi limite e confine”.

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