domenica 2 giugno 2013

ARRIVA AL CINEMA "UN CONSIGLIO A DIO", "COMBAT FILM SUL DRAMMA MIGRANTI"

Di Diego Del Pozzo
(Il Mattino - 2 giugno 2013)

Bel successo di pubblico per le prime due uscite in sala di “Un consiglio a Dio”, il nuovo film del regista napoletano Sandro Dionisio interpretato da Vinicio Marchioni, l’anno scorso unico titolo italiano in concorso al Pesaro Film Festival. La pellicola, prodotta da Axelotil di Gianluca Arcopinto (che lo distribuisce con la sua Pablo), Cetra dello stesso Dionisio e Scuola di cinema Pigrecoemme, è stata proiettata in anteprima a Roma, al cinema Sacher di Nanni Moretti, e poi a Napoli, al Filangieri, dove giovedì sera è stata introdotta in sala dal regista assieme a Valerio Caprara ed Enrica Amaturo. E il percorso distributivo del film nei cinema italiani prosegue ancora a Roma, al Kino, fino a mercoledì; e quindi a Perugia, Rimini, Pesaro, Genova, Firenze, Ancona, Fermo, Torino, Milano, Bologna, Orbetello e Siena.
Visibilmente emozionato, durante l’anteprima napoletana del Filangieri, Dionisio descrive il suo lavoro come “una sorta di combat film, realizzato nonostante gli scarsi mezzi produttivi: un progetto piccolo e persino un po’ folle, concretizzatosi grazie al supporto di Arcopinto e degli amici di Pigrecoemme”. E proprio dalla scuola di cinema partenopea proviene il bravo montatore del film, Giacomo Fabbrocino, uno dei tre soci della struttura assieme a Corrado Morra e Rosario Gallone. “Sono felice per l’uscita in sala – prosegue Sandro Dionisio – perché in Italia c’è sempre meno spazio per lavori sperimentali come questo, a metà tra fiction, documentario, reportage e poesia filmata”.
“Un consiglio a Dio” segna il ritorno alla regia di Dionisio – già assistente, tra gli altri, di Mario Martone negli anni Novanta – un decennio dopo l’esordio “La volpe a tre zampe”, mai distribuito in sala nonostante i riscontri positivi da parte della critica. “Con questo film – racconta l’autore – ho voluto affrontare il tema scottante dell’immigrazione dall’Africa verso le coste italiane, attraverso la figura surreale e dolente di un “trovacadaveri”, cioè un uomo che, su una spiaggia senza nome, in mezzo a escrementi e rifiuti della società dei consumi, recupera i corpi senza vita dei migranti morti nel disperato tentativo di approdare in Italia. La trama è tratta dal monologo teatrale “Il trovacadaveri” di Davide Morganti, sulla cui base, però, ho innestato la mia drammaturgia cinematografica originale, per esempio alternando interviste con autentici migranti che raccontano le loro esperienze spesso drammatiche, immagini di repertorio ottenute tramite la Guardia di Finanza di alcuni veri sbarchi sulle coste italiane, persino alcune sequenze d’animazione. Insomma, ho provato a realizzare un crossover filmico piuttosto sperimentale, giovandomi in questo anche delle suggestioni provenienti dalla magnifica colonna sonora jazz scritta ed eseguita da un giovane talento napoletano come Vincenzo Danise”.
Le sequenze recitate da Vinicio Marchioni sono state filmate di notte sulle spiagge del litorale domizio, rese livide e minacciose dai toni cupi della fotografia. “Ho cercato di esaltare la visionarietà di quelle scene, anche se al centro di tutto – conclude Dionisio – ho voluto mantenere intatta l’urgenza quasi pasoliniana del testo di riferimento, esaltata dalla notevole performance attoriale di Vinicio. L’incontro con lui è nato e si è sviluppato in maniera assolutamente naturale, cementandosi poi in un’intesa artistica rafforzata dalla sua voglia di misurarsi con qualcosa di molto diverso dai suoi precedenti lavori cinematografici e televisivi”.

venerdì 26 aprile 2013

CON "394" IL TEATRO INCONTRA IL CINEMA E SI FA VIAGGIO DELL'ANIMA

Di Diego Del Pozzo
(Il Mattino - 26 aprile 2013)

Col suo emozionante documentario “394 – Trilogia nel mondo” il trentacinquenne regista napoletano Massimiliano Pacifico condivide con lo spettatore un itinerario ondivago su e giù dal palcoscenico, avanti e dietro le quinte, in giro per il mondo, ma anche dentro e intorno all’arte di fare teatro e di condividerne l’essenza col proprio pubblico, ovunque esso si trovi. L’itinerario in questione è quello seguito da Toni Servillo e dalla sua compagnia, tra il 2008 e il 2010, in occasione della fortunatissima tournée della “Trilogia della villeggiatura” di Carlo Goldoni, con tappe internazionali anche in metropoli come Berlino e Mosca, Parigi e New York, Madrid e Istanbul, per un totale di 18 città in 11 nazioni e tre continenti (il numero del titolo è quello delle date complessive di quella tournée, appunto 394).
Adesso, dopo il bel successo dello scorso novembre al festival di Torino, il densissimo cofanetto che Feltrinelli Real Cinema manda in libreria (dvd e libro di 128 pagine a 16.90 euro) potenzia ulteriormente gli effetti del documentario di Pacifico, rendendo disponibili tanti altri materiali inediti, selezionati tra le oltre 150 ore di riprese effettuate al seguito della compagnia, in collaborazione col “complice” Diego Liguori (col quale, nel 2006, il regista firmò il sorprendente cortometraggio “Cricket cup”). Oltre a “394”, infatti, il cofanetto contiene anche un’ampia sezione di extra (più di tre ore), composta da altri filmati realizzati in tournée, sorta di diario di viaggio diviso in capitoli e riordinabile a piacimento. “La chiave del film – racconta Massimiliano Pacifico – è stata quella di evitare qualsiasi interazione con i soggetti che dovevamo riprendere. Infatti, l’uso di interviste e la presenza dichiarata degli autori avrebbe creato in chi veniva ripreso una consapevolezza che non mi interessava. Invece, volevo raccontare momenti autentici e che la macchina da presa testimoniasse in maniera fedele ciò che succedeva alla compagnia durante la tournée. Per fare ciò era necessario filmare sempre, quasi ininterrottamente, per creare una sorta di assuefazione alla nostra presenza, fino a diventare invisibili e far sì che gli attori si dimenticassero di noi”.
Nel dvd, ci sono anche una versione filmata dello spettacolo teatrale (montata con materiali presi da differenti esibizioni) e l’altro documentario “Cafsob”, realizzato quasi in presa diretta a Napoli, in occasione della storica “prima” del 12 dicembre 2007, quando la compagnia decise di recitare senza costumi, trucchi e scenografie, non disponibili a causa dello sciopero degli autotrasportatori che bloccò l’Italia per alcuni giorni (e, nel libro allegato, il produttore Angelo Curti la ricorda come “la serata per me più rischiosa in oltre tre decenni di palcoscenico”). Tutti questi materiali creano l’effetto di un’autentica immersione in profondità. “Ho provato a offrire allo spettatore – aggiunge Pacifico – la possibilità di entrare nel cuore della tournée, in gran parte dal privilegiato punto di vista del dietro le quinte, piuttosto che dalla platea, ricercando una sorta di sguardo inedito sullo spettacolo e i suoi attori. Alla fine, “394” per me è stato come un film di finzione, con una sceneggiatura che più ricca e complessa non avrei mai potuto immaginare o scrivere”.
Prodotto da Teatri Uniti e dal Piccolo Teatro di Milano, come lo spettacolo diretto e interpretato da Toni Servillo, “394 – Trilogia nel mondo” lascia il giusto spazio anche agli altri attori della compagnia (tra i quali Andrea Renzi, Francesco Paglino, Rocco Giordano, Eva Cambiale, Paolo Graziosi, Tommaso Ragno, Anna Della Rosa, Chiara Baffi, Gigio Morra, Salvatore Cantalupo) e, soprattutto, dice una parola nuova sul rapporto tra teatro e cinema. Domani sera, Toni Servillo parlerà anche di questo cofanetto nel corso del programma di Fabio Fazio “Che tempo che fa” su Rai Tre. Poi, venerdì 3 maggio “394” sarà presentato alla Feltrinelli di piazza dei Martiri e, in serata, nella rassegna AstraDoc.

giovedì 25 aprile 2013

NAPOLI COMICON 2013: INTERVISTA A DIANE DISNEY

Di Diego Del Pozzo
(Il Mattino - 25 aprile 2013)

A 80 anni, splendidamente portati, Diane Disney è la depositaria dell’eredità artistica e ideale di papà Walt, al quale ha dedicato quasi quattro anni fa – con un investimento di 112 milioni di dollari – il fantastico Disney Family Museum di San Francisco, scrigno dei desideri e paese delle meraviglie per gli appassionati di tutto il mondo. Un piccolo contrattempo legato alla salute del marito Ron Miller (ex presidente della Disney) le ha impedito all’ultimo minuto di essere a Napoli di persona, per visitare al Pan la mostra “Magica Disney. 3000 volte Topolino” (accompagnata dal notevole catalogo curato da Luca Boschi) e intervenire come ospite d’onore alla quindicesima edizione del Comicon (da oggi a domenica alla Mostra d’Oltremare). La figlia del grande Walt, però, si complimenta a telefono con gli organizzatori della kermesse partenopea. “Avrei voluto toccare con mano – spiega al direttore Claudio Curcio – l’enorme entusiasmo che l’universo Disney continua a suscitare in Italia, anche se da foto e catalogo mi sono fatta un’idea della mostra e ne sono orgogliosa”.
Come si spiega, signora Disney, l’inesauribile successo europeo e italiano dei fumetti disneyani, molto maggiore rispetto agli Stati Uniti e certificato dai 3000 numeri del settimanale “Topolino”?
“Non riesco a spiegarmelo razionalmente. L’Italia, tra l’altro, propone storicamente la più importante scuola mondiale di fumettisti Disney, fin da quando, negli anni ’30, papà siglò il contratto con Arnoldo Mondadori, per permettergli di realizzare le versioni italiane ufficiali dei suoi personaggi. Al museo abbiamo alcune foto di quegli incontri, con la firma che arrivò sulla barca di Mondadori”.
Il museo che lei ha dedicato a suo padre ne mette in evidenza anche l’aspetto privato. Ma chi era Walt Disney tra le mura domestiche?
“Era un uomo normale, persino ordinario, ma che sapeva cosa gli piaceva e cosa voleva. Non riusciva a stare fermo nemmeno per un istante e, appena poteva, si dedicava a lavori manuali. Una volta, per esempio, realizzò nel nostro giardino una riproduzione in scala del trenino che poi avrebbe messo al centro dei parchi Disneyland. Sì, perché l’idea di aprire quei luoghi di divertimento lui ce l’aveva da quando era ragazzo”.
E come papà? Le raccontava le favole della buonanotte?
“Era tenerissimo. Però, a leggerci le favole a letto era nostra madre. Papà, invece, ci ha portato ogni mattina in auto a scuola, dall’asilo fino alla high school. E durante quei tragitti scatenava tutta la sua fantasia: ci raccontava ciò a cui stava lavorando o che stava progettando, ma anche le storie dei suoi personaggi, dalla sua versione di Pinocchio a Biancaneve, da Topolino a Paperino. Credo che fosse anche una sorta di test per sviluppare nuove storie. Anche a tavola, le cene erano arricchite dai suoi racconti su tutto ciò che lo teneva impegnato in quel preciso momento, anche perché papà non ha mai avuto uno studio in casa e, dunque, gli script che gli venivano sottoposti li leggeva in mezzo a noi”.
Qual è il classico Disney al quale è più affezionata?
“Probabilmente “Bambi”, al cui geniale art director Tyrus Wong dedicheremo la prossima mostra al museo. Però, il mio ricordo più vivido è legato alla prima volta che vidi “Biancaneve e i sette nani”. Avevo tre anni e mezzo e mio padre lo proiettò apposta per me nel cinema dello studio Disney, poche settimane prima dell’uscita. Ma di fronte alla sequenza della trasformazione della regina in strega provai una paura enorme, iniziai a piangere e urlare, tanto da dover essere portata fuori alla luce. Fu un’emozione fortissima”.
Lei, da bambina, andava spesso a cinema con suo padre?
“In realtà, io non andavo a cinema, perché i film li vedevo nelle sale degli Studios hollywoodiani. Ho un bellissimo ricordo, per esempio, de “La febbre dell’oro” di Chaplin, anche se non ero una cinefila. Amavo, però, i cartoons disneyani, anche se all’inizio non rimasi tanto colpita da Topolino. Soltanto da adulta mi resi conto che quel personaggio, di fatto, è proprio mio padre”.
Qual è la principale eredità di Walt Disney, secondo lei?
“Gioia e felicità, perché lui è stato un narratore che voleva divertire la gente. Poi, dal punto di vista artistico, la sua influenza è enorme. Grazie alla Cal Arts, la struttura tecnico-didattica da lui fondata in California, si sono formati, nel corso dei decenni, tanti artisti e animatori che, ancora oggi, reggono le sorti dell’industria, a partire da autori geniali come John Lasseter e Tim Burton”.

lunedì 8 aprile 2013

ADDIO A BIGAS LUNA, IL REGISTA CHE AMAVA L'EROS E LA VITA

Di Diego Del Pozzo
(Il Mattino - 7 aprile 2013)

A Bigas Luna piaceva definirsi biofilo, per sottolineare quanto amasse la vita. In particolar modo, ne amava i tre elementi che, a suo dire, sanno descriverne meglio le affascinanti complessità, le contraddizioni e le mille sfumature: spiritualità, sessualità e cibo.
Il popolare regista spagnolo è scomparso ieri mattina a Tarragona, a 67 anni, al termine di una lunga lotta contro il cancro. Per suo espresso desiderio, hanno fatto sapere i familiari, “non avrà luogo alcun funerale, né omaggio pubblico”. Juan José (Josep Joan in catalano) Bigas Luna era nato a Barcellona il 19 marzo 1946 e, assieme al castigliano Pedro Almodovar (al quale lo univa una divertita e complice rivalità), ha incarnato in sé e nei suoi film il desiderio della Spagna di fine anni Settanta – inizio Ottanta di lasciarsi alle spalle il grigiore della dittatura franchista e riscoprire i colori e i mille sapori di una gioia di vivere chiassosa e caleidoscopica, magari torbida ma densissima di slanci vitalistici.
Dopo una serie di corti sperimentali direttamente collegati alla sua attività di designer, si rivela nel 1978 al festival di Cannes con “La chiamavano Bilbao”, cupa incursione quasi underground nelle ossessioni sessuali e nelle pulsioni omicide di un bizzarro maniaco verso una spogliarellista-prostituta, interpretata da Isabel Pisano, prima tra le tante attrici scoperte nel corso della carriera. “Bilbao”, tra l’altro, è realizzato in parallelo con un altro lungometraggio, “Tatuaje”, tratto dall’omonimo romanzo noir di Manuel Vazquez Montalban. Ed entrambi sono seguiti, l’anno dopo, dall’altrettanto disturbante “Caniche”, su due fratelli incestuosi e zoofili. Con questi primi titoli, il regista originario della Catalogna si caratterizza già per quelle atmosfere tra il surreale e il morboso che lo accompagnano per tutta la carriera, al pari di personaggi smarriti quasi sempre inseriti in strutture narrative ideali per evidenziarne il potenziale autodistruttivo e l’intrinseco pessimismo.
Basti pensare ai progressivi spostamenti del desiderio e alle attrazioni fatali di “Lola” (1985), rilettura in chiave di melodramma sadomasochistico della “Lolita” di Stanley Kubrick, con Angela Molina che s’imprime nella memoria per l’interpretazione della protagonista. O alle continue degradazioni di una donna affascinata dal sesso nel programmaticamente scandaloso “Le età di Lulù” (1990), il film che, a partire dal best seller di Almudena Grandes, trasforma Francesca Neri in una diva internazionale. E ancora agli effetti devastanti del potere della gelosia in “Prosciutto prosciutto”, la pellicola del 1992 con la quale Bigas Luna conquista il Leone d’argento alla Mostra di Venezia e, soprattutto, lancia i due interpreti destinati a imporsi come i nomi di punta del nuovo cinema iberico: l’allora diciottenne Penelope Cruz e il bel tenebroso Javier Bardem. Proprio l’attore poi vincitore dell’Oscar come non protagonista nel 2008 (per “Non è un Paese per vecchi” dei fratelli Coen) torna a farsi dirigere da Luna l’anno dopo, nel cinico e divertito “Uova d’oro”, secondo capitolo di quella “trilogia mediterranea” che termina nel 1994 col visionario “La teta y la luna”, bizzarria pseudofelliniana con Mathilda May dedicata al tema della sessualità pregenitale.
Tralasciando il pessimo “Bambola” (1996) con Valeria Marini (passato alla storia unicamente per un’accoglienza più che turbolenta alla Mostra di Venezia), dell’ultimo Bigas Luna vanno ricordati “L’immagine del desiderio” (1997), Volavérunt (2000) e il sensuale mélo “Son de mar” (2001). Con l’ancora inedito in Italia “Yo soy la Juani” del 2006, infine, il regista catalano lancia l’ultima sua musa, Veronica Echegui, caratterizzata da una sensualità selvaggia e da una trascinante energia, com’è stato spesso per le sue attrici.
I sodalizi artistici con Francesca Neri, Stefania Sandrelli, Anna Galiena, Alessandro Gassman, Valeria Marini testimoniano di un rapporto profondo con l’Italia, dove amava lavorare ma anche rilassarsi. E tra i suoi film-culto, non a caso, ne inseriva sempre uno del prediletto Vittorio De Sica, “L’oro di Napoli”, pellicola schiettamente “commerciale” come quasi tutta la sua produzione, all’insegna dell’amore per il sesso, il cibo, la vita.

martedì 2 aprile 2013

FINE DELLA TERZA STAGIONE (MAGNIFICA!) PER "THE WALKING DEAD"

Anche la terza stagione di "The Walking Dead" è terminata. Qui, il cast festeggia la fine delle riprese

giovedì 14 marzo 2013

INTERVISTA A GABRIELE SALVATORES: "IL MIO EASTERN SIBERIANO"

Di Diego Del Pozzo
(Il Mattino - 14 marzo 2013)

Per la presentazione di “Educazione siberiana” al pubblico napoletano Gabriele Salvatores ha pensato a qualcosa di speciale, anche perché lui, milanese d’adozione, a Napoli ci è nato. Così, oltre a salutare gli spettatori del film stasera al Modernissimo (prima dello spettacolo delle 20.30), il regista sarà anche domani mattina nella multisala di via Cisterna dell’Olio, per una lezione-incontro a inviti con gli studenti delle scuole superiori e delle università.
Di che cosa parlerà ai ragazzi, Salvatores?
“Non ho in mente una vera e propria lezione, anche perché non è il mio mestiere. Piuttosto, cercherò con loro un confronto franco e diretto, dal quale emergerà certamente qualcosa di interessante e sorprendente, come accade sempre in questo tipo di incontri. Penso che vi saranno curiosità sul nuovo film, ma senz’altro non si parlerà di sola tecnica”.
“Educazione siberiana” è tratto dall’omonimo libro di Nicolai Lilin, edito da Einaudi nel 2009. Come ha affrontato questa trasposizione?
“Innanzitutto, focalizzando l’attenzione su una storia, tra le tante raccontate da Lilin. Poi, concentrandomi sugli aspetti più visionari del suo modo di narrare, a sua volta non puramente cronachistico. Da parte mia, ho voluto costruire un’epopea quasi western, anche se, vista l’ambientazione sovietica e poi russa, sarebbe più corretto parlare di eastern. Comunque, ho puntato ad approfondire proprio quel tipo di stilemi e di appuntamenti narrativi, senza stare troppo attaccato al realismo della messa in scena”.
In effetti, la narrazione è attraversata da squarci di forte e accesa visionarietà, in buona parte derivanti dalle suggestioni del paesaggio nel quale ha girato.
“Tranne che per la sequenza dell’alluvione realizzata in un bacino idrico a Rieti, le riprese sono state effettuate quasi per intero in Lituania, in scenari naturali magnifici caratterizzati dal bianco assoluto della neve e del ghiaccio. Su quella base cromatica ho potuto giocare efficacemente, per esempio, col rosso del sangue e con i colori accesi dei simboli della cultura urca siberiana, l’etnia al centro della trama. Con l’ambiente circostante c’è stata una vera e propria sfida: ogni momento delle riprese, infatti, è stato influenzato anche fisicamente dal freddo pungente e dai mutamenti atmosferici, oltre che dalla particolarissima luce di quelle terre. E da tutto ciò deriva il mood del film”.
Un altro punto di forza di “Educazione siberiana” sono gli attori. E, accanto a veterani come John Malkovich e Peter Stormare, spiccano i due giovani esordienti lituani Arnas Fedaravicius e Vilius Tumalavicius. Come li ha trovati?
“Non è stato facile, anche perché cercavo interpreti che avessero in sé alcune caratteristiche interiori dei personaggi che avrebbero interpretato. Così, ho costruito su Arnas, che studia filosofia e si diletta col pugilato, il carattere di Kolima; e su Vilius, estroverso studente di canto lirico, quello di Gagarin. Assieme abbiamo trovato le giuste chiavi interpretative. Con un attore di grande esperienza come Malkovich, invece, abbiamo giocato una esaltante partita a tennis, rimpallandoci suggestioni e suggerimenti e arricchendo reciprocamente il suo bellissimo nonno Kuzja, il patriarca della comunità di “criminali onesti” siberiani narrata nel film”.
Senza indugiarvi più di tanto, infine, come è riuscito con pochi tocchi a restituire così bene il momento di passaggio epocale della caduta del muro di Berlino e del passaggio dall’Unione sovietica alla Russia?
“Il bello di questo tipo di film sta proprio nell’intreccio tra le storie private dei personaggi e la grande storia. Quando questo intreccio riesce, allora se ne giova l’intero dispositivo drammaturgico. In particolare, sono molto soddisfatto di quel momento che si apre con la parabola sulla dignità del lupo, passa per il crollo del muro e culmina nella sequenza della giostra-astronave, che con i suoi colori rompe la monotonia del ghiaccio e con le note di “Absolute beginners” di David Bowie offre ai ragazzi un primo barlume di Occidente e di felicità pura ma fugace poco prima di affacciarli da debuttanti assoluti, come nella canzone, sulla scena di un nuovo mondo che li attende”.

mercoledì 16 gennaio 2013

ADDIO A NAGISA OSHIMA, MAESTRO DEL CINEMA TRA EROS E THANATOS

Di Diego Del Pozzo
(Il Mattino - 16 gennaio 2013)

Il grande regista giapponese Nagisa Oshima, scomparso ieri a 80 anni per una polmonite dopo anni di malattia e di silenzio desolato, è tra i più fraintesi maestri della settima arte, a causa di un particolare titolo della sua densa filmografia, lo scandaloso «Ecco l’impero dei sensi», che a metà anni ‘70 lo catapulta sulla ribalta in Occidente, facendolo bollare, in molti Paesi tra i quali l’Italia (che però lo aveva scoperto nel 1971 con una retrospettiva a Pesaro), con lo sgradevole epiteto di «pornografo».
E, invece, quel film del 1975 – che, peraltro, proprio nei cinema italiani esce particolarmente massacrato dalla censura – descrive in realtà la progressiva separazione tra individuo e contesto sociale, resa dolorosamente fisica attraverso la messa in scena esplicita del binomio eros-thanatos, amore e morte, andando a comporre l’ennesimo capitolo dell’indagine, quasi entomologica, tra le pieghe della società giapponese, portata avanti dall’autore fin dagli esordi nel 1959.
La critica francese, che lo scopre per prima e lo accoglie come un maestro quando lui decide di trasferirsi a Parigi, lo celebra oggi come il Godard del Sol Levante. E, in effetti, il segno estetico e intellettuale della nouvelle vague francese è fortissimo in questo ragazzo ribelle, nato a Kyoto il 31 marzo 1932 e cresciuto dalla madre dopo la morte in guerra del padre.
I primi successi di Oshima risalgono al 1960, con «Il cimitero del sole» e, soprattutto, «Racconto crudele della giovinezza», titolo seminale e manifesto del nuovo cinema giapponese, al cui rinnovamento lo stesso autore originario di Kyoto contribuisce fondando il Gruppo dei Sette. Già da questi film emergono consapevolezza linguistica, soluzioni visive ardite e sperimentali, stile personale, che rendono più efficaci le incursioni nel corpo ancora sanguinante di una nazione in perenne trasformazione e rapidissimo quanto nevrotico sviluppo, dopo la sconfitta della Seconda guerra mondiale e il trauma della bomba atomica.
Discendente da una famiglia di samurai, laureato in legge e leader studentesco all’università, Nagisa Oshima non nasconde simpatie politiche di sinistra, tendenti all’anarchismo. Sempre nel 1960, «Notte e nebbia nel Giappone» s’interroga sugli errori strategici della sinistra nell’opporsi al trattato nippo-americano e, a causa del suo radicalismo, viene sequestrato portando l’autore a fondare una propria casa di produzione. Negli anni, Oshima resta comunque coerente con una posizione artistica che, al tempo stesso, è atto politico di intransigenza morale e di onestà intellettuale.
Detto del film-scandalo «Ecco l’impero dei sensi» – le cui riprese di sesso esplicito e masochismo sessuale sono talmente sconvolgenti da sconsigliarne il montaggio in patria, pena il sequestro e una condanna per oltraggio alla morale – e ricordato il dittico formato da «L’impiccagione» (1968) e «La cerimonia» (1971), nei quali distrugge i rituali della quotidianità familiare giapponese, nel 1978 il regista vince il premio per la regia a Cannes per «L’impero della passione», mentre cinque anni più tardi dirige David Bowie e Ryuichi Sakamoto in «Furyo», tra le più profonde e riuscite indagini sul rapporto prigioniero-carceriere, con implicazioni omosessuali e inversione dei ruoli. Con «Max mon amour» (1986) porta, quindi, un’icona come Charlotte Rampling tra le braccia di uno scimpanzé.
L’ultima sua grande regia è «Tabù – Gohatto», nel 1999, dopo diversi anni di reclusione per la malattia. E, ancora una volta, grazie a una storia di passione omosessuale tra samurai magistralmente interpretata da Takeshi Kitano, Oshima mette in scena l’eterno duello tra amore e morte, sesso e potere.

venerdì 4 gennaio 2013

INTERVISTA A FRANCO NERO: DJANGO IERI, OGGI E DOMANI

Di Diego Del Pozzo
(Il Mattino - 4 gennaio 2013)

Sulla scia del clamore suscitato dall’uscita negli Stati Uniti di “Django unchained”, il nuovo film di Quentin Tarantino che riprende lo spaghetti-western del 1966 con Franco Nero, nelle prossime settimane questo classico cult movie diretto da Sergio Corbucci “uscirà nei cinema di ben 70 città americane”. A rivelarlo è proprio Nero, premiato nei giorni scorsi durante “Capri, Hollywood” e presente stasera a Roma all’anteprima di gala della pellicola dell’amico Tarantino, che in questa occasione riceverà da Ennio Morricone il premio alla carriera della settima edizione del Festival internazionale del film diretto da Marco Muller.
Franco Nero in "Django Unchained" di Quentin Tarantino
Assieme al regista americano saranno presenti alla proiezione anche gli attori Jamie Foxx e Christoph Waltz, che nel corso della serata incontreranno alcune star italiane dell’epoca d’oro dello spaghetti-western: Giuliano Gemma, Gianni Garko, Bud Spencer, Enzo G. Castellari, Giulio Questi, Sergio Donati, Alberto De Martino, Rosalba Neri, Lucio Rosato, Ruggero Deodato, Lars Bloch, Franco Giraldi, Ursula Andress, Sergio Martino, Ernesto Gastaldi, Nori Corbucci e, naturalmente, lo stesso Franco Nero, che oltre a essere stato il protagonista del “Django” originale è presente con un cameo anche nel nuovo “Django unchained”. “Quentin è un esperto del cinema di genere italiano – racconta Nero – e mi ha fortemente voluto sul set durante le riprese del suo film, trattenendomi con ogni scusa anche ben oltre il tempo necessario per girare la mia piccola scena. Lui ama davvero il western di Corbucci, lo conosce a memoria e ha costretto tutti a riguardarlo più volte, tenendo spesso in sottofondo sul set la colonna sonora del 1966”.
Dopo l’anteprima romana, “Django unchained” uscirà nelle sale italiane il 17 gennaio, distribuito da Warner Bros. Pictures Italia (come da accordo con Sony Pictures). “Sono davvero orgoglioso di avervi partecipato”, aggiunge Franco Nero, che poi interviene sulle accuse di razzismo rivolte a Tarantino, qualche giorno fa, dal regista afroamericano Spike Lee: “Non sono d’accordo, perché per me Quentin ha voluto fare un film politico, nel quale sono sottolineate le condizioni degli schiavi neri nell’America della Frontiera. Anche l’uso ripetuto del termine “nigger” si rifà fedelmente a quanto avveniva all’epoca”.
Certo è che, tra il 1966 e il 2013, il personaggio di Django ha accompagnato l’attore italiano per tutta la carriera. “Direi che mi ha addirittura perseguitato, perché – scherza Nero – all’epoca era diventato il nome col quale mi registravano negli alberghi di tutto il mondo. Peccato, però, che oggi in Italia non si facciano più quei film, perché erano la vera linfa dell’industria cinematografica. Noi producevamo 400 pellicole all’anno e i produttori che guadagnavano con i film più commerciali poi reinvestivano quei soldi su progetti più artistici. Oggi, invece, i produttori sono burocrati di Rai o Mediaset e i veri artisti sono castrati. Per questo, rispetto all’epoca d’oro – conclude l’attore – dico che oggi il cinema italiano ha la febbre alta, sta male. Basti pensare a quanto si sia ridotto il numero degli schermi, da 13.000 a circa 3.700; o a come sono quasi sparite le coproduzioni, che invece negli anni Sessanta e Settanta erano state così importanti per l’industria cinematografica italiana”.
Intanto, prendono sempre più sostanza le voci che vorrebbero Franco Nero tornare a vestire i panni del pistolero Django in un nuovo film, “Django lives!”, che potrebbe essere girato già quest’anno, nello Utah, prodotto da Eric Zaldivar e Mike Malloy con la regia di Michael A. Martinez.